Cosa leggo oggi? 7 libri consigliati, tra le ultime novità , che devi leggere

5 Aprile 2026

Dalle ultime uscite editoriali ai titoli più interessanti del momento: 7 libri da leggere subito, tra narrativa, saggi e storie che lasciano il segno.

Cosa leggo oggi? 7 libri consigliati, tra le ultime novità , che devi leggere

Entrare in libreria oggi significa trovarsi davanti a un panorama vastissimo, quasi vertiginoso. Nuovi titoli escono ogni settimana, generi che si intrecciano, voci emergenti accanto a nomi già affermati. Ma tra questa abbondanza, una domanda resta sempre la stessa: cosa vale davvero la pena leggere adesso?

Scegliere un libro non è mai un gesto neutro. È un atto di tempo, di attenzione, di desiderio. Significa decidere a quale storia affidarsi, quale voce lasciare entrare nella propria quotidianità. E proprio per questo, orientarsi tra le novità editoriali può diventare difficile.

Questa selezione nasce con un obiettivo preciso: offrirti sette libri che non sono semplicemente “nuovi”, ma necessari. Libri che raccontano il presente, lo interrogano, lo mettono in discussione. Libri che sanno intrattenere, certo, ma anche restare, lavorare dentro, lasciare qualcosa.

Donne crudeli”, di René Charvin, Articoli Liberi

“Donne crudeli”, in uscita il 26 giugno, di René Charvin, Articoli Liberi è un libro che non cerca di piacere. E proprio per questo colpisce. Fin dalle prime pagine, ci troviamo immersi in un’Europa febbrile, attraversata da tensioni sociali, politiche e morali, dove il desiderio non è mai innocente e il corpo non è mai neutro. È uno spazio narrativo in cui tutto è esposto, amplificato, portato al limite.

Charvin costruisce una raccolta di racconti che ruotano attorno a figure femminili lontane da qualsiasi stereotipo rassicurante. Non sono donne da comprendere o da salvare, ma soggetti attivi, radicali, spesso disturbanti. Non incarnano la seduzione come promessa romantica, ma come esercizio di potere. E in questo rovesciamento sta uno degli elementi più interessanti del libro.

Il desiderio, qui, non è mai semplice. È sempre un campo di forza, una dinamica gerarchica, una tensione tra controllo e abbandono. Le protagoniste agiscono, decidono, puniscono. Non chiedono consenso emotivo al lettore, non cercano empatia. Esistono, piuttosto, come figure che mettono in crisi lo sguardo di chi legge, costringendolo a interrogarsi su ciò che considera accettabile, giusto, comprensibile.

La scrittura di Charvin è precisa, quasi chirurgica. Non indulge mai in eccessi retorici, ma costruisce scene che restano addosso per la loro intensità. La violenza, quando emerge, non è mai gratuita: è strutturale, parte integrante di un mondo in cui il potere si esercita attraverso il corpo, attraverso il desiderio, attraverso la relazione con l’altro.

C’è anche una dimensione profondamente politica in questi racconti. Il corpo femminile diventa territorio, spazio di rivendicazione e di dominio. In questo senso, il libro può essere letto come una forma di femminismo radicale, che non cerca giustificazioni né mediazioni. Non si tratta di un discorso conciliatorio, ma di una presa di posizione netta, a tratti scomoda.

L’ambientazione contribuisce a rendere tutto ancora più stratificato. L’Europa evocata da Charvin non è un semplice sfondo, ma un organismo vivo, segnato da conflitti e trasformazioni. Aristocrazie in declino, rivolte represse, tensioni sociali: tutto concorre a creare un’atmosfera in cui l’intimità non è mai privata, ma sempre esposta, attraversata da forze più grandi.

“Donne crudeli” è, in definitiva, un libro che divide. Non è pensato per essere amato da tutti, né per offrire conforto. È un testo che interroga, che disturba, che costringe a rivedere categorie consolidate. E proprio per questo è una lettura necessaria, soprattutto in un panorama editoriale che spesso tende a semplificare il complesso.

Leggerlo significa accettare di entrare in un territorio instabile, dove le certezze vacillano e il giudizio si fa più difficile. Ma è proprio lì che la letteratura, a volte, riesce a dire qualcosa di davvero importante.

