I mille morti di Palermo

Antonio Calabrò, “La memoria è l’antidoto contro le zone d’ombra della storia d’Italia”

In questa intervista Calabrò anticipa alcuni passaggi chiave della “guerra di mafia” che ha stravolto la città di Palermo dal 1981 al 1985
Antonio Calabrò, “La memoria è l’antidoto contro le zone d’ombra della storia d’Italia”

MILANO – Tenere aperta la memoria sulle pagine più inquietanti, drammatiche e dolorose della storia dell’Italia, non solo della Sicilia, tramandando di generazione in generazione fatti e protagonisti della cosiddetta guerra di mafia, ancora oggi una ferita nel tessuto della democrazia italiana. E’ questo l’obiettivo per cui Antonio Calabrò ha scritto il libro “I mille morti di Palermo”, opera che riporta la cronaca della prima guerra alla mafia, con le sue vittime, i suoi carnefici, i suoi eroi, e realizzata in occasione del trentennale del maxiprocesso. In questa intervista Calabrò, attuale Senior Advisor Cultura della Pirelli e responsabile Cultura di Confindustria, anticipa alcuni passaggi chiave della “guerra di mafia” che ha stravolto la città di Palermo dal 1981 al 1985, su cui ancora occorre fare chiarezza.

 

Si è parlato molto in letteratura di mafia e di ciò che è accaduto a Palermo in quegli anni. Quale nuovo contributo e chiave di lettura offre questo suo libro?

Questo libro si pone l’obiettivo di salvare un pezzo di memoria, quella degli uomini di Stato, dei magistrati, dei politici, ma anche dei giornalisti e degli imprenditori assassinati tra il 1979 ed il 1986, l’anno dell’inizio del maxi-processo. Ho provato a descrivere qual era il clima complessivo in cui era maturata quella terribile stagione di morte. Il libro tratta fatti noti, spesso però dimenticati. Ho provato ad inserirli dentro un contesto in cui c’è la parte della cronaca nera, ma anche il sistema delle relazioni politiche e degli interessi economici, con un occhio non solo palermitano, ma con uno sguardo d’insieme nazionale ed internazionale. Ho provato a costruire un contesto.

 

In questo periodo di tempo, quali sono le principali tappe da ricordare?

Se analizziamo la relazione tra mafia e politica, il punto di partenza è l’assassinio di Michele Reina, segretario di una Democrazia Cristiana che provava ad affrancarsi dalla mafia, nonché uomo di fiducia di Salvo Lima. La morte di Reina rappresenta un segnale politico terribile per quella parte della DC che aveva insistito sul rinnovamento come Piersanti Mattarella, uomo del buon governo, della moralità, che riteneva fosse possibile e doveroso un Governo della Sicilia con le carte in regola. La morte di Mattarella, avvenuta a distanza di meno di un anno dopo quella di Reina,  è la risposta della parte armata dei Corleonesi e del capo mafioso Vito Ciancimino per tornare a governare il partito e gli affari. Altri passaggi riguardano l’attacco agli uomini delle istituzioni che indagano sulla mafia come il poliziotto Boris Giuliano, il quale aveva capito il legame stretto tra mafia-traffici internazionali di droga e di armi-riciclaggio soldi, magistrati come Cesare Terranova e Gaetano Costa e tanti altri. Dentro la cosiddetta guerra di mafia ci sono più filoni: quello politico, quello degli uomini delle istituzioni, e dei morti della mattanza, con i corleonesi impegnati a fare fuori i propri avversari. In questa guerra, esistono altri pezzi di storia importanti, con gente comune assassinata perché perbene, come i medici che non volevano piegarsi alle volontà mafiose, imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo, giornalisti coraggiosi che hanno pagato il loro volere arrivare alla verità. I quella stagione, la mafia prova a riconfermare il suo potere su politica, economia e società. Per fortuna, seguirà il maxi-processo, a riprova di come lo Stato, se vuole, può contrastare e battere la mafia.

 

Esistono ancora delle zone d’ombra legate a quegli episodi? Quale legame hanno con l’attualità?

Credo che zone d’ombra ce ne siano più di una. E’ di pochi giorni fa la motivazione della sentenza sull’omicidio dell’inviato de “L’Ora” Mauro De Mauro, scomparso mentre stava lavorando all’inchiesta sulla morte, secondo lui dovuta a omicidio e non a incidente, del presidente dell’Eni Enrico Mattei, in cui viene assolto Totò Riina. A distanza di tanto tempo ancora non sappiamo il mandante e “la mano” dell’omicidio di Mattei. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato assassinato da mani mafiose, ma chi ha organizzato il suo omicidio? Cosa centra il suo assassinio con le pagine oscure del rapimento Moro? Sono diverse le zone d’ombra. L’importante è sapere che esse esistono, e raccontare alle nuove generazioni che c’è stata una storia i cui nodi non sono stati ancora sciolti. La memoria, passata di generazione in generazione, è l’antidoto contro le zone d’ombra. Forse non arriveremo mai alla verità definitiva, ma dobbiamo sapere che quella guerra di mafia rappresenta una ferita nel tessuto della democrazia italiana, non solo siciliana, di cui bisogna avere memoria.

 

 

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