il concerto live

“Due”, il concerto live dedicato ad uno spettatore alla volta

Alberto Nemo, Mauro Mazziero e il professor Claudio Strinati incantano il Mugellini Festival a Potenza Picena (Macerata) con il microconcerto live per un solo spettatore per volta
“Due”, il concerto live dedicato ad uno spettatore alla volta

“Due” è un evento mai visto, né immaginabile, prima del sodalizio di questa straordinaria coppia di artisti. Mauro Mazziero, sopraffino Maestro d’arte visiva, accompagna Alberto Nemo, capace di incantare tutti con i suoi noti virtuosismi vocali e con un carisma che ha dello spirituale.

Ho assistito rapita a questa due giorni singolare che si è rivelata un successo oltre ogni previsione: incisivo, ammaliante e profondamente dotto, Strinati si è dato completamente al pubblico dell’Auditorium Ferdinando Scarfiotti e ha attratto la nostra attenzione.

Il concerto live “Due”

L’ANSA nazionale e gli stessi giornali non avrebbero potuto esprimere tanto phatos annunciando la manifestazione che, con colpi di scena, è andata al di là di quella scaletta tanto minuziosamente studiata.

Così, semplicemente, vi confesso di aver provato l’estatica emozione nell’aver avuto il privilegio di sedermi con Alberto Nemo che – fissandomi – ha intonato una canzone solo per me. Due, appunto, il dono dell’artista al suo pubblico, in un momento di intima congiunzione artistica.

Riporto in esclusiva, solamente per i lettori di Libreriamo, il testo scritto dal Professor Claudio Strinati e buon ascolto a voi tutti.

Paola Cingolani

Così lontani, così vicini: Mauro Mazziero ed Alberto Nemo

Di Claudio Strinati

Mauro Mazziero dedica una parte molto significativa della sua attività di pittore e disegnatore a illustrare gli album musicali di Alberto Nemo, cantante e compositore di valore nella musica italiana dei nostri anni.

È un punto di incontro tra percorsi creativi affini eppure diversissimi, un’esperienza singolare nel panorama artistico del nostro Paese in questi ultimi tempi.

Le illustrazioni di Mazziero per vari album, recenti e recentissimi, di Alberto Nemo sono condotte ad acquerello, per lo più su carta di riso e sono improntate a estrema delicatezza e garbo della presentazione delle immagini, talora vivida e raffinatissima, talaltra morbida e come sfumata.

Forse il più suggestivo è il ciclo di acquerelli dedicato a Giostre, un cd del 2020 dove Nemo spazia su una vastissima gamma espressiva che annovera autentiche gemme come l’esilarante e dolcissimo brano La tramontana, piccolo capolavoro di stralunato e minimalistico criptocitazionismo, o come il bellissimo L’era che non c’è dove la prodigiosa e quasi ipnotica qualità medianica della voce di Alberto Nemo funge da supporto di spettrali e nobili evocazioni promananti da una specie di fiabesco oriente bizantino sfociante nel melisma gregoriano e da quello in un pop lento e seducente.

Chi ascolta, questa e tante altre composizioni di Alberto Nemo, ha la sensazione di percepire astrali echi di esperienze liminari come fu quella del grande Demetrio Stratos negli anni settanta del Novecento, che hanno forse spinto Alberto Nemo all’idea di procedere ad una vera e propria costruzione sistematica di un mondo sonoro pago di se stesso, in uno stato di quieta e al contempo fremente pienezza dell’essere.

Qualcosa del genere si era profilato nel mondo musicale una quarantina d’anni fa al magico tocco di maestri come, soprattutto, Philip Glass al tempo dell’invenzione della ragguardevole trilogia cinematografica, parzialmente ispirata al mondo degli indiani Hopi della nazione Navajo, diretta da quel geniaccio oggi ottantenne di Godfrey Reggio, scandita dai capolavori Koyaanisqatsi (1982), Powaqqatsi (1988, l’anno stesso di nascita di Alberto Nemo), Naqoyqatsi (2002).