Chi è René Charvin

René Charvin è uno scrittore contemporaneo che si muove tra narrativa e riflessione politica, costruendo opere che indagano i rapporti di potere, il desiderio e le dinamiche sociali. La sua scrittura si distingue per uno stile essenziale e incisivo, capace di affrontare temi complessi senza filtri né concessioni. Con “Donne crudeli” si conferma come una voce provocatoria e fuori dagli schemi, interessata a esplorare le zone più ambigue e scomode dell’esperienza umana.

Tante cose non le so”, di Elisa Levi, SUR

“Tante cose non le so”,  in uscita il 15 aprile. di Elisa Levi, SUR è uno di quei romanzi che sembrano piccoli, quasi silenziosi, ma che riescono a insinuarsi sotto la pelle con una forza inattesa. Fin dalle prime pagine, la voce di Lea si impone con una naturalezza disarmante: ha diciannove anni, vive in un luogo sospeso, e porta dentro di sé una consapevolezza fragile ma lucidissima del mondo.

Il romanzo si costruisce attorno a un momento preciso, quasi immobile: un pomeriggio, una sigaretta, un incontro casuale con uno sconosciuto. Eppure, dentro questo spazio apparentemente minimo, si apre un racconto vastissimo. Lea parla, racconta, si racconta. Il suo è un monologo che non cerca effetti, ma verità. Una verità che non è mai totale, mai definitiva, ma sempre in movimento.

Il titolo è già una dichiarazione poetica. “Tante cose non le so” non è un limite, ma una posizione esistenziale. Lea sa di non sapere, e proprio per questo osserva, ascolta, attraversa il mondo con uno sguardo aperto, vulnerabile. La sua ignoranza diventa uno strumento di conoscenza, un modo per restare dentro le cose senza pretendere di dominarle.

Il contesto in cui si muove è altrettanto significativo. Un paese piccolo, quasi isolato, dove tutto sembra immobile. Ma è solo un’apparenza. Sotto la superficie, i personaggi sono attraversati da desideri, tensioni, inquietudini. Il mondo che circonda Lea non è mai completamente definito: c’è una sensazione costante di straniamento, come se qualcosa fosse cambiato in modo irreversibile.

Ed è proprio questo uno dei nuclei più forti del romanzo: la percezione di una frattura. Lea racconta che “ieri il mondo è finito”, e da quel momento tutto appare diverso. Non si tratta di un evento spettacolare, ma di una trasformazione sottile, quasi impercettibile. È il passaggio dall’adolescenza a qualcosa di più complesso, più incerto.

La scrittura di Elisa Levi è elegante, essenziale, capace di costruire immagini precise senza mai appesantire il testo. C’è una musicalità nel ritmo, una cura nel dettaglio che rende ogni scena viva. Il linguaggio è semplice solo in apparenza: sotto la superficie, si muove una struttura molto consapevole, che tiene insieme introspezione e narrazione.

Un elemento particolarmente riuscito è il rapporto tra Lea e il bosco. Questo spazio mai attraversato diventa simbolo di ciò che non si conosce, di ciò che si teme, ma anche di ciò che attrae. Il bosco è il limite e la possibilità, il confine tra ciò che si è e ciò che si potrebbe diventare.

“Tante cose non le so” è un romanzo che parla di crescita, ma senza mai cadere nei cliché del coming of age. Non c’è un percorso lineare, non c’è una trasformazione definitiva. C’è piuttosto un processo, un continuo oscillare tra sapere e non sapere, tra restare e partire.

Alla fine della lettura, resta una sensazione precisa: quella di aver ascoltato una voce autentica. Una voce che non pretende di spiegare il mondo, ma che prova a stare dentro di esso con sincerità. Ed è proprio questa la sua forza.

Chi è Elisa Levi

Elisa Levi è una scrittrice contemporanea che si distingue per uno stile raffinato e una particolare attenzione alle dinamiche interiori dei suoi personaggi. La sua narrativa si muove spesso tra realismo e suggestione, esplorando i momenti di passaggio, le fratture invisibili e le trasformazioni emotive. Con “Tante cose non le so” si conferma come una voce sensibile e originale nel panorama letterario contemporaneo, capace di raccontare la complessità senza rinunciare alla leggerezza della forma.

