Questi quattro libri presi in esame in questo percorso di lettura si muovono lungo coordinate molto diverse, dal fantasy epico alla distopia grottesca, dal romanzo di formazione emotiva al racconto corale che interroga la memoria, eppure condividono una stessa tensione: capire cosa resta quando tutto sembra perduto.
In “Tigana” di Guy Gavriel Kay il nome di un luogo viene cancellato dalla storia come atto di potere assoluto, mentre in “Un mondo pieno di vuoto” di Izumi Suzuki il quotidiano si deforma fino a diventare un incubo lucido e spietato. “Il sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi. Fili rossi” di Mo Xiang Tong Xiu torna invece sul senso delle storie che continuano a vivere anche dopo la loro fine apparente, ricucendo destini, traumi e desideri irrisolti. Infine “Le ossa sotto la pelle” di T.J. Klune affronta il dolore privato e la possibilità di una rinascita inattesa, costruendo una famiglia fuori norma come unico spazio possibile di salvezza.
Quattro libri molto diversi tra loro, che però dialogano in profondità sul rapporto tra memoria e identità, tra perdita e resistenza, tra ciò che siamo stati e ciò che possiamo ancora diventare.
4 libri fantasy da recuperare
Messi uno accanto all’altro, questi quattro romanzi mostrano come la letteratura contemporanea e fantastica sappia ancora essere uno strumento potentissimo di interrogazione del reale. Che si tratti di un nome cancellato dalla memoria collettiva, di un futuro deformato dall’alienazione, di una storia che rifiuta di chiudersi o di una vita spezzata che cerca una nuova direzione, ogni libro affronta la stessa domanda di fondo: come si sopravvive alla perdita senza perdere se stessi.
“Tigana”, “Un mondo pieno di vuoto”, “Il sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi. Fili rossi” e “Le ossa sotto la pelle” non offrono risposte semplici, e non promettono consolazioni facili. Piuttosto, invitano il lettore a sostare nell’ambiguità, ad accettare la complessità dei legami e a riconoscere che spesso la salvezza non passa dalla vittoria, ma dalla capacità di ricordare, di raccontare e di scegliere ancora, nonostante tutto. Sono libri che allargano lo sguardo e, proprio per questo, restano addosso a lungo.
“Tigana” di Guy Gavriel Kay – Ne/oN
“Tigana” di Guy Gavriel Kay, pubblicato in Italia da Ne/oN, è uno di quei romanzi che dimostrano quanto l’epic fantasy possa essere, prima ancora che un genere, una forma alta di narrazione storica, emotiva e politica. Ambientato nella penisola del Palmo, un territorio frammentato in nove province, il romanzo prende avvio da un atto di violenza assoluta: la cancellazione del nome di Tigana dalla memoria collettiva, imposta dal tiranno Brandin di Ygrath come punizione definitiva.
Solo chi è nato in quella terra può ancora pronunciarlo o riconoscerlo, mentre per tutti gli altri Tigana semplicemente non esiste più. È da questa ferita simbolica e concreta che Kay costruisce una storia che non parla solo di vendetta, ma soprattutto di identità, memoria e resistenza.
La forza di “Tigana” sta nel modo in cui il fantasy diventa strumento per interrogare temi profondamente umani. La magia, pur presente, non è mai un orpello spettacolare, ma un linguaggio del potere, una metafora della sopraffazione e della manipolazione storica. Cancellare un nome significa cancellare un popolo, e Kay lavora con estrema consapevolezza su questo nodo, mostrando come l’oblio imposto sia una delle forme più sofisticate di dominio.
In questo senso, il romanzo dialoga apertamente con la storia europea, con le occupazioni, le dittature e le violenze culturali che hanno segnato intere comunità, pur restando sempre immerso in un mondo narrativo autonomo e coerente.
I personaggi che popolano “Tigana” sono complessi, contraddittori, spesso attraversati da conflitti morali che rendono ogni scelta dolorosa. Alessan bar Valenten, guida dei superstiti di Tigana, non è un eroe monolitico, ma un uomo costretto a pensare in termini tragici, dove ogni azione comporta una perdita.
