L’aquila e la Poesia annunciatrici della primavera

Si dice che la Poesia è l'aquila dei sentimenti e del linguaggio, della follìa e dell'ebbrezza, del sogno e della quiete oltre il meriggio
L'aquila e la Poesia annunciatrici della primavera

MILANO – Quando l’aquila lascia il suo nido nascosto e si libra nel cielo senza confini allora è giunta la primavera. Come la Poesia l’aquila sa che fugace è il tempo e breve la durata del giorno. L’aquila ha l’occhio acuto e scruta in profondità da brivido, così come la Poesia scruta nei recessi oscuri del cuore umano per volare poi ad altezze inverosimili e solitarie.

La pupilla dell’aquila può guardare a lungo il sole senza bruciarsi o ferirsi e del sole, al pari della poesia, fa il suo punto di riferimento per orientarsi, scaldarsi, essere vitale e colma di inaudita pienezza.

Si dice che la Poesia è l’aquila dei sentimenti e del linguaggio, della follìa e dell’ebbrezza, del sogno e della quiete oltre il meriggio. L’aquila è un rapace formidabile e astuto che ama vivere dove l’aria è pura e cristallina, i tramonti si tingono di rosa e le albe sfavillano d’oro, simile alla poesia rapace nell’esigere dall’uomo che la coltiva, la ama,l’ascolta per guidarlo là dove la purezza del respiro terrestre e le gocce lievi della pioggia sono voce che parla per farsi comprendere da uomini, da bestie, da piante. L’aquila predilige il silenzio, il silenzio delle alte vette montane, là dove la neve è uno specchio di cristallo sottile e trasparente e il vento è un lieto stormire che accarezza la perfezione della sua apertura alare.

La Poesia crea il silenzio interiore affinchè l’ispirazione possa nascere e crescere, e dalla vastità del silenzio trae il ritmo e l’assonanza delle e nelle cose che si trasformeranno in versi i quali cantano il Bello, la vita e la gioia, il dolore e la morte e possono cambiare il mondo.

L’aquila è un compendio di poesia primeva e vibrante, la Poesia è un’aquila solitaria e fiera forse mai raggiungibile ed eguagliabile nel suo volo metaforico e immaginifico. Entrambe, nel proprio dominio reale e misterico, annunciano il prorompente arrivo della primavera luce dell’Essere, speranza e vita di tutto ciò che esiste su questo pianeta.

L’ aquila

Il pellegrino si desta

nel tramontare incerto del cielo.

Gli ultimi raggi hanno acceso il crepuscolo.

Sulla notte un fuoco,

un fuoco apre la sua via e costruisce

il sentiero delle strade.

O anima che giungi da lontano:

la tua vicinanza si fa sera,

sera che cammina verso

il segno oscurante di un azzurro argento.

O via che cammini per cercare,

una pallida strada solca

il volto lunare dello straniero

quando scorge la fiamma di lontano;

il fuoco che si oscura per risplendere

nell’infinito vagare.

La pietà del tempo mi rese cieco

per l’animale che smarrì l’eco dell’abisso,

come un vento morboso che consuma gli occhi;

i segni mortali.

Ah la fronte nivea

della fanciulla nell’odoroso sepolcro

di giacinti canta un luminoso dilemma,

e si congiunge al rosso anemone

del morto fiorito.

Dal vento arretra giungendo

il doloroso distacco della fiera.

Il suo monile giacque nell’ombra più tarda;

o morte, o fremito

di una piena e rischiarante contrada

i figli della fiaccola notturna,

sublime quiete ascoltano il seme non generato.

E una luce più grande rivelò la terra.

 

Poesia tratta dalla silloge poetica “Alba, sul ponte sospeso” (anno 1994) di Francesca Rita Rombolà.

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