Indelicacy”, di Amina Cain, Atlantide

“Indelicacy”, di Amina Cain, Atlantide è un romanzo che lavora per sottrazione, per silenzi, per spazi vuoti. È una storia apparentemente semplice, ma attraversata da una tensione costante: quella tra il desiderio di essere qualcuno e la paura di perdersi nel diventarlo.

La protagonista è una giovane donna che lavora come addetta alle pulizie in un museo d’arte. È un’esistenza ai margini, fatta di gesti ripetitivi, di osservazione silenziosa. Eppure, proprio lì, tra i quadri e le sale vuote, nasce qualcosa: uno sguardo. Non solo sui dipinti, ma su se stessa. Scrive, annota, prova a trasformare la realtà in parole. Il suo sogno è diventare scrittrice, ma è un sogno fragile, quasi clandestino.

Quando incontra un uomo ricco e gentile, la sua vita cambia improvvisamente. Il matrimonio le offre stabilità, sicurezza, tempo. Tutto ciò che sembrava necessario per poter finalmente scrivere. Ma è proprio qui che il romanzo compie il suo movimento più interessante: invece di aprire possibilità, questa nuova condizione sembra chiuderle.

“Indelicacy” è un libro sul paradosso della libertà. Cosa succede quando otteniamo ciò che pensavamo di desiderare? Quando il tempo e le condizioni ci sono, ma qualcosa dentro si inceppa? La protagonista si ritrova sospesa in una vita comoda, ma distante da sé. Il benessere diventa una forma di anestesia.

La scrittura di Amina Cain è essenziale, quasi rarefatta. Ogni frase è calibrata, ogni immagine costruita con precisione. Non c’è nulla di superfluo, ma proprio in questa asciuttezza si apre uno spazio emotivo molto forte. Il romanzo non spiega, non guida: suggerisce. Lascia al lettore il compito di colmare i vuoti.

Un elemento centrale è il rapporto con l’arte. I dipinti che la protagonista osserva non sono solo oggetti estetici, ma specchi. In essi si riflette la sua identità in costruzione, la sua inquietudine, il suo desiderio. L’arte diventa un linguaggio alternativo, un modo per dire ciò che le parole non riescono ancora a esprimere.

Il titolo, “Indelicacy”, è già una chiave di lettura. L’indelicatezza non è solo un tratto caratteriale, ma una condizione esistenziale. È la difficoltà di stare nel mondo con misura, di trovare un equilibrio tra ciò che si è e ciò che si dovrebbe essere. È uno scarto, una dissonanza.

Il romanzo si muove così tra interiorità e contesto sociale, tra aspirazione e realtà. La protagonista non è un’eroina nel senso tradizionale: è fragile, incerta, a tratti contraddittoria. Ma proprio per questo profondamente reale.

“Indelicacy” è una lettura che chiede attenzione, lentezza. Non offre risposte immediate, ma lascia una traccia. È uno di quei libri che non si impongono con la forza della trama, ma con la persistenza delle domande che sollevano.

Chi è Amina Cain

Amina Cain è una scrittrice statunitense nota per la sua prosa minimalista e per l’attenzione alle dimensioni interiori dell’esperienza femminile. I suoi lavori esplorano spesso il rapporto tra arte, identità e solitudine, con uno stile che privilegia l’essenzialità e la profondità emotiva. Con “Indelicacy” ha ottenuto riconoscimento internazionale, imponendosi come una delle voci più interessanti della narrativa contemporanea.

L’inventore. Magic & Steam (Vol. 1)”, di C. S. Poe, Triskell Edizioni

“L’inventore. Magic & Steam (Vol. 1)”, in uscita il 14 aprile, di C. S. Poe, Triskell Edizioni è un romanzo che si colloca in uno spazio narrativo affascinante e ancora relativamente poco esplorato nel panorama italiano: quello dello steampunk contaminato con il fantasy e attraversato da una forte tensione emotiva e relazionale. Un West alternativo, alimentato da vapore e magia, dove il confine tra progresso tecnologico e potere arcano si fa sottile, instabile, pericoloso.

Siamo nel 1881, ma non è il West che conosciamo. Qui esiste il Federal Bureau of Magic and Steam, e Gillian Hamilton non è semplicemente un agente: è un incantatore, un uomo capace di governare forze che sfuggono al controllo della realtà ordinaria. Il suo incarico è chiaro: catturare l’Inventore, una figura quasi mitologica, un ingegnere folle capace di piegare la tecnologia a una volontà distruttiva.

