Il personaggio-simbolo di “Cime tempestose” nasce come un orfano “zingaro dalla pelle scura” per poi evolversi in un uomo dal cuore dolente e pieno di vendetta. Ma cosa si cela dietro di lui? È possibile che il mistero della sua origine sia tutto ciò che porta lettori e critici a nominarlo più e più volte quando si pensa all’opera di Emily Bronte?
Heathcliff è il fulcro del romanzo: amore, ossessione, forza distruttiva. È il personaggio che torna sempre, tra lettori e critica, perché spiega (e complica) tutte le dinamiche.
Innamorato di Catherine Earnshaw, figlia della famiglia presso cui viene accolto in gioventù, non fa che subire rifiuti e umiliazioni — tra le tante, quelle di Ellen Dean, la domestica. Alla morte del padre adottivo Heathcliff sarà quindi solo, privo di protezioni, in balia delle voci e delle percosse, pronto a trasformarsi in un personaggio vendicativo e tormentato.
È qui che avviene il cambiamento
L’evoluzione di Heathcliff da vittima a “cattivo” porta il lettore a puntare il dito con biasimo; tuttavia, non stiamo parlando di una vera e propria cattiveria in stile villain. Egli viaggia verso la cosiddetta “zona grigia” dell’animo umano, lontano dall’immagine dell’eroe buono e senza macchia — cosa che in realtà lo rende molto più realistico e pieno di sfaccettature.
Ciononostante, questo carattere a 360 gradi non lo rende empatico nei confronti dell’eroina della storia (che a sua volta non è stata empatica con lui), ma alimenta anzi un problema d’incomunicabilità che il lettore non accetta e disapprova, addossando a lui tutta la colpa.
Il capro espiatorio imperfetto
Heathcliff è l’outsider, il diverso, lo “zingaro con la pelle scura”. È difficile immaginarlo davvero “ammesso” nel mondo degli Earnshaw: anche quando è in casa, resta fuori dalla stanza. La stessa Catherine, poi, abbandonerà la sua infatuazione per sposare un altro uomo di nome Edgar Linton, per ragioni sociali e di sicurezza. Avere Heathcliff come marito sarebbe “degradante” sotto un punto di vista sociale, dice.
Ed ecco perché possiamo ben dire che lui è il prodotto dell’ambiente che lo circonda.
Non si sarebbe mai evoluto nella sua versione più “cattiva” se nel corso della sua adolescenza non fosse stato costantemente bersaglio, sminuito o colpito.
Lo stesso Nietzsche spiega come la sofferenza può trasformarsi in una sorta di desiderio di vendetta (il risentimento). Nasce quando chi soffre non può reagire e come la non-azione porta a un accumulo di rabbia. E più si accumula, più cerca una via d’uscita: una vendetta, spesso indiretta o strutturata.
Nel “Il conte di Montecristo” abbiamo un esempio evidente di questa trasformazione, seppur con un risultato diverso e una presa di maggior fascino sulle folle. Heathcliff, di contro a Edmond Dantès, ci mostra un’altra faccia della medaglia “nietzscheana” fino a trasformarsi nel “cattivo”pieno di risentimento.
Due pesi e due misure in “Cime tempestose”
Edmond è quel giovane ingenuo a cui vien tolto tutto nel momento in cui, dopo aver faticato tanto, ha raggiunto l’apice dei suoi sogni; Heathcliff è quello zingaro che i sogni non li ha mai realizzati, né sfiorati: entrambi, però, hanno osato vendicarsi di chi ha fatto loro del male.
Perché uno viene “osannato” e l’altro criticato aspramente?
Le motivazioni, forse, stanno nel modo in cui viene presentata la storia e nella sua conclusione.
A cullare Edmond è la Provvidenza, il cielo, e giacché questo lo guida assieme alle parole di Alexandre Dumas, anche noi abbiamo la sensazione che la vendetta sia giusta e sacrosanta; d’altro canto c’è Heathcliff, presentato dalla voce parziale che da sempre lo ha ostracizzato. Può dunque esserci redenzione per lui?
Noi lettori leggiamo con la nostra testa, ma attraverso le parole di un narratore, che in questo caso sono filtrate dalla voce di Ellen Dean.
Le generazioni future
La capacità di spingere la vendetta fino alle generazioni successive, come abbiamo detto, non appartiene solo a Heathcliff: in forme diverse, la troviamo anche in Edmond Dantès.
Eppure, su questo punto, il giudizio del pubblico cambia.
Montecristo si muove con un’aura di mistero e di controllo: lui è l’eccentrico, il benefattore, l’uomo che sembra avere sempre una ragione “più alta”. Heathcliff, invece, resta inchiodato alla sua materia ruvida: il vendicativo che espropria, che soffoca, che arriva perfino a piegare la vita dei giovani e a spingerli verso matrimoni senza scelta.
Sono due uomini che orchestrano, sì, ma con maschere opposte e risultati emotivi opposti su chi legge. Tuttavia, la matassa primordiale è la stessa: in entrambi i casi è “l’altro” a innescare la ferita, a creare il risentimento.
Catherine Earnshaw
Catherine è un paradosso, l’origine del tormento e del risentimento di Heathcliff. Lei lo ama, ma non lo sceglie davvero. Lo ama nel profondo, con le viscere, con ogni sua forza, ma è ombra e parte della società, e pertanto decide di sposare un uomo che ne fa parte: Edgar Linton perché quella scelta le garantisce sicurezza, status, un futuro “comprensibile”.
È in quel punto del romanzo che Heathcliff si scollega con la sua parte originale” e inizia la sua evoluzione: non tanto perché viene respinto in amore, ma perché capisce che nella società in cui vive lui non è un’opzione. Non è marito, non è erede, non è rispettabile. Non dimentica, non va oltre (su questo, ancora una volta, è come Edmond) ed è come se dicesse: “Se io ho sofferto così, allora anche voi lo farete alla stessa maniera”; e la rabbia cresce, muta, diventa organizzazione.
Senonché non si può colpevolizzare Catherine per la sua scelta, è vero. Siamo dotati di libero arbitrio e lei ha avuto il diritto di castrarsi in un matrimonio senza amore, preferendo la rispettabilità sociale; altresì è indubbio che questa decisione abbia scatenato una successione di eventi, e di questi abbiamo finora parlato.