Anche i tiranni, Brandin e Alberico di Barbadior, non sono figure bidimensionali: Kay li costruisce come uomini capaci di amore, nostalgia e fragilità, senza mai assolverli, ma mostrando come il male possa convivere con sentimenti autentici. È proprio questa ambiguità a rendere il romanzo così potente, perché impedisce al lettore di rifugiarsi in una distinzione facile tra buoni e cattivi.
Dal punto di vista stilistico, “Tigana” è un romanzo denso, lirico, ma sempre leggibile. La prosa di Kay è attenta al ritmo, alla musicalità delle frasi e alla costruzione delle immagini, e riesce a tenere insieme l’ampiezza corale della narrazione con momenti di intensa introspezione. Le scene di battaglia non sono mai gratuite, così come i momenti più intimi non risultano mai compiaciuti, perché tutto è orientato a restituire il peso delle scelte e delle conseguenze.
“Tigana” non è solo un classico dell’epic fantasy, ma un romanzo che parla con forza al presente. Racconta cosa significa lottare per il diritto di essere ricordati, per il diritto a un nome, a una storia condivisa, e lo fa con una maturità narrativa che supera i confini del genere. È un libro che chiede tempo, attenzione e partecipazione emotiva, ma che in cambio offre un’esperienza di lettura profonda e duratura, capace di restare nella memoria molto dopo l’ultima pagina.
“Un mondo pieno di vuoto” di Izumi Suzuki – ADD Editore
“Un mondo pieno di vuoto” di Izumi Suzuki, pubblicato da ADD Editore, è una raccolta di racconti che arriva al lettore come una scarica improvvisa, insieme lucida e disturbante, e lo costringe a guardare in faccia le crepe del presente senza offrire appigli rassicuranti. È un libro che lavora per scarti e cortocircuiti, ma lo fa con una precisione chirurgica, mantenendo sempre il controllo di una voce che sa essere ironica, crudele e dolorosamente empatica allo stesso tempo.
In “Un mondo pieno di vuoto” Izumi Suzuki immagina futuri fin troppo vicini, o meglio versioni appena deformate del nostro quotidiano, dove i desideri, le frustrazioni e i rapporti di potere vengono spinti di poco oltre il limite, quanto basta per rivelarne l’assurdità.
Cedere anni della propria vita come merce di scambio, vendere un marito per denaro o per noia, svegliarsi in un corpo che non coincide più con l’identità percepita, diventare fenomeno da spettacolo a causa di una mutazione grottesca: ogni racconto parte da un’idea estrema, ma subito la riporta a terra, nel disagio domestico, nella coppia, nella solitudine, nella paura di non contare nulla.
La forza di “Un mondo pieno di vuoto” sta nel modo in cui Suzuki osserva i suoi personaggi senza mai giustificarli né condannarli apertamente. Li segue mentre prendono decisioni sbagliate, mentre si adattano a sistemi disumani, mentre accettano compromessi che sembrano inevitabili. E proprio questa apparente freddezza produce un effetto dirompente, perché il lettore riconosce in quelle scelte qualcosa di profondamente umano. Non c’è eroismo, non c’è redenzione, ma c’è una lucidità che inchioda.
Lo stile di “Un mondo pieno di vuoto” è secco, rapido, privo di compiacimento, eppure capace di colpire con immagini che restano addosso. Suzuki scrive racconti brevi, ma densissimi, in cui ogni dettaglio serve a costruire un’atmosfera di costante inquietudine. Il futuro che descrive non è fatto di grandi catastrofi spettacolari, bensì di un lento svuotamento emotivo, di una società della performance che divora i corpi e le relazioni, di un’incapacità diffusa di comunicare davvero.
C’è anche una forte riflessione sul genere e sul potere, che attraversa tutto “Un mondo pieno di vuoto” senza mai trasformarsi in manifesto. Le donne che popolano questi racconti sono spesso intrappolate in ruoli soffocanti, ma non vengono idealizzate. Sono ambigue, talvolta spietate, spesso stanche, e proprio per questo risultano credibili e profondamente contemporanee. Suzuki non offre soluzioni, ma mette a nudo i meccanismi che rendono certi gesti pensabili, se non addirittura normali.
