Claudia Durastanti racconta ‘La straniera’, finalista al Premio Strega 2019

Claudia Durastanti racconta a Libreriamo 'La straniera', il suo ultimo romanzo finalista al Premio Strega 2019

MILANO – Da New York a un minuscolo paese della Basilicata, poi Roma e infine Londra. La vita di Claudia Durastanti è intrecciata alla storia dei luoghi in cui ha vissuto, e, soprattutto, alla storia della sua famiglia. Abbiamo intervistato Claudia Durastanti, una dei cinque finalisti al Premio Strega 2019, per farci raccontare il suo ultimo romanzo La straniera.

Intervista a Claudia Durastanti

Cosa ha voluto dire per te mettere nero su bianco la tua storia, intrecciata a quella della tua famiglia, attraverso la forma del memoir?

Non amo definire la straniera un memoir, non perché non sia basato su dei ricordi di famiglia, ma perché faccio fatica a pensare al genere memoir senza pensare al racconto di un grande dolore da elaborare. Io invece volevo trattare la vita dei miei genitori come se fosse un romanzo, che è esattamente quello che hanno fatto loro nella loro vita. Io vengo da una stirpe di impostori, tutti i membri della mia famiglia hanno sempre sfidato le aspettative che c’erano su di loro in termini di lingua, classe sociale, cultura, identità e disabilità, e la stessa cosa che hanno fatto loro con la loro vita volevo farla io con il genere letterario: ho voluto sovvertire le aspettative rispetto al genere memoir per quanto riguarda al trattamento del biografico.

Da New York a un piccolo paese della Basilicata, una migrazione al contrario rispetto a quella di tanti italiani. E infine, un altro paese straniero: l’Inghilterra. Come questi luoghi hanno inciso su di te e sulla tua scrittura?

Io confondo sempre i luoghi con le storie d’amore, riesco a trattare i luoghi solo quando li ho abbandonati. I luoghi di cui parlo sono terre mitiche, tasselli di patrie confluite in un macro-mondo in cui c’è un po’ di tutto. C’è la solitudine e visionarietà della mia vita lucana, che è una vita in potenza, in cui la fatica dell’isolamento ha fatto si che mi innamorassi di tutto, e arrivassi a Roma con il forte desiderio di innamorarmi di tutto. L’America è forse la terra più mitica, perché è lì che si è svolta la vera epica picaresca della mia famiglia di migranti. Londra invece è una terra immaginata, proiettata nel futuro e per questo scritta al tempo futuro. È la città più accelerata in cui ho vissuto, viverci fa davvero capire in che modo si trasforma il modo di vivere la città.

Il personaggio di tua madre è potentissimo: la sua imprendibilità, la sua forza, la sua “incoscienza” nel vivere la sordità. Cosa hai imparato di più prezioso da lei?

Da mia madre ho preso questo grande impulso di libertà, anarchia e sovversione delle regole. Lei è così nell’esistenza io, invece, nella scrittura. È tramite la scrittura che sono riuscita a trattenerla, imbrigliarla e in qualche modo dominarla. Tramite la scrittura sono affiorati tutti gli insegnamenti che ho assorbito da lei, tutte le forze contrarie, tutte le ossessioni da cui nella vita reale mi sono staccata per differenziarmi da lei, che però fanno inevitabilmente parte di me. Grazie alla scrittura mi sento veramente figlia di questa donna.

La sordità da un lato, e un senso di sradicamento dall’altro. Chi è la vera straniera del romanzo?

La straniera è una figura trasversale nel romanzo, incarnata via via da varie donne. La straniera per eccellenza è sicuramente mia madre – c’è un episodio nel libro in cui per via della sua sordità viene chiamata ‘la straniera’. Ma divento straniera anche io quando raccolgo il testimone della migrazione da mia madre, da mia nonna e dalla mia bisnonna. È una storia di “migrazione matrilineare” che volevo rappresentare.

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