l'aneddoto

Perché il primo musical di Bob Dylan si rivelò un flop

L’incarico: scrivere le canzoni per l’adattamento di un racconto del New England divenuto un classico. Ciò a cui il pubblico assistette fu uno spettacolo senza musica.
Perché il primo musical di Bob Dylan si rivelò un flop

Anche i grandi possono fallire. È quanto accaduto a Bob Dylan nel lontano 1969. Il particolare episodio è raccontato sul New York Times. All’epoca sembrava una buona idea: far collaborare tra loro due giganti di generazioni differenti per reinventare un classico americano. La cosa, però, non si rivelò proprio un’idea brillante.

Il progetto del musical

Il produttore Stuart Ostrow e il regista Peter Hunt avevano già riscosso successo a Broadway con lo spettacolo “1776”. Ora, volevano adattare “Il Diavolo e Daniel Webster”, un racconto scritto nel 1936 da Stephen Vincent Benét: Jabez Stone, un contadino del New Hampshire perseguitato dalla sfortuna, finisce col fare un patto col diavolo. Al momento di saldare il conto, chiede a Daniel Webster di fargli da avvocato per cercare di salvare la propria anima. Il racconto era già diventato un’opera teatrale nel 1939 e un film nel 1941. Ma non ne era mai stato tratto un musical.

Il poeta Pulitzer e Bob Dylan

Il poeta Archibald MacLeish, tre volte vincitore del Premio Pulitzer e autore dell’opera “J. B.”, premiata con un Tony Award, ne avrebbe scritto il libretto. Il ruolo di compositore e paroliere fu affidato invece a Bob Dylan. Come scrisse MacLeish a Ostrow, “Scratch”, dal nome con cui il diavolo si fa chiamare nel racconto, sarebbe stato “il contrario di un musical”. Sarebbe stato, piuttosto, un’“opera ballad”: un attore in abiti moderni avrebbe cantato le canzoni, facendo da tramite tra il pubblico e il palcoscenico. Riguardo ciò che questo menestrello del ventesimo secolo avrebbe cantato, be’, quello era compito di Dylan.

Incompatibilità artistica

Bob Dylan e Archibald MacLeish non erano solo distanti per età, ma anche per provenienza, stile e sensibilità. Le differenze tra le loro visioni, quella più rigida e conservatrice di MacLeish e quella meno quadrata e più istintiva di Dylan, si rivelarono inconciliabili. Inevitabilmente, il processo creativo di “Scratch” si arrestò; la storia di come sia successo cambia a seconda di chi la racconta.

“Mi sono ritirato dalla produzione”, scrive Dylan nei testi della raccolta “Biograph” (1985). “Non era niente, davvero, suppongo ci sia stato un fraintendimento.”

Nella sua autobiografia del 2005, Ostrow dissente (a dir poco) con la versione di Dylan e lo dipinge come un idiota vanitoso, bloccato di fronte a un vero uomo di lettere. “Il solo segno che il celebre cantante folk ha lasciato, è stato quello del suo bicchiere di brandy sul tavolo di ciliegio di MacLeish” scrive Ostrow. In breve, “Dylan non sapeva collaborare”.
Possibile, fatto sta che Dylan aveva appena rilasciato “Nashville skyline” insieme a Johnny Cash e, due anni prima, aveva collaborato con The Band a “The Basement Tapes”. La verità sembra essere più specifica: Dylan sapeva collaborare, ma non con Archibald MacLeish.

Il musical sul palco

Così, quando lo show debuttò a Broadway nel 1971, lo fece come un’opera teatrale convenzionale, con Patrick Magee nel ruolo di Daniel Webster e Will Geer in quello di Scratch.
Priva della voce di un cantautore contemporaneo a dare equilibrio, l’opera fu definita pomposa e datata, caratterizzata da quello che il critico del New York Times Walter Kerr chiamò “l’eco di uno stile che sta sparendo”.
Per quanto riguarda Dylan, mesi prima aveva rilasciato “New Morning”, una raccolta di una dozzina di nuove canzoni che includeva la traccia del titolo e la sua versione di altre ballate pensate per il musical. Fu, come scrisse Greil Marcus sul Times, “il suo miglior album degli ultimi anni”.

 

Cecilia Mastrogiovanni

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