Libri da leggere che profumano di pioggia. Il “petricore” è quell’odore terroso di natura e ruggine che si dipana nell’aria dopo una pioggia “necessaria”: la stasi di un calore estivo che schiaccia il mondo si spezza in uno sgrullone, il profumo che risale da terra al seguito di un’improvvisa tempesta invernale.
Cos’è il Petricore
Petricore è una parola che porta con sé nostalgia e dolcezza, ma anche ansia e terrore. Ogni lettore sa di cosa stiamo parlando. È l’autunno che entra dalle finestre, la fine dell’estate, il buio dei temporali; è l’odore che accompagna le tazze di tè caldo e la scelta del prossimo libro. Un’atmosfera vera e propria: pagine e speranze dal fiato sospeso che oggi cercheremo di ritrovare in alcuni titoli.
“Le parole della pioggia” di Laura Imai Messina
Se il petricore è l’odore che ci circonda quando il mondo decide di mettersi in pausa, “Le parole della pioggia” è un romanzo che di quella pausa fa una vocazione, ed è il titolo giusto per chi cerca una storia capace di rallentare davvero il battito. La protagonista è Aya, una ragazza di Tokyo che aspetta all’uscita della stazione con un ombrello già aperto. Ma non è lì per caso e lo fa tutti i giorni.
Cammina accanto a sconosciuti che la “assumono” per un tratto e, sotto quell’ombrello, accade qualcosa di “raro”. Il tempo personale rallenta: si parla, si tace, si confessa ciò che altrove sarebbe impronunciabile e, soprattutto, ci si sente ascoltati senza dover dimostrare nulla.
Il profumo di pioggia accompagna Aya, una “donna-ombrello”, in questo romanzo dal passo slipstream, dove l’ombrello diventa una camera segreta itinerante e le conversazioni restano chiuse nel vuoto.
Ma il petricore non è solo l’odore piacevole che invita a scoprire le storie nascoste sotto gli ombrelli. Conosciamo anche Toru, un giovane pugile che si allena a correre in salita e a “perdere” senza però smettere di provarci. È qui che la pioggia, nel romanzo, smette di essere “romantica” e diventa necessaria…
“La casa degli spiriti” di Isabel Allende
Dopo essere stati a Tokyo, il petricore cambia latitudine e smette di essere solo una parentesi intima. Ne “La casa degli spiriti”, bestseller di Isabel Allende, l’acqua sembra avere un’intelligenza narrativa. Tra piogge che isolano e mettono alla prova, la terra stessa stringe le distanze, costringe, trascina via certezze e lascia dietro di sé odori d’humus e foglie marce. È un titolo perfetto per chi ama il realismo magico e vuole una storia che “prenda” per molte pagine grazie al calore e alla ferocia di una narrazione familiare.
Allende racconta la saga dei Trueba e dei Del Valle attraversando generazioni: Esteban Trueba, patriarca inflessibile, costruisce fortuna e potere inseguendo l’idea di una famiglia “solida”, ma la vita gli risponde con deviazioni, lutti e ritorni. Al centro c’è Clara, figura luminosa e visionaria, capace di ascoltare ciò che gli altri non sentono e di annotare tutto in quaderni che diventano, col tempo, il vero archivio del romanzo.
Decenni dopo, sarà Alba a riaprire quelle pagine per ricucire la storia. Tra amore e rancore, colpa e tenerezza, violenza e perdono, il letture seguirà i profumi della natura fino a una crisi finale che mette la famiglia davanti alle proprie scelte e alle proprie ferite.
“Tess dei d’Uberville” di Thomas Hardy
È in “Tess dei d’Uberville” che incontriamo l’odore forte della pioggia battente, quella che appesantisce la terra di campagna e accompagna spesso incidenti e responsabilità; proprio per questo è un libro che consigliamo a chi ama i classici e a chi non si spaventa davanti al realismo e alla crudezza della vita.
Tess Durbeyfield nasce lì e vive in una famiglia povera; ma basta una rivelazione sull’antica stirpe dei “d’Urberville” per accendere illusioni e necessità, e quando l’unico cavallo di casa viene a mancare, Tess si convince a cercare aiuto presso dei presunti parenti più ricchi.
È lì che incontra Alec d’Urberville e che la sua vita prende una piega irreparabile: Hardy racconta come l’innocenza non venga “persa” in astratto, ma strappata dentro un mondo che poi pretende pure di giudicarti. Tess prova a ricominciare altrove, e per un periodo sembra riuscirci: alla latteria di Talbothays conosce Angel Clare, e l’amore, per lei, ha il sapore di un’aria più chiara — come se dopo la pioggia, finalmente, si potesse respirare.
Ma è solo un’illusione. Quando Tess prova a dire la verità, scopre che la morale del suo tempo è più dura del fango. Angel la rifiuta e se ne va; lei torna a lavorare nei campi e finisce a Flintcomb-Ash, dove Hardy insiste su freddo, piogge e turni massacranti.
È qui che l’odore della pioggia diventa misura della classe sociale, accompagnando il lettore verso un finale tragico che vede Tess stretta tra bisogno e dignità.
“Le otto montagne” di Paolo Cognetti
Se il petricore è l’odore che arriva quando l’aria cambia, risalendo dal basso e trascinando con sé sentimenti di nostalgia o patimento, Cognetti lo fa nascere già dalla città: ne “Le otto montagne” Pietro ricorda Milano e i giorni in cui, quando pioveva, la strada si allagava e lui immaginava un fiume sotterraneo pronto a ruggire sotto l’asfalto; ma è in montagna che quell’odore si allarga e diventa destino. È un romanzo che parla a chi ama le storie di legami lunghi, fatti di ritorni più che di dichiarazioni.
Il padre lo porta in Valle d’Aosta con un’idea severa del camminare (non ci si ferma, non ci si lamenta), eppure proprio lì, “sotto il temporale”, si può cantare: la pioggia è prova fisica e, insieme, varco emotivo.
In quel paesaggio Pietro incontra Bruno, ragazzo del posto, e l’amicizia cresce tra estati, silenzi, sentieri bagnati e ritorni. Poi la vita li separa: Pietro viaggia, scappa, cerca altrove; Bruno resta, si inchioda alla valle come a una promessa.
Quando il tempo li richiama nello stesso punto, “Le otto montagne” diventa una storia di legami che resistono come il petricore nell’aria.