Eppure, come spesso accade nei romanzi più interessanti, la missione è solo il punto di partenza. Il vero cuore della storia si rivela nell’incontro con Gunner lo Spietato, fuorilegge, predatore, figura ambigua e magnetica. Non è solo un antagonista o un alleato temporaneo: è una presenza che destabilizza, che mette in crisi le certezze di Gillian, che apre una frattura tra dovere e desiderio.

Il romanzo si muove su più livelli. Da una parte c’è l’azione: duelli, inseguimenti, congegni meccanici, atmosfere polverose e incandescenti. Dall’altra c’è una dimensione più intima, quasi psicologica, che riguarda l’identità dei personaggi e il loro rapporto con il potere. Chi è davvero il nemico? L’Inventore, o ciò che rappresenta? E cosa succede quando la linea tra bene e male smette di essere netta?

Uno degli elementi più riusciti è proprio la costruzione del mondo. C. S. Poe riesce a rendere credibile questo universo ibrido, dove la magia non è un semplice elemento decorativo, ma una forza strutturale che plasma la società, le gerarchie, i conflitti. Il vapore, le macchine, il deserto: tutto contribuisce a creare un’atmosfera densa, visiva, quasi cinematografica.

Ma ciò che davvero distingue “L’inventore. Magic & Steam (Vol. 1)” è la tensione tra i due protagonisti. Il rapporto tra Gillian e Gunner non è immediato, non è rassicurante. È fatto di attrazione e diffidenza, di alleanze temporanee e scontri inevitabili. È una relazione che cresce nel pericolo, nel rischio, nella consapevolezza che ogni scelta può avere conseguenze irreversibili.

In questo senso, il romanzo dialoga anche con una tradizione più contemporanea della narrativa queer, inserendo elementi emotivi e relazionali all’interno di una struttura di genere. Non si tratta di un’aggiunta superficiale, ma di una componente organica, che arricchisce la storia e la rende più complessa.

La scrittura è dinamica, scorrevole, ma capace di soffermarsi quando serve. Le scene d’azione non sacrificano la costruzione dei personaggi, e i momenti più riflessivi non rallentano eccessivamente il ritmo. È un equilibrio difficile, ma qui funziona.

“L’inventore. Magic & Steam (Vol. 1)” è quindi molto più di un semplice romanzo d’intrattenimento: è l’inizio di una saga che promette di esplorare temi come il potere, l’identità, il desiderio e il confine tra legge e libertà. Un libro perfetto per chi cerca una lettura coinvolgente, ma anche stratificata.

Chi è C. S. Poe

C. S. Poe è una scrittrice statunitense nota per i suoi romanzi che intrecciano mistero, elementi fantastici e dinamiche relazionali complesse. Le sue opere spesso si distinguono per l’attenzione ai personaggi e per la capacità di costruire tensioni emotive all’interno di contesti narrativi di genere. Con la serie “Magic & Steam” si inserisce nel filone steampunk con una voce personale, capace di coniugare azione e introspezione.

Get it together. The Undead Detective Agency (Vol. 1)”, di Shelby Rhodes, Triskell Edizioni

“Get it together. The Undead Detective Agency (Vol. 1)”, in uscita il 4 aprile, di Shelby Rhodes, Triskell Edizioni è uno di quei romanzi che giocano con i generi e si divertono a smontarli dall’interno. Paranormale, urban fantasy, commedia romantica e detective story si intrecciano in una narrazione leggera ma intelligente, capace di costruire un mondo sopra le righe senza mai perdere il ritmo.

Il protagonista, Octavius Evander, è già di per sé una promessa narrativa: un vampiro millenario con la maturità emotiva di un adolescente entusiasta. Una creatura antica, teoricamente temibile, che però si ritrova a combattere non contro nemici sovrannaturali, ma contro qualcosa di molto più banale e insidioso: la noia. Ed è proprio da qui che nasce l’idea folle di fondare un’agenzia investigativa per non morti.

Il cuore del romanzo è tutto in questo contrasto. Da una parte l’eternità, dall’altra l’assoluta incapacità di gestirla. Octavius non è un vampiro tragico né un predatore elegante: è impulsivo, caotico, incapace di pianificare davvero. E proprio per questo irresistibilmente umano.

