Una notte indimenticabile

La notte prima degli esami della scrittrice Alice Basso

Domani iniziano gli esami di maturità ed è alta la tensione per migliaia di studenti. Abbiamo chiesto ad Alice Basso di raccontarci la sua notte prima degli esami !
Alice Basso

MILANO – Domani in tutte le scuole d’Italia si svolgerà la prima prova scritta dell’esame di Maturità. L’attesa di tutti i maturandi è finita. La notte prima degli esami, che si tratti di scritti o del temutissimo esame orale, è diversa da tutte le altre, ve la ricorderete per sempre. In questi giorni abbiamo contattato diversi lettori per farci raccontare la loro notte prima degli esami. Oggi vi proponiamo il racconto della scrittrice Alice Basso, da poco tornata in libreria con “Scrivere è un mestiere pericoloso“. (Foto: Yuma Martellanz)

 

“Io ho fatto la maturità nel 1998. Dimostro dodici anni, nei negozi mi danno del tu di default e la settimana scorsa a una manifestazione letteraria a cui partecipavo come relatrice il distinto presentatore ha trovato naturalissimo farmi pat pat sulla testa come fossi stata sua figlia, ma tecnicamente ho dato la maturità pre-euro, pre-ADSL e pre-mio primo cellulare. Mentre io ero alle prese con il mio bravo tema di letteratura (qualcosa sullo sviluppo dei generi del romanzo, e come ti sbagli), le Twin Towers svettavano ancora ignare nel cielo di New York, la gente rideva all’idea che gli USA avrebbero potuto mai avere un presidente nero e negli armadi dei miei coetanei c’erano ancora almeno due o tre camicie di flanella grunge. La mia annata è stata anche l’ultima a cimentarsi con la maturità vecchio modello, quella pre-tesina e con un solo membro interno di commissione. Tutto questo per dire: non mi ricordo molto. E’ passato del tempo e io sono vecchia (a volte fa un sacco comodo poterlo dire). Però una cosa sì, me la ricordo bene: la notte prima del mio esame, io ho dormito da schifo.

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Per forza: all’epoca bevevo litri e litri di un disgustoso tè alla vaniglia che faceva puzzare tutta la credenza. Faceva parte del mio rituale per costringermi a studiare. Preparavo una caraffa di tè via l’altra e, per non avere le mani impegnate e continuare a prendere appunti, alla fine manco lo versavo in tazza: lo bevevo da una cannuccia direttamente immersa nella caraffa medesima, che tenevo di fianco al gomito destro e infatti qualche volta rovesciavo sui libri. Che rozzezza, vero? (Detto tra noi, se pensate che sia prerogativa degli adolescenti fare cose schifose col cibo, ricordatemi una volta di raccontarvi la mia personale interpretazione del pranzo della domenica finché ho vissuto da sola. Ma sto divagando. Dicevamo.)

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Io ero brava a scuola, eppure studiare mi faceva schifo, la mia concentrazione era ondivaga e flebile e avevo bisogno di un casino di espedienti e di forza di volontà per forzarmi a ficcarmi in testa dati e date. Esistono anche questi: i primi della classe che detestano studiare. Ricordatevelo, se non fate parte della categoria e guardate al cocco dei professori della vostra sezione come a un alieno, che non capite bene come faccia ad amare starsene chino sui libri ore ed ore. La risposta è: forse non lo ama affatto (perché un conto è amare le cose che si studiano, e un conto è amare l’atto di studiare in sé); forse cerca di farlo il meno possibile, e forse, quando ci è costretto, anche lui deve imporselo a colpi di mezzucci e di caraffe di tè. Fatto sta che, nel mio caso, il risultato era che nell’estate del 1998 a casa mia aprivi lo sportello delle cose della colazione e tutto sapeva di vaniglia. Tutto, anche le brioches ancora incellophanate, una volta che le scartavi.

