L'intervista

Ben-Naftali Michal, “la letteratura rende il passato più intenso, più chiaro, più vero. Anche la Shoah”

Ben- Naftali Michal, autrice del romanzo “l’insegnante”, racconda la storia di Elsa Welss, un’insegante il cui destino è tragicamente legato a quella di Rudolf Kastner
L'insegnante

MILANO – Per non dimenticare la Giornata della Memoria abbiamo deciso di intervistare Ben-Naftali Michal in merito al suo romanzo L’insegnaante. Il libro racconta la storia di Elsa Welss, insegnante di inglese dell’autrice, morta sucida senza un’apparente spiegazione. Ben- Naftali Michal immagina di collegare la vicenda di Elsa a quella drammatica, realmente accaduta, del treno di Rudolf Kastner che avrebbe dovuto portare in salvo in Svizzera quasi duemila ebrei ungheresi. Un romanzo che chiede di non dimenticare le vite di queste persone.

Che cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Tutti i libri che scrivo sono il risultato di un’accumulazione di tempo. Di solito sono perseguitata da un ritratto – può essere un ritratto fittizio oppure descrittivo (per esempio Ruth la Moabita oppure la figlia di Lot, o una figura concreta e reale che ho incontrato una volta e che ora richiede la mia attenzione. In questo romanzo sono ossessionata da un’insegnante di inglese che avevo apparentemente dimenticato. C’è stato un particolare evento che lo ha provocato? Non è qualcosa che sono in grado di dire, perché non è connesso con il mondo esterno. Ha probabilmente a che fare con un mio tempo interno, un tempo di esperienze interiori; ha a che fare con quello che percepisco, non con quello che so del mondo o che voglio raccontare.

Che insegnamento ti ha lasciato Elsa Weiss?

Non è facile rispondere a questa domanda. Non scrivo letteratura moralistica, per cui non c’è nel libro una “lezione”, meno che mai una “lezione” collettiva. Ma il libro è scritto dalla prospettiva del narratore, una ex-studentessa, ed è lì che il vero dramma si svolge e si consuma. Penso che, retrospettivamente, il narratore cerca di capire la natura piena di tensione e a tratti crudele della sua insegnante, di capire perché si comportava in quel modo. Alcune delle sue intuizioni risultano dalla sovrapposizione del suo stesso ritratto su quello di questo o quell’insegnante. Al punto che diventano una sola, finché un evento cruciale non arriva a separarle.

Pensi che la letteratura possa essere lo strumento migliore per non dimenticare?

Penso che la letteratura riguardi il tempo, o meglio la temporalità del tempo. Il tempo personale, psichico, socio-politico della propria personale esperienza, il tempo del leggere che la scrittura presuppone e incorpora, e anche il tempo presente che uno scrittore dovrebbe contenere e rigettare al tempo stesso. Così non si tratta solo di dimenticare il passato. Sono d’accordo con Agamben quando analizza che cosa vuol dire essere contemporanei. Prendendo in considerazione tutte le dimensioni del tempo, la letteratura non ci aiuta solo a non dimenticare. Ci fa reinventare il nostro tempo. E rende il passato più intenso, più chiaro, più vero.

Perché è importante ricordare persone come Elsa Weiss e Rudolf Kastner?

Elsa Weiss e Kastner non sono sullo stesso livello ontologico. Elsa Weiss è una finzione, basata su un’insegnante realmente esistita che diventa un personaggio letterario. Ma non è un ritratto storico. Quindi non so se è importante ricordare Elsa anche se ammetto che io desidero realmente che lei sia ricordata… Riguardo a Kastner, è una cosa completamente diversa, che ha a che vedere con il destino tragico di questa persone, con il “judenrat”, che è il Jewish Councils durante l’Olocausto, cioè quegli ebrei che pensavano che negoziando con i nazisti avrebbero potuto salvare un numero maggiore di ebrei. Tutto il tema della “collaborazione” entra in gioco qui. Ma non necessariamente in un senso peggiorativo. C’è un modo di vedere qui un’altra versione del coraggio? Ovviamente, non erano partigiani. Non hanno opposto resistenza in modo chiaro e semplice. E’ un altro modo di affrontare gli eventi. Ma rende sfocata la distinzione tra vittime e persecutori. E io credo che questo sia quello che la letteratura deve fare: minare le dicotomie fissate per sempre e le distinzioni precostituite e preconcette.

­­­­Che consiglio daresti ai nostri lettori per far sì che non accadano più eventi del genere?

Penso che viviamo in delle società che producono, attraverso media diversi, giudizi e verdetti su base quotidiana. Molte volte viene fatto ignorando la propria esperienza, che è sempre complessa e contraddittoria. La gente si precipita a giudicare e domanda coerenza dove la coerenza non è possibile. Non voglio parlare di persecuzione con la P maiuscola. La mia Elsa Weiss è stata perseguitata sia dall’interno che dall’esterno. Nella sua prospettiva, è stata perseguitata per essere sul treno di Kastner, cioè sul treno privilegiato di quelli che diventano quindi “vittime contaminate”. Ovviamente è perseguitata anche dal suo senso di colpa nei confronti dei genitori che le hanno dato la vita due volte, facendole prendere quel treno. Ma quello che mi interessa in generale sono le persone che stanno leggermente ai margini, o che sono “de-socializzate” ma in modo minore. Rischiamo di perdere il loro grido, il loro richiamo, perché non è mai così forte o così vistoso da attirare la nostra attenzione. Qualche volta sembra che partecipino normalmente alla nostra vita quotidiana, nascondendosi a noi e a se stessi la propria alienazione. Queste figure minori sono sempre lì, ad attendermi.

Photo credits: Abraham Ben-Naftali

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