L’ingresso di Turney nella storia segna un cambio di passo. Umano, inconsapevole dell’esistenza del mondo sovrannaturale, Turney rappresenta tutto ciò che Octavius non dovrebbe desiderare. Ma il romanzo lavora proprio su questa tensione: il rischio, il segreto, l’attrazione. Il loro rapporto si costruisce su una dinamica classica, ma resa fresca da un tono ironico e da dialoghi vivaci.

Uno degli elementi più riusciti del libro è l’ironia. Shelby Rhodes non prende mai troppo sul serio il proprio universo narrativo, e questo permette alla storia di respirare. Le situazioni paradossali, le difficoltà burocratiche di un vampiro che vuole aprire un’agenzia, la costruzione di una squadra improbabile: tutto contribuisce a creare un tono leggero, ma mai superficiale.

Sotto questa leggerezza, però, si intravedono temi più profondi. Il senso dell’identità, il bisogno di uno scopo, la difficoltà di appartenere a un mondo quando si è, letteralmente, fuori dal tempo. Octavius non cerca solo casi da risolvere: cerca un motivo per esistere, per sentirsi vivo nonostante la sua condizione.

La struttura narrativa è dinamica, costruita su capitoli brevi e su una progressione rapida degli eventi. È un libro che si legge con facilità, ma che riesce comunque a costruire un universo coerente, con regole e gerarchie interne ben definite.

Il lato romance, poi, non è accessorio. È parte integrante della storia, ma non la sovrasta. Si sviluppa con gradualità, tra esitazioni, tensioni e momenti di complicità, evitando di diventare prevedibile.

“Get it together. The Undead Detective Agency (Vol. 1)” è quindi una lettura perfetta per chi cerca qualcosa di divertente, originale e un po’ fuori dagli schemi. Un romanzo che intrattiene, ma che riesce anche a raccontare, sotto la superficie, cosa significa cercare un posto nel mondo, anche quando non si appartiene più a quello dei vivi.

Chi è Shelby Rhodes

Shelby Rhodes è un’autrice nota per le sue storie che mescolano elementi paranormali, romance e humor. I suoi romanzi si distinguono per il tono leggero e per la capacità di costruire personaggi eccentrici ma emotivamente credibili. Con la serie “The Undead Detective Agency” ha conquistato i lettori amanti del fantasy contemporaneo, proponendo un universo narrativo ironico e coinvolgente.

Le rovine”, di Giada Scodellaro, Articoli Liberi

“Le rovine”, di Giada Scodellaro, Articoli Liberi è uno di quei romanzi che non si leggono in modo lineare, ma si attraversano. Un testo che si muove per frammenti, per voci, per immagini, e che proprio nella sua apparente discontinuità costruisce una forma potente di verità narrativa.

Ambientato in un futuro che somiglia inquietantemente al presente, il libro mette al centro sei donne che condividono uno spazio chiuso, una torre abitativa fatiscente che diventa insieme rifugio e prigione. Non c’è una trama tradizionale, non c’è una progressione classica: ciò che troviamo è un mosaico, un insieme di storie, pensieri, dialoghi che si intrecciano fino a creare una visione complessiva.

La scrittura di Giada Scodellaro è una delle chiavi più affascinanti del romanzo. È una lingua viva, stratificata, che alterna registri diversi: dal lirico al vernacolare, dal frammento poetico al discorso corale. Questa varietà non è mai casuale, ma risponde a una precisa esigenza: restituire la complessità delle esperienze delle protagoniste, la loro pluralità, la loro resistenza.

Il tema centrale è quello del controllo. Le donne di “Le rovine” vivono in un sistema che le marginalizza, le limita, le osserva. Eppure, attraverso la parola, attraverso il racconto, riescono a costruire uno spazio di libertà. Raccontare diventa un atto politico, un modo per sottrarsi alle strutture di potere.

Il romanzo lavora molto sull’immagine dello specchio rotto, evocata anche nella sinossi. La realtà non è mai unitaria, ma frammentata, riflessa in mille pezzi. Ogni voce aggiunge un tassello, ogni storia contribuisce a costruire un’immagine complessiva che resta però sempre parziale, instabile.

C’è anche una forte dimensione collettiva. Le protagoniste non sono isolate, ma fanno parte di una comunità. Una comunità fragile, imperfetta, attraversata da tensioni, ma capace di generare solidarietà. In un mondo che tende a isolare, questo elemento diventa fondamentale.

