Venezia oggi

Venezia è ancora la città romantica e tranquilla che tutti conosciamo?

Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Scarsella, professore dell'Università Ca'Foscari di Venezia e autore del romanzo "Sogno fatto a Venezia nei giorni del Mose. Neuronarratologia veneziana"
Venezia è ancora la città romantica e tranquilla che tutti conosciamo?

Venezia è ancora la città romantica e silenziosa che tutti ci immaginiamo? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Scarsella, professore dell’Università Ca’Foscari di Venezia e autore del romanzo “Sogno fatto a Venezia nei giorni del Mose. Neuronarratologia veneziana (El Squero, 2016). Un romanzo ambientato nella città da sempre considerata la più romantica e magica del mondo: Venezia. Un racconto fantastico congiunto alla forma del romanzo a cornice.

L’intervista all’autore

La trama (che si svolge nell’unità di luogo di Venezia e della Laguna) non segue un ordine cronologico. Ogni capitolo può essere considerato come un racconto a sé stante nonostante vi una certa simmetria nella ricorrenza di personaggi, situazioni e oggetti. Di seguito l’intervista all’autore.

Come mai hai scelto questa struttura? Cosa volevi suscitare nel lettore?

Su Venezia è stato scritto di troppo e di più, per cui è difficile non risultare scontati e banali. Ho inteso lavorare sulla continuità dell’identità di Venezia nel tempo attraverso la ricorrenza di determinate azioni (il racconto è sempre un’azione) che sembrano avere ricadute nel tempo futuro. Fatto che Venezia è apparentemente immutata nel tempo, se non altro in forza della sua natura insulare e dell’assenza di autovetture, ma anche per la conservazione di un certo profilo urbanistico.

Venezia sembra funzionare come una straordinaria macchina del tempo. Ma la letteratura è piena di questi esempi, da Serenissima di Erica Jong ai racconti di Renato Pestriniero, ma io ho voluto far capire attraverso delle storie quanto fragile sia l’equilibrio emotivo che collega l’esperienza del singolo turista e l’atmosfera circostante. E questa è la componente neuronarratologica: cercare elementi di empatia tra i personaggi dei singoli racconti e la storia di Venezia, e di conseguenza con la mente del lettore e l’immagine di Venezia che egli ha elaborato.

Tema centrale per tutto il romanzo è il Mose, sistema di dighe artificiali poste alle tre bocche di porto della laguna di Venezia per contenere il fenomeno dell’acqua alta. Come mai ha scritto un romanzo proprio sul Mose?

In effetti il Mose è il cantiere che da quasi mezzo secolo ha assorbito tutte le speranze e i timori di Venezia sul suo futuro. Mose come Mosé, che salva Israele dalle acque. Mose però come macchina infernale che ha devastato il paesaggio e creato un meccanismo di corruzione immenso, che ha coinvolto la classe dirigente veneta.

Infatti la narrazione si apre e si chiude con l’arresto del Sindaco di Venezia avvenuto il 4 giugno 2014. Nelle scorse settimane però il Mose da mito è diventato realtà. Infatti è stato utilizzato per la prima volta dal 1987, anno in cui venne progettato, per trattenere l’acqua alta (130 cm.) con risultanti soddisfacenti. Dal momento che la realtà ha superato la fantasia, non pensi che questa elaborazione fantastica del Mose non sia più attuale?

Penso di no, penso che il Mose non sia né sempre attuale né sempre centrale, dal momento che il Mose è solo una, una sola delle storie di Venezia, quello in cui si profana il sacro patto di Venezia con il mare alterando più o meno irreversibilmente l’equilibrio; la protagonista è e resta Venezia, il Mose è un moscerino nell’occhio della storia. Per questo immagino che in un futuro waterworld siano state sommersi sia Venezia, sia naturalmente il Mose, che non potrà fare miracoli se il riscaldamento globale non attenuerà la sua pressione sull’ecosistema.

Il Mose è un oggetto qualsiasi come una maschera, un vaso di vetro, uno specchio, la gondola e come tutto ciò che si associa al cosiddetto stile veneziano, per questo mi interessa, mi intriga, mi incuriosisce. In ogni modo nella seconda edizione del libro aggiungerò storie nuove, legate al trionfo del Mose e in precedenza alla soppressione del transito delle grandi navi da crociera nel periodo del Covid 19. Io non dò giudizi, descrivo attraverso narrazioni e personaggi veneziani e non veneziani stati d’animo che vanno oltre l’essere favorevoli e contrari. Cerco di vedere le cose dal punto di vista di Venezia. Mi rendo conto che è una mission impossibile, ma ci ho provato.

Un altro elemento è il fatto che nel romanzo si parli di Venezia come di una città rumorosa e viziosa. Ciò contraddice l’idea della Venezia romantica e silenziosa tipica dell’immaginario culturale mondiale. Esiste ancora quella Venezia romantica, la cui banda sonora è il dolce rumore delle onde e dei canti dei gondolieri o è solo fantasia? Se è così, cosa credi abbia causato questa trasformazione?

La causa è il sovraffollamento turistico. Se moltiplico per un milione il rumore giorno e notte delle rotelle dei trolley sulla pavimentazione delle calli e sui ponti. È evidente che in una città priva di autovetture tutto possa tradursi in un rumore fastidioso. Le moltitudini costituite da turisti che fanno massa fanno di conseguenza rumore. I gondolieri non solo cantano, ma stressatissimi bestemmiano a voce alta nel silenzio dei canali e fanno commenti pesanti sulla venustà delle turiste. In piena notte i motoscafi attraversano i canali e rii con musica techno a tutto spiano. Questo lo descrivo nella parte introduttiva del romanzo.

A Venezia poi circola molta droga, ma questa non è una novità: alcool e stupefacenti e (chiamiamolo così) anticonformismo sessuale sono stati sempre associati al mito Venezia che è un mito alternativo e polifacetico: è Inferno, Purgatorio e Paradiso infine, solo per chi la sa vivere con sguardo di meraviglia e di innocenza. In questo senso coloro che invece di Venezia hanno fatto una merce risultano gli individui più infelici, giacché hanno rinunciato alla bellezza prostituendola. In quanto tali solo il turista o il visitatore sensibile sembrano avere diritto alla felicità che chi è nato a Venezia nega ormai a sé stesso.

L’intervista ha riempito i nostri animi di colori e sensazioni dolci dal fondo amaro. I bei colori di Venezia al tramonto, le piazze, le voci dei gondolieri, i palazzi eleganti e maestosi sul Canal Grande lasciano spazio ad un film muto di una città che canta solo per chi sa ascoltare. Il mormorio dolce e nostalgico delle gondole ancorate ai canali viene coperto dalle voci di una postmodernità ingombrante. Come dice Alessandro Scarsella, “solo il turista o il visitatore sensibile sembrano avere diritto alla felicità che chi è nato a Venezia nega ormai a sé stesso”.

 

Manuela Morrone

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