Alla fine, “Un mondo pieno di vuoto” lascia una sensazione di disagio che non si dissolve facilmente. È un libro che non consola, ma chiarisce. Mostra quanto l’orrore possa annidarsi nella routine, nei rapporti affettivi, nelle aspettative sociali, e quanto sia sottile il confine tra adattamento e perdita di sé. Izumi Suzuki, con questa raccolta pubblicata da ADD Editore, si conferma una voce radicale e necessaria, capace di raccontare il futuro per parlare, in modo impietoso e lucidissimo, del nostro presente.
“Fili rossi. Il sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi (Vol. 4)” di Mo Xiang Tong Xiu – Mondadori
Con “Fili rossi. Il sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi (Vol. 4)” di Mo Xiang Tong Xiu, Mondadori, la saga raggiunge il suo punto di massima concentrazione emotiva e narrativa, chiudendo il cerchio di una storia che ha sempre giocato sul confine tra parodia e tragedia, tra consapevolezza metanarrativa e coinvolgimento profondo. Questo quarto volume non è un semplice epilogo, ma una vera e propria ricomposizione, perché ogni filo lasciato in sospeso nei libri precedenti viene ripreso, teso, annodato con precisione e con una sorprendente capacità di dare senso retroattivo a ciò che sembrava marginale.
La struttura a racconti, che potrebbe apparire frammentaria, si rivela invece coerente con l’idea stessa di memoria e destino che attraversa l’opera. Ogni episodio aggiunge uno sguardo laterale, un dettaglio emotivo o simbolico che arricchisce la vicenda principale, e allo stesso tempo la mette in discussione.
Il lettore non assiste a un ritorno nostalgico, ma a una riscrittura interna della storia, perché ciò che emerge è la distanza tra ciò che i personaggi sono diventati e ciò che avrebbero potuto essere. In questo senso, il personaggio di Luo Binghe assume una profondità nuova, poiché la sua figura non è più solo quella del protagonista tragico o dell’eroe tormentato, ma diventa uno specchio deformante delle possibilità negate, dei desideri repressi e delle scelte mancate.
Mo Xiang Tong Xiu dimostra ancora una volta una notevole abilità nel mescolare registri diversi. L’ironia, che ha sempre caratterizzato la saga, non scompare, ma viene usata con maggiore misura, quasi come un contrappunto al dolore e alla perdita. La componente romantica, centrale nel rapporto tra Luo Binghe e Shen Qingqiu, si fa più matura e meno idealizzata, perché passa attraverso la consapevolezza del sacrificio e della rinuncia. L’amore, qui, non è più solo una forza salvifica, ma anche un elemento che espone alla fragilità e al rischio, e proprio per questo acquista una verità più incisiva.
Uno degli aspetti più riusciti del volume è la riflessione sul concetto di identità. Attraverso le variazioni narrative e le vite alternative che affiorano, il romanzo interroga l’idea stessa di destino, suggerendo che ogni esistenza è il risultato di una serie di deviazioni, compromessi e resistenze. Non esiste un unico percorso corretto, ma una costellazione di possibilità, alcune delle quali rimangono nell’ombra. È qui che il titolo “Fili rossi. Il sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi (Vol. 4)” di Mo Xiang Tong Xiu, Mondadori trova la sua piena giustificazione simbolica, perché i fili non legano soltanto le persone tra loro, ma tengono insieme versioni diverse della stessa storia.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura resta fluida e accessibile, ma non rinuncia a momenti di forte intensità emotiva. Le immagini sono spesso semplici, eppure cariche di risonanza, mentre il ritmo alterna con equilibrio introspezione e azione. Questo permette al lettore di attraversare il volume con un senso costante di partecipazione, senza mai percepire un calo di tensione.
