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Daniele Bresciani, ”Nel mio libro c’è molto dei miei figli e del mio rapporto con loro”

''Parliamoci di più'', questo è il messaggio che Daniele Bresciani, come padre, vorrebbe che i suoi figli ricavassero dal suo libro, ''Ti volevo dire'', se un giorno decideranno di leggero. Giornalista alla Gazzetta dello Sport e poi vicedirettore di Vanity Fair, Bresciani ha deciso di avventurarsi in un nuovo terreno, scrivendo il suo primo romanzo. Al termine dell'articolo, un estratto del libro in anteprima..

Il giornalista, ex vicedirettore di Vanity Fair, ci parla del suo romanzo d’esordio, “Ti volevo dire”, incentrato sulla difficoltà di comunicare tra una figlia e un padre che ormai non c’è più. L’autore presenterà il libro giovedì sera a Milano  

MILANO – “Parliamoci di più”, questo è il messaggio che Daniele Bresciani, come padre, vorrebbe che i suoi figli ricavassero dal suo libro, “Ti volevo dire”, se un giorno decideranno di leggero. Giornalista alla Gazzetta dello Sport e poi vicedirettore di Vanity Fair, Bresciani ha deciso di avventurarsi in un nuovo terreno, scrivendo il suo primo romanzo. La storia racconta di Viola, una ragazzina che dal giorno in cui perde il padre si chiude improvvisamente nel silenzio: mutismo selettivo dicono i medici. La madre decide allora di mandarla in una scuola svizzera, dove possano occuparsi di lei. Prima che parta, Viola riceve da un amico di famiglia, Fulvio, un libro, un pacco di lettere e due agende appartenuti a suo padre Giacomo. Una volta in collegio inizia la lettura, alla scoperta della storia passata e di segreti mai confidati del padre, che all’inizio  degli anni Ottanta si era trasferito a Londra per una donna, Claire. L’autore, che sarà a Milano giovedì alle 18.30, alla Feltrinelli di piazza Piemonte, per presentare il libro in compagnia di Pietro Cheli, ci parla qui di come sia nata dalla sua penna questa storia.

Com’è venuta l’idea di questo libro?
Per tanti anni a Vanity Fair mi sono occupato di libri, selezionando i titoli da trattare e coinvolgendo degli autori che ne parlassero sul giornale. Mi è venuta allora la curiosità di provare a fare l’inverso: volevo vedere se un giornalista come me potesse vestire i panni dell’autore e scrivere un romanzo. Prima di pubblicare “Ti volevo dire” ho fatti vari altri tentativi, ma nessuno mi convinceva.
Poi è arrivato questo libro, nato da uno spunto autobiografico: mio figlio più piccolo, che ora ha otto anni, ha avuto un problema di linguaggio. Adesso la faccenda è quasi superata, ma in tutto questo tempo mi ha creato molte ansie. Ho iniziato a pormi delle domande: cosa succede se non puoi esprimere quello che senti? Mio figlio infatti non soffriva di un vero e proprio mutismo, ma ha imparato tardi a parlare e aveva difficoltà a esprimere anche concetti semplici. Mi è venuta così l’idea  di un personaggio che soffrisse di mutismo selettivo, e in questo modo è nata Viola, la protagonista.
L’Inghilterra e gli anni Ottanta vengono invece dalle mie esperienze passate. Lì, a Londra, ho lavorato come giornalista all’inizio degli anni Novanta, ma ancora prima vi ero andato da studente, per una vacanza studio a Brighton. Da qui sono venuti gli spunti per la storia di Giacomo, il padre di Viola.
Il resto viene invece dalla fantasia.

Nel disegnare il rapporto tra Viola e Giacomo, l’ha aiutata essere un padre nella vita? Ha potuto far confluire e raccontare nel libro alcuni aspetti del suo personale modo di vivere questo rapporto?
Assolutamente sì. Nel romanzo c’è moltissimo del rapporto con i miei figli: c’è molto del rapporto vero e molto di quello che vorrei avere con loro. Tra padre e figli, tra genitori e figli in genere, spesso si parla troppo poco. Da parte di un figlio, spesso non si riesce a dire a un padre quello che gli si vorrebbe confidare. Dall’altro lato, spesso un genitore non vuole ascoltare quello che il figlio ha da dirgli: anche se il più delle volte le sa già, non vuole sentirsi dire apertamente certe cose. L’ideale invece sarebbe poter parlare di tutto: le esperienze più difficili che un ragazzo vive sarebbero quelle più importanti da comunicare, e invece spesso, per pudore, per vergogna, o per un perbenismo un po’ sciocco e controproducente, si preferisce tacere. Io sono una persona che parla troppo poco, ma vorrei che i miei figli parlassero di più con me. Cercare di comunicare di più con loro è un compito che mi sono dato, anche se è più facile scriverlo in un libro che applicarlo nella pratica.


