Coronavirus

Come “La peste” di Camus può aiutarci a capire la psicosi da Coronavirus

Ci sono libri in grado di oltrepassare i confini del tempo e dello spazio per condurci nei meandri dell'animo umano e svelarcene gli anfratti più nascosti
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Quando terminava il secondo conflitto mondiale e le ferite erano ancora brucianti, Albert Camus seppe raccontare, come nessuno aveva fatto sino a quel momento, l’angoscia profonda che la guerra aveva instillato nell’animo di milioni di donne e uomini in tutto il mondo. Quanto era accaduto, sembrava impossibile da rappresentare, così lo scrittore algerino si affidò alla sua arma più potente, l’immaginazione, dando vita a uno dei romanzi più belli e significativi del XX secolo: “La peste“. 

Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta, e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio.

Leggere il presente attraverso le lenti della letteratura

Nel romanzo di Camus Orano è colpita, infatti, da un’epidemia inesorabile e tremenda. Isolata, affamata, incapace di fermare la pestilenza, la città diventa il palcoscenico per le passioni di un’umanità al limite tra disgregazione e solidarietà. La fede religiosa, l’edonismo di chi non crede alle astrazioni né è capace di “essere felice da solo”, il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda; l’indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l’egoismo gretto sono, invece, gli alleati del morbo.

Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice.

Perché è difficile essere solidali in tempi di pestilenza

La psicosi innescata dal Coronavirus ha squarciato i panni di cui ci vestiamo ogni giorno per lasciarci nudi, inermi e disperatamente attaccati alla vita. È in momenti come questi che essere solidali e coraggiosi richiede uno sforzo non indifferente. E non si tratta di alcuna degenerazione dei tempi – come sostengono i nostalgici di un tempo mai esistito -, quanto delle paure e delle angosce più profonde che caratterizzano il nostro essere uomini. Se i supermercati di Milano sono stati depredati e tutte le amuchine vendute in poche ore, è perché siamo spaventati. E forse, per una volta, possiamo appellarci alla nostra umanità e concederci un briciolo di irrazionalità. 

In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi.

“La peste” ha rappresentato le paure profonde dell’uomo

Ci sono libri in grado di oltrepassare i confini del tempo e dello spazio per condurci nei meandri dell’animo umano e svelarcene gli anfratti più nascosti. Quando questa magia accade, fra le mani stiamo stringendo quello che si definisce un classico. In tempi difficili come questi, dove le paure più ancestrali affiorano inevitabilmente sulla superficie del nostro io, è il momento di affidarci ai classici per trovare risposta alle nostre domande. Niente e nessuno possono placare la nostra angoscia, ma forse possiamo per una volta fermarci e riflettere su quanto la psicosi da virus abbia rivelato del nostro essere uomini, al di là dell’epoca e del contesto in cui viviamo. Perché, di fronte alla morte, siamo tutti uguali: spaventati, piccoli e, soprattutto, soli. 

Per il momento egli voleva fare come tutti coloro che avevano l’aria di credere, intorno a lui, che la peste può venire e andarsene senza che il cuore dell’uomo ne sia modificato.

 

 

 

 

 

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