Uno degli aspetti più interessanti è il modo in cui il romanzo dialoga con la tradizione della letteratura afroamericana e femminista. Le voci delle protagoniste portano con sé una storia, una memoria, una stratificazione culturale che arricchisce il testo e lo rende profondamente radicato in una realtà più ampia.

“Le rovine” è un libro che può disorientare. Non offre appigli immediati, non guida il lettore in modo rassicurante. Ma proprio in questo risiede la sua forza. È un romanzo che chiede partecipazione, che invita a ricostruire, a mettere insieme i pezzi.

Vincitore del Novel Prize, il libro si impone come una delle opere più interessanti della narrativa contemporanea, capace di unire sperimentazione formale e urgenza tematica. Non è una lettura facile, ma è una lettura necessaria.

La vergine dei sicari”, di Fernando Vallejo, Articoli Liberi

“La vergine dei sicari”, di Fernando Vallejo, Articoli Liberi è un romanzo che non lascia scampo. Non consola, non media, non addolcisce. È una discesa lucida e feroce dentro un mondo dove la violenza è diventata linguaggio quotidiano, dove la morte non è evento ma condizione costante dell’esistenza.

Ambientato a Medellín, il libro si muove dentro una città devastata, attraversata da una generazione di giovani sicari cresciuti nella miseria, nella religione e nella brutalità. Il narratore, un intellettuale disilluso tornato in Colombia dopo anni, osserva questo universo con uno sguardo insieme cinico e profondamente coinvolto. Al centro del racconto c’è la relazione con Alexis, un adolescente assassino, che diventa amante e guida in questo inferno urbano.

La forza del romanzo sta proprio in questo intreccio: amore e morte, desiderio e distruzione, tenerezza e violenza convivono senza mai trovare una sintesi. Vallejo costruisce una narrazione che sembra oscillare continuamente tra confessione intima e invettiva politica, tra lirismo e brutalità.

La lingua è uno degli elementi più potenti del libro. È una scrittura che colpisce, che aggredisce, che non cerca mai di risultare neutra. Il tono è spesso sarcastico, provocatorio, carico di rabbia, ma anche attraversato da momenti di malinconia e nostalgia. Il narratore parla direttamente al lettore, lo interpella, lo trascina dentro il suo flusso di pensiero.

Uno dei temi centrali è la perdita dei valori. La Medellín raccontata da Vallejo è una città dove ogni sistema di riferimento è crollato: la religione è ridotta a superstizione, la morale è sostituita dalla sopravvivenza, la vita umana ha perso ogni peso. Eppure, proprio dentro questo vuoto, il romanzo cerca disperatamente un senso, una possibilità di salvezza, anche se minima e fragile.

La figura della “vergine” del titolo richiama la dimensione religiosa che attraversa tutto il libro. I sicari pregano, chiedono protezione, benedicono le armi. La fede non scompare, ma si trasforma in qualcosa di ambiguo, quasi grottesco. È una religione che convive con la violenza, che la accompagna invece di contrastarla.

Il rapporto tra il narratore e Alexis è forse l’aspetto più disturbante e allo stesso tempo più umano del romanzo. Non è un amore idealizzato, ma una relazione attraversata da contraddizioni, desiderio, potere e consapevolezza della fine. Alexis uccide, eppure resta una figura fragile, quasi innocente nella sua brutalità.

“La vergine dei sicari” è anche un romanzo profondamente politico. Non nel senso tradizionale, ma perché mette in scena le conseguenze di un sistema che ha abbandonato intere generazioni. Vallejo non offre soluzioni, non propone risposte: mostra, denuncia, espone.

Il risultato è un testo breve ma densissimo, che lascia un senso di inquietudine difficile da dissipare. È una lettura che divide, che può respingere, ma che difficilmente lascia indifferenti.

Uno dei grandi meriti del romanzo è proprio questo: costringere il lettore a guardare dove normalmente distoglie lo sguardo. A confrontarsi con una realtà che non è lontana, ma solo più esplicita, più nuda.

“La vergine dei sicari” è un libro necessario, scomodo, radicale. Un’opera che dimostra come la letteratura possa ancora essere un luogo di verità, anche quando quella verità è insopportabile.

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