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La seconda ragione che avevo per stare sveglia a fissare il soffitto era che, ovviamente, quando stai per affrontare il primo vero grande esame della tua vita tutti si aspettano che tu dia il meglio e soprattutto porti a casa il miglior risultato nelle tue possibilità. Il che significa che, se nel resto dell’anno puoi permetterti di avere alti e bassi, il giorno dell’Esame con la maiuscola questa libertà col cavolo che ce l’hai. E’ come per un concerto: alle prove puoi infilare tutti gli errori che vuoi, ma sul palco, be’, sei sul palco, e se le prove in questione sono servite a qualcosa è stato per farti arrivare lì dove sei ora e fare il massimo, e insomma, per farla breve, io sono il tipo di persona che non riesce a guardare le Olimpiadi o le partite dei Mondiali con serenità perché pensa alla pressione che grava sulle spalle di tutti quegli atleti e quasi si sente male per loro.

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Come trovare sollievo dall’angoscia della responsabilità e magari riuscire a chiudere occhio? Basterebbe fare un salto in avanti di qualche anno e scambiare due parole con il proprio Sé adulto, il Fantasma dei Natali Futuri: sforzarsi di staccare lo sguardo orripilato dalle rughe, dalla stempiatura o dai cuscinetti di cellulite e ascoltarlo mentre spiega con abbondanza di esempi quanto poco conti l’esame di maturità per il resto della vita.

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Solo che: e se invece poi va bene? Se uno ha studiato per bene e dà davvero il meglio di sé e porta a casa il miglior risultato a cui poteva aspirare? A quel punto vorrà davvero essere consapevole che è stata tutta una fatica inutile, che tanto nella vita non avrà importanza e che l’unica situazione in cui conta andar bene alla maturità è alla maturità? No, ovviamente. Vorrà essere fiero, sentirsi un eroe che ha portato a casa un risultato. Quindi, niente. In ultima analisi, meglio sopportare momentaneamente di marcire nel letto con gli occhi tondi come i tarsi e aspettare di scoprire autonomamente, negli anni, il valore reale dell’esame di maturità, come di molte altre cose che a diciannove anni sembrano fondamentali.

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Infine c’era una terza ragione a farmi restare sveglia a fissare il buio, ma non aveva nulla a che fare con l’esame: aveva a che fare col dopo. Dopo l’esame sarei partita per il primo vero viaggio della mia vita, sola col mio primo fidanzato, in un’Europa ancora senza euro, senza cellulari, senza navigatori e senza internet. Con i soldi cambiati chiusi in una busta sotto ai vestiti, cartine da spiegare e soprattutto ripiegare, un sacco di cose da vedere, di lingue da parlare. Di casini da combinare: farsi quasi derubare già sul treno verso Parigi, perdere un fondamentale mazzo di chiavi a Londra, accorgersi di avere speso troppo a Cork e fare la fame i tre giorni seguenti disegnando faccine sugli ultimi mandarini per autoconvincersi a non mangiarli. Come se non bastasse, una volta tornata, ad aspettarmi c’era l’università fuori, in un’altra città distante 500 km, con tutta la serie di incognite, sfide e brividi che la sola idea poteva comportare. Provavo quel misto di eccitazione e di paura che ti prende davanti a quelle cose che vuoi un sacco fare ma senza essere sicuro che ne sarai all’altezza.

Tipo, la vita.

Insomma, ti dici che se hanno chiamato il grande rito d’iniziazione della nostra società “esame di maturità” un motivo ci dev’essere, che non sarà stato solo per incutere terrore e senso di responsabilità; sembra lecito aspettarsi che, una volta “maturi”, quel senso d’inadeguatezza verso il futuro si plachi, sopito da una specie di secrezione fisiologica di ormoni della saggezza, dell’equilibrio mentale ed emotivo, e della sicurezza di sé.

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Mentre pensavo a cosa scrivere per questo articolo ero su un terrazzo con i miei compagni di band. Vestiti da viaggio, cioè sul filo dell’impresentabile, mangiavamo pizza al trancio, bevevamo birra e organizzavamo il concerto imminente, in attesa dell’inizio di Italia-Svezia e di sfoderare patatine e bibite. Ho spiegato che avevo da scrivere quest’articolo e il bassista ha detto: “Forse l’unica cosa da dire dell’esame di maturità è che, be’, maturità un cavolo. Voglio dire, quanti anni fa è stato? Eppure, guardaci.”

Eppure, guardatemi. Non avrei saputo dirlo meglio.”

Alice Basso

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