In conclusione, “Fili rossi. Il sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi (Vol. 4)” rappresenta una chiusura solida e consapevole, capace di rispettare le aspettative e al tempo stesso di spingerle oltre. È un finale che non semplifica, ma stratifica, e che invita a rileggere l’intera saga alla luce di ciò che viene finalmente rivelato. Un’opera che conferma la forza dell’autrice nel raccontare mondi fantastici come spazi di interrogazione profondamente umani.
“Le ossa sotto la pelle”, T.J. Klune, Mondadori
“Le ossa sotto la pelle” di T.J. Klune, pubblicato da Mondadori, è un romanzo che lavora in profondità sul tema della perdita e della possibilità di rinascere, intrecciando realismo emotivo e immaginazione con una naturalezza che non cerca mai l’effetto facile. Ambientato nel marzo del 1995, il libro si apre su un protagonista allo sbando, Nate Cartwright, che ha perso tutto ciò che dava una direzione alla sua vita.
I genitori sono morti, il rapporto con il fratello è spezzato da anni di silenzio e il lavoro di giornalista a Washington è ormai alle spalle. Così Nate torna nella casa estiva di famiglia in Oregon, un luogo che dovrebbe essere vuoto e che invece si rivela subito abitato, non solo fisicamente ma anche simbolicamente.
Dentro quella casa Nate trova Alex e una bambina di dieci anni che si fa chiamare Artemis Darth Vader, una presenza che fin dalle prime pagine appare eccentrica, disarmante e profondamente enigmatica. “Le ossa sotto la pelle” non costruisce la sua forza narrativa sull’intreccio in senso classico, ma su una lenta e continua esposizione dei personaggi alle proprie ferite. Klune accompagna il lettore dentro un dolore che non è mai spettacolarizzato, ma che si manifesta nei gesti quotidiani, nei ricordi che riaffiorano senza chiedere permesso e nella difficoltà di immaginare un futuro quando il passato sembra occupare tutto lo spazio possibile.
Il cuore del romanzo è il confronto tra due possibilità opposte: lasciarsi sommergere dal lutto oppure accettare il rischio di una seconda possibilità. Nate è un personaggio fragile, spesso bloccato, e proprio per questo credibile. Non è un eroe né un salvato, ma un uomo che fatica a riconoscere il proprio valore e che ha smesso di credere di meritare qualcosa di diverso dalla solitudine. Attorno a lui, Klune costruisce una piccola comunità irregolare, fatta di affetti improvvisi e legami non convenzionali, che mette continuamente in discussione l’idea tradizionale di famiglia.
“Le ossa sotto la pelle” utilizza elementi fantastici con misura e intelligenza. La bambina, Artemis, è al centro di una dimensione altra che non viene mai spiegata fino in fondo, ma che agisce come una lente attraverso cui osservare il mondo adulto. Le forze che convergono su di lei non servono a creare tensione spettacolare, bensì a rendere visibile il conflitto tra controllo e libertà, tra paura e fiducia. Klune non cerca il colpo di scena, preferisce lavorare per accumulo emotivo, lasciando che siano i rapporti tra i personaggi a generare il vero movimento del racconto.
Dal punto di vista stilistico, “Le ossa sotto la pelle” è un romanzo limpido, sorretto da una lingua accessibile ma mai povera. L’autore alterna momenti di leggerezza a passaggi di forte intensità emotiva, riuscendo a mantenere un equilibrio raro tra dolore e speranza. L’ironia non è mai cinica e serve piuttosto a ricordare che anche nei momenti più bui esiste uno spazio per la tenerezza e per la possibilità di essere visti davvero.
In definitiva, “Le ossa sotto la pelle” è un libro che parla di cuori spezzati senza indulgere nella retorica della guarigione a tutti i costi. Klune racconta la rinascita come un processo incerto, fatto di esitazioni e di scelte difficili, ma proprio per questo autentico. È un romanzo che invita a restare, a non fuggire dal dolore, perché solo attraversandolo diventa possibile immaginare una vita nuova, diversa da quella che avevamo previsto, ma non per questo meno degna di essere vissuta.
