Alessio Viola, ”Nel mio libro do voce alle figure piccole, di contorno, delle grandi inchieste di mafia”

I mostri non esistono, spesso invece esiste una realtà mostruosa in cui le persone vivono. Lo afferma Alessio Viola, ex operaio, insegnante ed oste, autore del libro “Dove comincia la notte”...

Lo scrittore editorialista parla del suo romanzo “Dove comincia la notte”, un noir tratto da storie vere che racconta il lato oscuro di Bari fra bandii etici e sbirri spietati

MILANO – I mostri non esistono, spesso invece esiste una realtà mostruosa in cui le persone vivono. Lo afferma Alessio Viola, ex operaio, insegnante ed oste, autore del libro “Dove comincia la notte”, un noir che racconta il lato oscuro di Bari fra bandii etici e sbirri spietati. Ex collaboratore di “Repubblica” ed editorialista del “Corriere del Mezzogiorno”, per i quali ha scritto fra gli altri numerosi interventi sull’economia sommersa della malavita barese, l’autore per questo romanzo si è ispirato a una storia vera. Finalista al “Premio Porta D’Oriente”, Alessio Viola parla anche della sua terra, la Puglia, un territorio che mescola, accoglie e contamina culture e storia.

Di cosa parla il suo libro “Dove comincia la notte”?
Delle figure piccole, di contorno, nelle grandi inchieste di mafia. Di quei personaggi che non vengono mai citati nei titoli dei giornali, o nei servizi dei tg. Quelli che vedi in una foto con la striscia nera sugli occhi. O di quei poliziotti che intravedi alle spalle del magistrato importante in qualche conferenza stampa dopo un blitz. Della “normalità del male” in una città come Bari. Che non è quella realtà patinata che troppo spesso appare nelle cronache. Città che nasconde facce oscure del suo vivere quotidiano, in cui i confini tra il bene e il male passano attraverso zone d’ombra in cui tutto si confonde. Le storie del romanzo sono tutte realmente accadute, vengono dalle inchieste giudiziarie di una magistratura attenta e poco incline all’esibizionismo. Da quegli atti il romanzo segue le vite parallele di un killer e di un poliziotto, due vite che si intrecciano e si graffiano, attraversano il deserto dei sentimenti e le delusioni del vivere. Un male troppo potente per essere sconfitto.

Quanto ha influito la sua attività di giornalista in quest’opera?
Raccontare le città su un giornale, prima su Repubblica poi sul Corriere, costringe l’osservatore a cercare di scendere nei segreti delle vite dei protagonisti di quegli avvenimenti. Il giornalista curioso non va solo alla ricerca della notizia, o della fuga di notizie. Cerca di capire chi sono le persone che popolano quelle cronache. Ne scopre le vite più che segrete, invisibili. Nel senso della normalità: sono i nostri vicini di casa molto spesso, persone che incrociamo ogni giorno, i cui figli frequentano la stessa classe dei nostri. Il confronto con il quotidiano ti conduce ad una sola certezza: i mostri non esistono. Spesso invece esiste una realtà mostruosa in cui le persone vivono. Il giornalismo serve a guardarla e a cercare di interpretarla. O magari a romanzarla.

Cosa rappresenta per lei essere tra i finalisti del Premio Porta D’Oriente?

Noi viviamo a Bari, di fronte all’Oriente. Per tutti noi lo scirocco è il vento che porta i profumi le musiche la storia le emozioni d’oriente. In una notte siamo in Grecia, da li spesso scappiamo in Turchia. I pugliesi sono essi stessi porta d’Oriente, accolgono mescolano contaminano culture e storia. Essere in un premio che ha questo nome vuol dire per chi scrive trovarsi a casa.

11 dicembre 2013

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