Quindi la scrittura, per lei, è anche un modo per dire cose che non vengono fuori a parole?

Mi sono accorto che è stato così. Inizialmente il libro non è nato con questo scopo, ma nel corso del lavoro – la stesura mi ha richiesto due anni e mezzo – mi sono reso conto che scriverlo mi faceva bene. Mia figlia, che ha tredici anni, non l’ha ancora letto, né io la spingo a farlo: mi piacerebbe che fosse una sua iniziativa. Ma se un giorno dovesse leggerlo vorrei che cogliesse proprio questo messaggio: parliamoci di più, diciamoci più cose.


Nella protagonista c’è qualcosa anche di sua figlia, oltre che di suo figlio?

C’è qualcosa di tutti loro. Una volta Arturo Pérez Reverte [autore e giornalista spagnolo – N.d.R.] mi ha detto che è come se uno scrittore avesse uno zaino con tutte le sue esperienze dentro, da cui attinge ciò che gli serve per i suoi libri. Io non sono uno scrittore, ma anch’io nel mio libro mi sono accorto di aver messo un bel po’ della mia vita e dei miei figli: i loro atteggiamenti, i loro modi di dire, di fare, i loro silenzi, tanti loro silenzi. Ci ho messo la loro musica anche, così lontana dalla mia: è un romanzo con tanta musica dentro, la mia vecchia musica e le loro passioni più recenti. È stato divertente metterle a confronto.

Lei è un grande appassionato di libri e lettura. Secondo lei, come nasce questo amore e come si trasmette? Nella sua esperienza di giornalista, ha riflettuto su quale sia la maniera giusta di comunicare il libro?
È vero che la gente legge poco, ma è innegabile che ci sono alcuni libri che si leggono molto, come di recente quello di Agassi, “Open”. Io credo che il libro funzioni soprattutto sul passaparola, e che in questo senso i giornali tradizionali non possano fare molto. In questo sono più efficaci i blog: mentre i blog sono più attenti al lettore e intercettano più facilmente le tendenze del pubblico, perché non guardano chi ha scritto il libro o la casa editrice che l’ha pubblicato, i giornali devono fare attenzione a queste cose. Per fare un esempio, l’anno scorso ho letto “L’arte di vivere in difesa” di Chad Harbac, uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi anni: parla di amore, amicizia, sport, libri, passioni giovanili e della maturità. Eppure i giornali non ne hanno parlato, perché non lo reputavano di interesse. Se gli avessero prestato la giusta attenzione, magari non sarebbe diventato un best seller, ma sono sicuro che sarebbe andato molto bene: aveva tutti gli elementi per riuscirci. Un altro esempio: quando è uscito il libro di Fabio Genovesi, “Esche vive”, io ho deciso di non parlarne su Vanity Fair. Ho preferito trattare un altro libro di Mondadori , che veniva molto più spinto dalla casa editrice, ma che meritava meno. Me ne sono pentito.
A ciò si aggiunge un atteggiamento snobistico dei giornali tradizionali nei confronti di certi libri. A me è capitato di avere delle difficoltà a ricevere dei pezzi su “Harry Potter” da parte di alcuni autori italiani. Ora, è lecito che un libro non piaccia, ma se che fa un tale successo, non si può guardare con atteggiamento di sufficienza ai milioni di persone che lo leggono. Cosa c’è dietro questo atteggiamento? Invidia? Se si crea una tendenza, invece, se ci sono dei libri che piacciono, una ragione ci deve essere e va indagata seriamente, al di là dei gusti personali. È da qui che bisogna partire, bisogna cercare di intercettare il gusto dei lettori e da qui proporre via via dell’altro, in maniera libera.
Facendo riferimento alla mia esperienza personale, mentre io sono un grande appassionato di libri, a mia figlia leggere non piaceva per niente. Ho provato a suggerirgli vari titoli, senza successo, finché un giorno non ha letto un libro che le è piaciuto, il primo della serie “Sherlock, Lupin & io”, scritto da Alessandro Gatti con lo pseudonimo di Irene Adler [Irene Adler è il personaggio di un racconto di Arthur Conan Doyle su Sherlock Holmes – N.d.R.]. Dopo il primo ha letto anche gli altri due, e da qui ha iniziato a leggere anche altre cose. Ci vuole un po’ di pazienza a trovare la chiave di volta: c’è un libro per ognuno di noi che ci aspetta in libreria, l’importante è trovarlo. Anche gli insegnanti delle scuole dovrebbero rifletterci: in prima media – e qui ancora faccio riferimento all’esperienza di mia figlia – non si può dare da leggere “Il cavaliere inesistente” di Calvino, perché il ragazzo non ha gli strumenti per capirlo. Meglio cominciare da libri più semplici, per “aprire il rubinetto”, per invogliare alla lettura. Ci sono delle librerie indipendenti che portano avanti molto efficacemente questo lavoro con il lettore.

 

19 marzo 2013

 

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