Salone del Libro di Torino

Alessandro Barbero: “La storia ci insegna che l’umanità ha una straordinaria capacità di reagire”

Raccontando di come, di volta in volta, l'umanità ha reagito alle catastrofi, Alessandro Barbero interroga la Storia dialogando, in questo modo, anche con il nostro presente
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A inaugurare l’edizione straordinaria del Salone del Libro di Torino 2020, è lo storico, scrittore e accademico Alessandro Barbero, che ci parla dal cuore di Torino, dalla Mole Antonelliana. Raccontando di come, di volta in volta, l’umanità ha reagito alle catastrofi, Alessandro Barbero interroga la Storia dialogando, in questo modo, anche con il nostro presente.

Le conseguenze inattese

Innegabile che il titolo di questo Salone del Libro, “Altre forme di vita“, si sia rivelato sorprendentemente profetico. “Serve a ricordarci – racconta Barbero – che casualmente i profeti ci azzeccano, ma anche che all’uomo non è dato prevedere il futuro e le conseguenze sono sempre inattese”. Prevedere il futuro è sempre stato un sogno dell’umanità. “Ma siamo tutti ugualmente indifesi e costernati quando si manifestano le conseguenze che, fino a quel momento, erano nascoste dietro l’angolo”.

Come in un film di fantascienza 

Alessandro Barbero continua raccontando un recente aneddoto, a testimonianza del fatto che neppure gli storici riescono a prevedere il futuro. “A me è capitato nel mese di febbraio. Mi trovavo all’Università degli Studi di Milano e ragionavo con alcuni studenti sul fatto che nell’arco della loro vita non c’erano stati grandi avvenimenti storici, di quelli memorabili (eccezione fatta per l’11 settembre 2001). All’indomani di quell’incontro, ci siamo trovati all’improvviso dentro un grande avvenimento storico. Perché, per la prima volta, tutti i popoli del mondo si sono trovati di fronte a una minaccia comune. Noi abbiamo assistito a una cosa unica nella storia. Una situazione che ricorda alcuni film di fantascienza, quando l’umanità si unisce nella lotta contro le minacce che arrivano dallo spazio. Anche se, bisogna ammettere, rispetto agli ideali che popolano quei film, avremmo ancora molto da imparare, in quanto a solidarietà e cooperazione”. 

La peste antonina e le conseguenze inattese

Per spiegare come l’umanità reagisca dopo una catastrofe, Alessandro Barbero ci conduce in un viaggio a ritroso nel tempo. Siamo nell’Impero Romano del II secolo d.C, quando un’epidemia di peste falcia la popolazione in massa, svuotando città, campi e caserme. Ma come reagisce l’Impero Romano? “Si accorge per la prima volta dell’importanza del capitale umano – risponde Barbero – e decide così di aprire le frontiere per far entrare i barbari. Da quel momento l’ingresso di immigrati e l’integrazione diventano uno dei punti di forza dell’Impero. 

La peste del 1348 e le conseguenze inattese

Un altro esempio che Alessandro Barbero chiama in causa è la grande epidemia di peste del 1348, quella che Boccaccio racconta nel Decameron. “La peste del 1348 colpisce una società prospera, florida e vivace, ma che da un po’ di tempo avverte la pressione di una crescita sempre più difficile da gestire. Non si aspettava la peste, come noi non ci aspettavamo il coronavirus, e non sa come reagire”. Quali furono dunque le conseguenze inattese? La peste del 1348 passa, ma nel 1361 si ripresenta e continua a farlo ogni dieci o quindici anni. Gli effetti sulla demografia sono spaventosi. “Ci si rende conto che, anche se la peste nessuno la sa curare, si può combattere“. Come? Bisognava monitorare i contagi, chiudere i porti e le città, sbarrare le strade, proprio come abbiamo fatto noi su larga scala. “La popolazione era diminuita in modo drammatico e non c’era più la moltitudine di disoccupati di prima. A fronte della drastica riduzione di popolazione, i lavoratori diventarono una merce preziosa, i salari furono aumentati e la povera gente si trovò, per la prima volta, fra le mani un potere d’acquisto maggiore”.

Ma quali saranno le conseguenze inattese per noi?

“Continuiamo a chiederci se ci saranno dei cambiamenti di mentalità. Una volta, si tendeva a pensare che fosse quasi automatico. Impossibile che eventi così traumatici non lasciassero una traccia. Eppure, guardando alla storia, ci accorgiamo che i cambiamenti culturali non sono garantiti. Bisogna volerli. Ci vogliono politici che sappiano programmare un nuovo patto sociale, un nuovo modo di fare, come fece Roosevelt con il New Deal. Ma la storia ci insegna anche che l’umanità ha una straordinaria capacità di reagire, di ricostruire, di imboccare strade nuove quando quelle passate si sono rivelate vicoli ciechi. Ed è questa la speranza che abbiamo tutti nel cuore per l’Italia e per il mondo”. 

 

 

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