Teatri e cinema

Perché le chiese riaprono, ma non i cinema e i teatri?

Se è vero che negare l'accesso a una chiesa mina la nostra libertà di culto, non è forse vero che negare l'accesso ai templi della cultura equivale a rinunciare al nostro diritto alla bellezza?
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Mascherina obbligatoria, gel all’ingresso e divieto di scambiarsi il segno di pace. Da ieri, lunedì 18 maggio, si tornano a celebrare le messe in tutto il Paese. Per tornare al cinema o a teatro bisognerà, invece, attendere il 15 giugno. Ancora una volta, i templi della cultura vengono dimenticati, lasciati, come sempre, in fondo alle priorità del nostro Paese, all’ultimo gradino della piramide. Ma se l’Italia è davvero una Repubblica fondata sulla bellezza, non dovremmo forse ricominciare dalla cultura per rinascere?

Libertà di culto e diritto alla bellezza

La riapertura dei luoghi di culto rappresentava un momento molto atteso dai fedeli. All’indomani del 4 maggio, quando il Presidente Giuseppe Conte aveva annunciato la riapertura di diverse attività, escludendo le chiese, i vescovi si erano fatti sentire, appellandosi alla libertà di culto. “I vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”. Un grido, quello della Chiesa, che è stato subito accolto dal governo, in risposta ai bisogni spirituali di migliaia di fedeli nel Paese. Ma al coro indignato dei fedeli, si era unito anche quello di ballerini, attori, registi, macchinisti, fonici e tecnici, di tutto il mondo dello spettacolo. Un grido, quello della cultura, caduto nel vuoto invece, inascoltato come sempre. “Da quest’anno noi siamo totalmente inutili, siamo lavoratori non riconosciuti. A quanto pare, il nostro apporto alla società è rivelante“, aveva commentato amareggiato Stefano Massini, all’indomani del 4 maggio.

Perché riaprire le chiese, ma non i teatri e i cinema?

Con questa riflessione, non si intende sminuire l’importanza e il carattere necessario della libertà di culto, ma è impossibile non intravedere nella scaletta delle riaperture una profonda ingiustizia rispetto a tutto il mondo dello spettacolo. Infatti, se è vero che negare l’accesso a una chiesa mina la nostra libertà di culto, non è forse vero che negare l’accesso ai templi della cultura equivale a rinunciare al nostro diritto alla bellezza? A pensarci bene, “una chiesa e un teatro non sono poi tanto diversi”, aveva affermato poche settimane fa il regista teatrale Stefano Massini. Lo aveva dimostrato, illustrando a matita la pianta di un teatro, con le possibili soluzioni di distanziamento preventivo. Basterebbe, ad esempio, cancellare una fila sì e una fila no, per permettere al pubblico di ascoltare un monologo teatrale, o guardare un film, in sicurezza. Proprio come in una chiesa, con la sola e unica differenza che l’altare è un palcoscenico e il ministro del culto è un attore, un musicista o una pellicola cinematografica. 

 

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