Dantedì

Breve lezione su Dante: ecco perché è importante continuare a leggerlo

In occasione del Dantedì, lo scrittore e studioso Dario Pisano ci spiega perché è importante continuare a leggere Dante
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Oggi, 25 Marzo, abbiamo deciso di festeggiare Dante. Lo facciamo volentieri, però ci assumiamo una responsabilità: quella di continuare a festeggiarlo almeno un poco ogni giorno. Leggiamolo sempre, 7 giorni su 7, e proviamo a interiorizzare i suoi versi e a custodirli nelle stanze della nostra mente. La Divina Commedia è una po’ una Domenica della mente.

Dante è un poeta perenne

Vorrei innanzitutto dissipare alcuni luoghi comuni: Dante non è un poeta attuale. Non voglio farla lunga ma l’aggettivo «attuale» mi è sempre parso improprio. Dante è molto di più e molto di meglio. Dante è perenne, la sua voce appartiene a ieri, a oggi, a domani, appartiene a un sempre. E poi: prima di essere il padre della cultura italiana, giustamente rivendicato come tale dai tanti intellettuali di età risorgimentale, Dante è un grande poeta mondiale, è un faro poetico che illumina la terra. Qualcuno ha detto che il mondo è troppo piccolo per ignorare Dante. Pensate che l’Italia ha offerto Dante al mondo; e il mondo ce lo ha riofferto sotto una luce nuova.

Dante è ognuno di noi

Nel secolo scorso Ezra Pound ci ha invitato a riflettere sul fatto che colui che dice “io” all’interno della Commedia non è solo Dante, poeta fiorentino, ma sono anche io, sei anche tu, siamo noi, sono tutti gli uomini sulla terra. Dante è l’ everyman, l’ogni uomo, è ognuno di noi. E allora tutti per uno e uno per tutti. Questo respiro di universalità non dobbiamo dimenticarcelo, sopratutto nei momenti di angustia esistenziale.

Perché leggere Dante

La domanda che ci dobbiamo porre però è una domanda radicale. Perché leggere Dante, anzi, la formulo in maniera ancora più estremistica: in un momento come quello che stiamo attraversando, di grande paura e smarrimento, quale ruolo ha la Letteratura? La bellezza salverà il mondo, diceva il protagonista dell’ Idiota. In che misura questa proposizione è vera? Mi allontano ( apparentemente ) da Dante e vi cito una bellissima scrittrice ebraica, Etty Hillesum, la quale morì giovanissima ad Auschwitz. Ci ha lasciato un diario – scritto in anni molto difficili -che tutti dovrebbero leggere. Un diario che documenta il precipitare della sua Europa nel buio dell’Olocausto. La sua luce interiore, però, brilla tenace. Offro alla vostra attenzione una sua riflessione:

 «Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra».

La letteratura può salvare

È una provocazione che dobbiamo raccogliere: come si può lodare la vita, manifestarle gratitudine, nonostante l’ennesimo anno di guerra ? Io amo quelli scrittori che anche nei momenti più oscuri della storia sono riusciti a riscattare, a raccontare e a donare quello che sembrava definitivamente perduto: il bene di vivere. Pensate a Giuseppe Ungaretti che in trincea – con accanto un compagno massacrato – scrive lettere piene d’amore e scopre di non essere mai stato tanto attaccato alla vita. Tutti ricorderete poi le pagine celebri del romanzo Se questo è un uomo di Primo Levi, dedicate al canto di Ulisse. Il protagonista, mentre è in fila per il misero pasto, cerca di ricostruire a memoria le terzine del canto XXVI dell’ Inferno. Nella macchina infernale e disumanizzante del lager la memoria della poesia dantesca è ciò che lo salva dalla brutificazione. Qualche anno prima c’era stato un altro grande poeta che era finito in un campo di concentramento, il russo Osip Mandel’stam, autore del magnifico saggio “ Conversazione su Dante “ il quale, deportato in un gulag, la sera traduceva Dante in russo ai suoi compagni di morte.
In conclusione: nel secolo dei totalitarismi Dante è stato «il pane che si porta in carcere» ( Ossola ); nel diluvio della storia la sua poesia è sempre stata un’arca di salvezza, un refugium hominibus. Vi invito a pensare alla Commedia come a al più alto edificio poetico e spirituale che sia mai stato innalzato: alle porte di questo aedificium spiritualis tanti uomini hanno bussato per ritrovare il senso della propria esistenza.

