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Andrea Camilleri, gli incontri di una vita che hanno fatto la storia (e la letteratura)

Andrea Camilleri, gli incontri di una vita che hanno fatto la storia (e la letteratura)

Riscopriamo “Certi momenti”: il libro in cui il papà di Montalbano racconta i volti, i libri e le scintille che hanno segnato il suo percorso umano e artistico.

Andrea Camilleri, gli incontri di una vita che hanno fatto la storia (e la letteratura)

“Gli uomini, le donne e i libri che racconto in questo testo hanno rappresentato per me delle scintille, dei lampi, dei momenti di maggiore nitidezza.” Con queste parole Andrea Camilleri introduceva “Certi momenti“, un’opera che oggi, dopo le celebrazioni appena concluse nel 2025 per i cento anni dalla sua nascita, acquista un valore ancora più profondo, quasi fosse un testamento spirituale fatto di volti e ricordi.

Certi momenti

Il libro non è una semplice autobiografia, ma un mosaico di incontri decisivi. Camilleri, con la sua inconfondibile voce capace di mescolare l’ironia colta alla saggezza popolare, ci conduce per mano tra i sentieri della sua memoria. Tanti incontri qui offerti nella forma del racconto, ognuno dei quali ha una luce, un’atmosfera e dei personaggi indimenticabili che hanno segnato soprattutto la giovinezza e l’adolescenza di Camilleri.

Alcuni conosciuti negli anni più maturi, durante la sua carriera di regista teatrale e televisivo, molti altri sconosciuti, che ci riportano ai tempi del fascismo, della guerra, momenti segnati da storie che nei loro risvolti più umani e sinceri acquistano un tratto epico e la magia del ricordo assoluto perché unico nel costituire una tappa, una svolta nella formazione dello scrittore.

In queste pagine sfilano giganti del Novecento come Primo Levi, Pier Paolo Pasolini, Elio Vittorini e Carlo Emilio Gadda, raccontati non come monumenti della cultura, ma attraverso dettagli umani, aneddoti di regia o scambi fulminanti avvenuti dietro le quinte della Rai o del teatro. Si va dall’incontro con Primo Levi e i suoi silenzi alla stravaganza di Gadda, passando per la suscettibilità di D’Arrigo: dal franco scontro con Pasolini riguardo alla regia di una sua opera teatrale, poco prima della sua morte, all’impareggiabile bravura di Salvo Randone (senza dimenticare Elio Vittorini, Benedetto Croce e il quasi incontro con Antonio Tabucchi).

Ma il fascino del libro risiede soprattutto negli “sconosciuti” che hanno lasciato un segno indelebile nel giovane Camilleri: l’anarchica, invincibile indifferenza di Antonio, insensibile ai richiami militari e agli orrori della guerra; la bellezza sorprendente dell’incontro con un vescovo libero nella mente e nel cuore; l’indelebile ricordo di quella notte di burrasca quando il padre di Camilleri andò a salvare l’eroico comandante Campanella, dato per disperso; il coraggio della “Sarduzza” e la determinazione nel difenderla dal tenente tedesco; l’ultimo saluto a “Foffa”, prostituta per necessità, sola nella vita e negli affetti.

Il potere salvifico della lettura

Camilleri dedica spazio anche ai “compagni di carta”. Uno dei momenti più intensi riguarda la folgorazione per “La condizione umana” di André Malraux. Fu proprio quel libro, letto quasi per caso a diciott’anni, a far crollare in lui l’educazione fascista e a fargli scoprire una nuova coscienza politica. Un promemoria potente, oggi più che mai, di come la letteratura possa cambiare il corso di una vita.

Per gentile concessione della casa editrice Chiarelettere, vi riportiamo di seguito l’estratto legato a questo capitolo del libro.

Un libro: La condizione umana di André Malraux

Nella primavera del 1942 si svolse a Firenze un grande raduno della gioventù fascista e nazista europea. Presieduto da Alessandro Pavolini, ministro della Cultura popolare, e da Baldur von Schirach, capo della Hitlerjugend, il tema del raduno era «l’Europa di domani».

Io, che avevo vinto la selezione regionale del concorso artistico-letterario-politico dei Ludi Juveniles, venni invitato a parteciparvi assieme a Gaspare Giudice e Luigi Giglia, due miei compagni di liceo; avrei dovuto tenere una relazione sul repertorio teatrale ideale per un teatro di ispirazione fascista. Ci trovammo, attendati alle Cascine, ragazzi e ragazze provenienti dalla Spagna, dall’Italia, dalla Germania e da tutti gli altri paesi occupati dai nazisti, vale a dire francesi, albanesi, portoghesi, spagnoli franchisti, polacchi, ungheresi, cecoslovacchi e via dicendo. Era una babele di lingue: mi ricordo che per parlare con una ragazza ungherese decidemmo, dato che eravamo tutti e due studenti liceali, di usare il latino.

