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Charles Dickens e il vero significato del Natale

Spesso, per chi vive da solo o versa in difficoltà economiche, il periodo delle feste natalizie è un momento triste. Il celebre "Canto di Natale" di Charles Dickens ci invita a riflettere su questi temi e sul vero significato del Natale.

Probabilmente se pensiamo al Natale le prime immagini che ci vengono in mente sono legate ai lauti pranzi in famiglia, ai regali da scartare, alla casa addobbata con luci e decorazioni di ogni genere. Riassumendo, quindi, pensiamo ad abbondanza e compagnia. Ma non per tutti è così. In molti vivono le feste natalizie con difficoltà per via della solitudine, della povertà, o di entrambe le cose.

Nell’epoca del consumismo e della perenne necessità di apparire agli occhi del prossimo, sarebbe importante ricordarci quale sia il vero senso del Natale. È paradossale che proprio chi non ha niente sia più vicino a vivere questo momento di festa con la giusta consapevolezza. Ce lo insegna Charles Dickens, che ha dedicato molti dei suoi libri agli ultimi e ai più deboli. In particolare, il suo “Canto di Natale” è un inno alla riscoperta dell’umanità grazie alla magia del Natale.

Mr Scrooge, un uomo solo

Il protagonista di “Canto di Natale” è Ebenezer Scrooge, un uomo che vive nella solitudine più assoluta e che col tempo è diventato sempre più scorbutico e sprezzante nei confronti di chi prova ad avvicinarglisi. È un uomo ricchissimo, ma incredibilmente solo. Sebbene abbia tutto ciò che in molti reputano l’unica condizione per essere felici – il denaro -, Scrooge non è un uomo realizzato. Ecco come lo descrive Dickens:

“Scrooge consumò la sua malinconica cena nella solita malinconica taverna; lesse tutti i giornali, e dopo essersi rincuorato controllando l’andamento del suo conto in banca, se ne andò a dormire nella casa che un tempo apparteneva al suo defunto socio. La sua abitazione era costituita da alcune stanze piuttosto lugubri, poste in un palazzo dall’aria cupa situato in fondo a un cortile.

Quel casermone era così fuori posto che sembrava fosse arrivato nella corte per caso, come se da piccolo avesse giocato a nascondino con le altre case e avesse poi dimenticato la strada per tornare indietro. Scrooge era l’unico abitante di quell’edificio vecchio e sinistro, tutti gli altri locali erano stati affittati come uffici. Perfino Scrooge, che conosceva ogni pietra del selciato, avanzava a tentoni in quella terribile oscurità. La nebbia e il gelo regnavano nell’androne buio e lugubre: sembrava che il Genio del Tempo si fosse seduto sulla soglia; immerso in cupe riflessioni”.

Tutto nella vita di Scrooge è freddo, anzi gelido. La cena c’è, è anche abbondante, ma è “malinconica” perché il pasto è consumato in totale solitudine. Eppure, il protagonista di “Canto di Natale” imparerà presto cosa renda la vita degna di essere vissuta.

La vera ricchezza

Impariamo la bellezza del Natale dalla famiglia Cratchit:

“Figurarsi! Bob non aveva che quindici bob alla settimana, come il popolo chiama gli scellini; tutti i sabati intascava appena quindici esemplari del suo nome di battesimo; eppure lo Spirito di Natale volle benedire quella sua casetta di quattro camere. Si alzò allora la signora
Cratchit, la moglie di Bob, con indosso una povera veste due volte rivoltata, ma tutta galante di nastri, i quali costano poco e fanno una figura vistosa.
 
E la signora Cratchit mise la tovaglia, con l’aiuto di Belinda Cratchit, secondogenita, anch’ella raggiante di nastri; mentre il piccolo Peter Cratchit, chinandosi per immergere una forchetta nella pentola delle patate, riusciva a cacciarsi in bocca le punte del suo mostruoso collo di camicia (proprietà paterna, conferita al figlio ed erede in onore della festa) e bruciava dalla voglia di far pompa di tanta biancheria nelle passeggiate alla moda.
 
Due Cratchit più piccini, maschio e femmina, irruppero dentro gridando che di fuori al forno avevano sentito l’odore dell’oca e che l’avevano riconosciuta per l’oca loro; e inebriandosi nella festosa visione di una salsa di salvia e cipolla, i due piccoli
Cratchit si dettero a danzare intorno alla tavola, e levarono a cielo il signor Pietro, il quale, umile in tanta gloria benché quasi soffocato dal collo immane, soffiava nel fuoco, fino a che le patate levarono il bollore e picchiarono forte al coperchio della pentola per esser tratte fuori e pelate”.

Il senso del Natale

Sebbene indigenti, i Cratchit accolgono con vivacità le feste perché non pensano a ciò che non hanno e sono invece grati per ciò che hanno, nel loro caso l’amore e il calore della famiglia. Grazie all’intervento degli spiriti del Natale, anche Ebenezer Scrooge comprenderà il vero senso del Natale e della vita: non sono i beni materiali, né la giovinezza, né il potere a renderci felici. Ciò che fa la differenza nelle nostre vite è l’essere grati per ciò che abbiamo e il saper diffondere questa positività al nostro prossimo, proprio come fa Scrooge alla fine di “Canto di Natale”.

Charles Dickens

Romanziere inglese tra i più popolari della storia della letteratura, capace di costruire narrazioni uniche con uno stile semplice e diretto, Charles Dickens sviluppa fin da bambino una passione profonda per la scrittura e le storie.

Secondo di otto figli, è costretto da giovanissimo a lavorare come manovale, dopo l’arresto del padre per i debiti accumulati. A tredici anni riprende gli studi, presso l’Accademia di Wellington, ma due anni dopo deve abbandonarla, seppur a malincuore, per dedicarsi al lavoro. Fattorino in uno studio legale, dopo un anno diventa cronista parlamentare. Poco tempo dopo, nel 1829, grazie al precedente incarico, viene assunto come giornalista alla Law Courts dei Doctor.

Nel 1837 raggiunge il grande successo grazie alla pubblicazione a puntate di “Oliver Twist” e poi del romanzo “Quaderni di Pickwick”, modificato successivamente in “Circolo Pickwick”. Le sue opere di maggior successo sono il racconto lungo “Canto di Natale” del 1843 e il romanzo “David Copperfield” del 1850.

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