La letteratura ci aiuta a “biodegradare” il male

Il filosofo Adorno aveva scritto una volta che dopo l’Olocausto, dopo le immani tragedie del Novecento, non sarebbe più stato possibile scrivere poesie. Questo perché certi orrori secondo lui non si potevano neanche raccontare. I poeti, gli artisti, hanno dimostrato che si sbagliava: è possibile continuare a elaborare vita e bellezza anche all’Inferno ( non ce lo ha insegnato Dante? ). Il grande antropologo Ernesto de Martino ha scritto una volta che «non bisogna perdersi nel dolore, passare insieme a lui, non dobbiamo passare con ciò che passa, ma – al contrario – far passare il dolore in noi». Questa è la funzione antropologica della letteratura e dell’arte: biodegradare il male di vivere; trasformare i dolori in valori.

Quello di Dante è un viaggio esistenziale

Giorgio Caproni, poeta innamorato di Dante, ci ha lasciato un distico memorabile: La vita si fa sempre più dura? Evviva la Letteratura! Notate la scelta lessicale dell’aggettivo dantesco “dura”. È dura la vita come è dura la sfida che il poeta – alle soglie dell’Inferno – pone a sé stesso: raccontare la disperazione di essersi perso, nel mondo e nella vita ( Inf. v. 4: Ahi quanto a dir qual era è cosa «dura !» ). Però qualche verso dopo leggiamo: «ma per trattar del ben ch’io vi trovai / dirò delle altre cose ch’io vo scorte» (Inf. 1, vv. 8-9).
Ecco il messaggio: quella selva orrorosa è anche deposito di un bene, c’è una potenzialità di bene e di bellezza e di salvezza ( le due parole tra loro fanno rima….) che può rovesciare la disperazione in qualcosa di diverso. Il viaggio scandito dai canti del poema sacro, un itinerario esistenziale orientato alla riconquista di un bene morale, è il viaggio di ognuno di noi. La vita – ci ha insegnato F. Pessoa – è un viaggio sperimentale compiuto involontariamente.  Ognuno di noi – nella selva erronea di questa vita – cerca di emanciparsi dalle proprie incertezze, dalla nebbia, dalla « caligine del mondo» e fatica giorno dopo giorno per ritrovare una diritta via, che lo porti a riconquistare il bene di esistere.

Perché celebrare il Dantedì

Poiché Dante è un poeta planetario vi offro una riflessione del grande scrittore argentino J. L. Borges, il quale diceva che la Commedia è «il miglior libro mai scritto dagli uomini», una città che non finiremo mai di esplorare del tutto. Secondo Borges «non leggere questo libro significa condannarsi a uno strano ascetismo» .Non esiste un piacere culturale altrettanto irrinunciabile come quello che ci offre il poeta che stiamo festeggiando!

Chiudo citando due versi di una sua lirica ( Io sento sì d’Amor la gran possanza ):

Io non la vidi tante volte ancora
ch’io non trovasse in lei nova bellezza

Dante sta dicendo: Ogni volta che io guardo la mia amata trovo in lei nuova bellezza.
In effetti non ci stanchiamo mai di guardare le persone che amiamo; di leggere – nei loro occhi – il palpito diverso di ogni giorno. Questi versi che il poeta dedica alla sua amata noi li dedichiamo al suo capolavoro!
Ogni volta che rileggiamo la Divina Commedia troviamo qualcosa di inedito e di meraviglioso che ci era sfuggito; un’immagine di noi stessi; nova bellezza, la nostra bellezza della nostra vita.
Questa rilettura perenne di Dante, questa esplorazione amorosa del suo libro non finirà mai, perché questo libro durerà ben oltre le nostre notti e le nostre veglie.
In conclusione, questa è la Divina Commedia: la realtà di noi uomini che si svela a sé stessa.

Buon Dantedì a tutti!

Dario Pisano

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