Leggevo molto e, di lettura in lettura, con gli anni i miei dubbi sul fascismo erano aumentati e soprattutto non avevo digerito l’alleanza con la Germania. A Firenze eravamo un migliaio di giovani, tutti in perfetta divisa di colore e fattura diversa a seconda del paese di provenienza, e il primo giorno ci trovammo riuniti al Teatro comunale. Il sipario era chiuso. Quando si aprì per dare inizio alla manifestazione, vidi con stupore che sul palcoscenico campeggiava solo un’enorme bandiera nazista. Ero seduto su una poltrona che dava sul corridoio centrale di passaggio. Accanto a me si trovava Gaspare Giudice. Mi rivolsi a lui: «Gasparì, ma siamo in Italia o in Germania?».

«In Italia.» Non seppi trattenermi, una forza irresistibile mi fece balzare in piedi, gridando a voce altissima: «Via quella bandiera tedesca!».

Il vocio, le risate dei mille giovani si spensero di colpo; piombò un silenzio assoluto.

Io, sempre in piedi, gridai: «Via quella bandiera tedesca! Mettete quella italiana!».

Il sipario si chiuse di colpo.

[…]

Rientrai al mio paese sconvolto; di quello che mi era successo e di quello che stava capitando dentro di me non potevo parlare con nessuno. Eravamo sotto una dittatura e in un tempo reso ancor più pericoloso dalla guerra. Me ne stetti per qualche giorno a casa, senza andare a scuola; ero sicuro di non essere più un fascista, ma non sapevo ancora che cosa ero in realtà. Passavo notti insonni, chiedendomi quale sarebbe stato il mio avvenire in un mondo del quale rifiutavo tutto.

In quei giorni mi capitò tra le mani un libro: si trattava di La condizione umana di André Malraux, pubblicato in Francia nel 1933, stampato in Italia l’anno successivo e misteriosamente sfuggito alle maglie della censura. Il libro, che tratta in sostanza di una rivolta comunista, letteralmente mi fece venire la febbre.

Scoprii, leggendolo, che tutto quello che il fascismo raccontava sui comunisti non era vero: i comunisti avevano ideali, comportamenti, sofferenze, gioie, sentimenti del tutto uguali a noi. Era una falsità che i comunisti fossero minimamente diversi da come ero io, da come era Gaspare, da come erano le persone che amavo e che mi circondavano. Non erano, come diceva la propaganda, delle quasi bestie senza dignità, senza onore, senza decoro. Ideali ne avevano, eccome, e grandissimi, anzi per essi erano disposti a pagare con la vita.

Quella notte lessi il libro tutto d’un fiato. Sono certo che immediatamente dopo quella lettura masse di neuroni del mio cervello si spostarono da una parte all’altra, che una modificazione radicale avvenne nel mio essere; sentii di più che quei comunisti non solo erano uguali a me, ma erano miei fratelli, che i loro ideali erano quegli stessi miei, che io erroneamente avevo attribuito consoni al fascismo.

Furono tre giorni di autentica malattia: avevo la febbre a trentanove, mi spuntarono come delle pustole sul viso, il medico chiamato di corsa diagnosticò un avvelenamento alimentare. In parte ci aveva indovinato, solo che non si trattava di un avvelenamento, ma dell’immissione di sangue nuovo, diverso, vivo, caldo, palpitante, che il mio organismo stentava a fare entrare dentro di sé.

Ecco, quando mi chiedono come mai sei diventato a diciott’anni, ancora sotto il fascismo, un ragazzo con idee comuniste, io rispondo che tutto ciò, per fortuna, è successo grazie all’incontro casuale con La condizione umana di André Malraux.

Perché leggere “Certi momenti” di Andrea Camilleri oggi

Lontani dalle celebrazioni del centenario appena concluse per il “papà del Commissario Montalbano”, leggere oggi quest’opera significa mantenere ancor più vivo il ricordo di Andrea Camilleri, trasformando l’autobiografia in una lezione universale sull’apertura verso l’altro. Questo libro rappresenta un inno alla “scintilla”, ovvero quel lampo di nitidezza che scaturisce dall’incontro con una persona o con un libro capace di deviare il corso di un’esistenza.

Camilleri con “Certi momenti” ci insegna che l’identità non è un monolite, bensì un mosaico composto dai riflessi di chi abbiamo incrociato, dai maestri involontari alle figure più umili, offrendoci uno sguardo lucido e mai nostalgico su come la curiosità intellettuale e l’antifascismo morale restino le bussole fondamentali per navigare la complessità del presente.

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