Giuro che non avrò più fame

Aldo Cazzullo, “Oggi l’Italia è di nuovo un Paese da ricostruire”

Il nuovo libro del celebre giornalista e scrittore è un parallelo tra l'Italia del dopoguerra, che lottava per rialzarsi e diventare un Paese moderno, e quella di oggi, anche essa bisognosa di ripartire
Aldo Cazzullo, "Oggi l'Italia è di nuovo un Paese da ricostruire"

MILANO – “In Italia oggi ci sono macerie materiali: ponti che crollano, periferie da rifare. E ci sono macerie morali. Dobbiamo ripristinare i circuiti di fiducia tra i cittadini e tra i cittadini e lo Stato.” e’ questa l’opinione di Aldo Cazzullo, giornalista e scrittore da sempre attento all’attualità, in libreria con “Giuro che non avrò più fame“, un parallelo tra l’Italia del dopoguerra, che lottava per rialzarsi e diventare un Paese moderno, e quella di oggi, anche essa bisognosa di ripartire.

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Nel tuo libro accosti l’Italia del secondo dopoguerra a quella attuale. Cosa deve ricostruire l’Italia di oggi?

Oggi l’Italia è di nuovo un Paese da ricostruire. Dieci anni di crisi hanno seminato meno morti ma più scoramento e frustrazione che cinque anni di guerra. Ci sono macerie materiali: ponti che crollano, periferie da rifare. E ci sono macerie morali. Dobbiamo ripristinare i circuiti di fiducia tra i cittadini e tra i cittadini e lo Stato. E dobbiamo ritrovare l’energia di cui furono capaci i nostri padri, appena settant’anni fa.

 

Quali sono le sfide, o meglio le guerre come le chiami tu nel libro, che affrontano gli italiani oggi?

Ogni generazione ha la sua guerra da combattere. Ai nostri figli e nipoti tocca la guerra contro la rassegnazione. Contro l’idea inaccettabile che essere italiani sia una sfortuna. Invece essere italiani è un’opportunità, ed è una responsabilità: significa essere all’altezza di un patrimonio di arte e cultura unico al mondo, di cui fanno parte anche le tensioni morali che permisero di ricostruire il Paese dopo la terribile sconfitta della seconda guerra mondiale.

 

Quale peso e ruolo riveste secondo te la scuola in questa ricostruzione?

Fondamentale. Sono un grande difensore della scuola pubblica. Ho sempre e solo fatto scuole pubbliche, e ho voluto che i miei figli facessero altrettanto. Considero gli insegnanti della scuola pubblica, in particolare le donne, tra gli italiani di cui possiamo essere orgogliosi, perché hanno tenuto duro in anni difficili, che mi sa non sono ancora finiti. La scuola pubblica è il luogo in cui si diventa italiani: figli di ricchi e figli di poveri, bambini nati da famiglie italiane e altri figli di famiglie straniere. Dobbiamo investire di più nella scuola, in particolare nella scuola pubblica.

 

Nel libro citi personaggi e le loro storie come quelle di Gino Bartali, Luigi Einaudi, Anna Magnani, Totò. Quale esempio hanno rappresentato? Cosa andrebbe recuperato del loro spirito che oggi manca alla società italiana?

Gino Bartali era l’uomo più famoso d’Italia. E durante l’occupazione nazista mette a rischio la sua stessa vita, per salvare uomini che non ha mai visto né conosciuto. Va in bicicletta da Firenze ad Assisi, 183 chilometri, per portare le carte di identità false agli ebrei nascosti nel convento di clausura delle clarisse. I fascisti lo seguono e vanno a bussare al convento. La madre superiora, che nasconde centinaia di perseguitati, va ad aprire e dice, solenne: “Voi qui non potete entrare!”. “E perché mai?” chiedono i fascisti. “Perché questo è un convento di clausura, e sono secoli che un uomo non entra qui dentro. Impressionati, i fascisti girano i tacchi e se ne vanno. Luigi Einaudi è l’uomo che fa la politica economica della Ricostruzione. Sosteneva che non bisognava fare assistenzialismo, ma creare lavoro e ricchezza, per poi redistribuirla. Totò e Anna Magnani rappresentano la capacità degli italiani di portare al cinema e a teatro le tragedie nazionali, e di superarle anche sapendone ridere. Del resto i nostri padri e i nostri nonni non solo avevano una gran voglia di lavorare; sapevano anche ridere, cantare, divertirsi.

 

Non solo personaggi storici e famosi: nel tuo libro alla fine raccogli le storie dei lettori e di chi ha vissuto il dopoguerra. Cosa volevi dimostrare con le loro storie? Il vero cambiamento parte dai grandi esempi o può avvenire con il contributo di tutti?

L’Italia dell’epoca aveva una classe dirigente. Ma il Paese fu ricostruito dalla gente comune. L’ultimo capitolo l’hanno scritto i lettori. Ho chiesto: raccontatemi la storia della vostra famiglia, di un uomo o di una donna che hanno contribuito alla Ricostruzione. Ho ricevute più di 500 mail. Le ho lette tutte e tutte mi hanno arricchito, anche se ho potuto pubblicarne solo qualcuna. Sono convinto che gli italiani siano appassionati alla storia nazionale, soprattutto quando incrocia la storia delle loro famiglie. Artigiani e operai che hanno fondato fabbriche. Case ricostruite a mani nude. E il sogno della Lambretta. Un Paese incomparabilmente più povero di quello di oggi, ma che andava dal meno al più, in cui ci si diceva: “Speriamo che oggi succeda qualcosa”. Ora ci diciamo: “Speriamo che oggi non succeda nulla”. Storie che oggi si rivelano utilissime.

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