Quando si pronuncia il nome di Carlo Collodi, il pensiero corre immediatamente a “Pinocchio”, al naso che si allunga, al Grillo Parlante, alla Fata dai capelli turchini. Ma Collodi non è stato soltanto l’autore di una delle favole più celebri di sempre: è stato un osservatore acuto della società, un narratore ironico, un giornalista brillante e uno scrittore profondamente moderno.
Prima e dopo Pinocchio, Collodi ha scritto racconti, novelle e testi per l’infanzia che oggi restano spesso ai margini del canone scolastico, ma che rivelano con chiarezza il cuore del suo progetto narrativo: educare senza moralismi, raccontare l’infanzia senza idealizzarla, parlare agli adulti usando il linguaggio dei bambini.
Leggere Pinocchio significa scoprire uno scrittore che usa la leggerezza come strumento critico, l’ironia come forma di intelligenza e la fiaba come lente per osservare il mondo reale.
Carlo Collodi: uno scrittore per bambini che parlava soprattutto agli adulti
Chi era Carlo Collodi
Nato a Firenze nel 1826, Carlo Lorenzini, questo il suo vero nome, sceglie lo pseudonimo Collodi dal paese natale della madre. Giornalista politico, traduttore, autore satirico, Collodi attraversa il Risorgimento con uno sguardo disincantato e spesso polemico. La sua scrittura nasce adulta, ironica, talvolta aspra, e solo in un secondo momento si rivolge all’infanzia.
Quando inizia a scrivere per i bambini, non lo fa per semplificare il mondo, ma per renderlo comprensibile senza edulcorarlo. Nei suoi testi l’infanzia non è mai un paradiso innocente: è uno spazio di crescita, errore, desiderio, paura e scoperta.
Perché Collodi scrisse Pinocchio
Pinocchio nasce quasi per caso, pubblicato a puntate sul Giornale per i bambini. Collodi non immaginava di creare un capolavoro universale, ma una storia capace di divertire e, al tempo stesso, di trasmettere un’idea fondamentale: diventare “veri” non significa essere perfetti, ma imparare a scegliere.
Il burattino è un bambino imperfetto, ribelle, spesso sbagliato. Proprio per questo è profondamente umano. Ed è questa stessa visione che attraversa molte altre opere di Collodi, oggi meno note ma altrettanto significative.
Tre libri di Carlo Collodi da leggere dopo Pinocchio
“Storie allegre”
Pubblicate a partire dal 1885, le “Storie allegre” raccolgono racconti scritti per il Giornale per i bambini, e rappresentano una sorta di laboratorio narrativo in cui Collodi affina il suo stile più autentico.
Qui la fiaba si mescola alla cronaca quotidiana, il comico sfiora spesso il malinconico, e i protagonisti, bambini e adulti, sono ritratti con un realismo sorprendente. Non ci sono eroi irreprensibili, ma personaggi pieni di difetti, piccoli egoismi, slanci improvvisi di generosità.
In queste storie Collodi osserva l’infanzia come uno specchio dell’età adulta: i bambini imitano il mondo che li circonda, ne assorbono le contraddizioni, le ingiustizie, le assurdità. L’ironia è sempre presente, ma non è mai crudele; è uno strumento per svelare, non per giudicare.
Storie allegre è il libro ideale per chi vuole scoprire il Collodi più libero, più sperimentale, capace di raccontare la crescita senza trasformarla in una lezione morale.
“Racconti di Natale”
Nei “Racconti di Natale”, Collodi affronta uno dei temi più delicati della letteratura per l’infanzia: la solidarietà, la povertà, la responsabilità verso l’altro. Ma lo fa senza retorica.
Il Natale, in queste storie, non è mai solo festa o magia: è un momento di rivelazione. I protagonisti – spesso bambini – si trovano di fronte a scelte che mettono alla prova la loro capacità di empatia. Collodi mostra come la bontà non sia un sentimento spontaneo e automatico, ma un gesto che richiede attenzione e consapevolezza.
Questi racconti sono profondamente positivi, ma non ingenui. Parlano di un mondo imperfetto, in cui la felicità è fragile e va costruita giorno per giorno. Ed è proprio questa visione realistica, mai zuccherosa, a renderli ancora oggi attualissimi.
“I racconti delle fate”
Con “I racconti delle fate”, Collodi si confronta apertamente con la grande tradizione fiabesca europea, traducendo e rielaborando testi di Perrault, Madame d’Aulnoy e Madame Leprince de Beaumont.
Ma Collodi non si limita a tradurre: riscrive, adatta, colora il linguaggio con la sua ironia toscana, rendendo le fiabe più vive, più terrene, più vicine all’esperienza reale. Le fate non sono solo creature magiche, ma figure simboliche che incarnano desideri, paure, possibilità di cambiamento.
In questi racconti si avverte chiaramente la strada che porterà a Pinocchio: la fusione tra fantastico e quotidiano, tra immaginazione e osservazione sociale. I racconti delle fate sono una lettura preziosa per comprendere come Collodi abbia trasformato la fiaba in uno strumento moderno di narrazione.
L’intenzione di Collodi: educare alla libertà, non all’obbedienza
Leggere oltre Pinocchio significa scoprire uno scrittore che ha sempre avuto un obiettivo chiaro: formare individui pensanti, non bambini perfetti. Le sue storie non insegnano a obbedire, ma a capire; non premiano la docilità, ma la responsabilità.
Credeva in un’infanzia capace di pensiero critico, in lettori giovani ma intelligenti, in storie che potessero crescere insieme a chi le legge. È per questo che, a distanza di oltre un secolo, i suoi libri continuano a parlarci con sorprendente freschezza.
Leggere questi altri testi dopo Pinocchio significa tornare all’origine di una letteratura per l’infanzia che non semplifica il mondo, ma insegna ad attraversarlo.