E, su una linea assai simile, Nemo con la stessa impeccabile e severa professionalità può toccare il più rustico popolaresco e il più gelido e ancestrale aristocraticismo. Può conversare con i più scrupolosi sapienti e giocare con i bambini senza esporsi troppo e senza dare tante spiegazioni.

Qui si innesta la creatività di Mauro Mazziero.

È una sorta di sotterranea e pur ferrea adesione a questo mondo di pensiero e di desiderio. Il ciclo delle Giostre accompagna, così, gli spunti inquietanti e rasserenanti profusi da Nemo a piene mani nelle sue musiche. E ne emerge quel carattere di Mazziero che verrebbe da definire felliniano, che gli consente di elaborare immagini deliziosamente colte e argutamente divaganti volte a creare un piacevolissimo “divertimento per li regazzi”, per rubare un appropriato titolo a Giandomenico Tiepolo di un suo lavoro, elaborato tra fine Settecento e primi dell’ Ottocento, di disegni destinati a divertire e istruire il mondo dell’infanzia.

Anche nel caso di Mazziero, qualche secolo dopo, è deliziosamente incantevole l’idea del latente movimento meccanico delle immagini, come se queste giostre fossero modelli per la costruzione di carillon, giocattoli meccanici musicali fabbricati proprio a partire più o meno dai tempi del Tiepolo.

E viene in mente quella meraviglia della cinematografia del Novecento che fu Il Casanova di Federico Fellini (questo è il titolo esatto del mitico film di Fellini) un capolavoro narrativo e visivo uscito dopo lunghissima elaborazione nel 1976, quando Mazziero era un bambino di dieci anni. Un film che può aver costituito per certe persone della sua generazione e del suo temperamento una sorta di modello segreto e quasi subliminale.

Per cui non è escluso che l’immagine dell’inquietante carillon che Casanova piazza nelle stanze dove compie le sue imprese amorose possa aver contribuito, magari inconsciamente, ad attivare l’immaginario di un artista come Mazziero che proviene da un ambiente culturale non lontanissimo dalla Romagna del sommo regista riminese.

Certo, i personaggi delle Giostre di Mazziero sono in parte prelevati dalle fantasie di De Chirico dei Gladiatori, della Statua che si è mossa, di quei buffi personaggi che progressivamente hanno preso il posto delle statue sulle Piazze d’Italia, soppiantate dagli sfuocati ricordi delle statuette votive etrusco-romane, delle Tanagre greche di terracotta che si ritrovano, liete e familiari presenze, in tutto il bacino del mediterraneo.

Del resto de Chirico è anche esplicitamente citato nelle illustrazioni inventate da Mazziero per gli album di Nemo, culminando nella copertina dell’album L’enigma.
E, un po’ alla maniera dechirichiana, Alberto Nemo compare in persona anche in altre copertine tratte da iconografie di sommi maestri del passato come Tiziano nell’album L’ Allegoria, o Dosso Dossi nell’album Pittore di farfalle.

Sono immagini cariche di quella dimensione dell’inquietudine che è la quintessenza dell’Edipo dechirichiano, sempre e comunque latente nella figuratività di Mazziero, così come si direbbe altrettanto latente nell’arco melodico sedimentato nella più intima ispirazione di Alberto Nemo.

Nelle acqueforti Mazziero appare, del resto, costantemente connotato di un senso dell’immagine vista come in una vecchia e consunta fotografia dove si vedono figure o particolari di persone proprio consumate dal tempo.

Un tipo di forma artistica molto bella e originale e non priva di riferimenti, sia pure un po’ segreti, alla sublime tecnica disegnativa e incisoria di un eminente conterraneo di Mazziero, lodato e apprezzato dagli intenditori, quale fu Luigi Bartolini.

Mazziero è per certi versi affine al grande maestro di Cupramontana scomparso nel 1963, onirico evocatore di un universo di apparente semplicità e immediatezza. C’è forse in Mazziero uno spirito analogo, per cui le sue immagini sembrano dimostrare nel concreto della loro formulazione stilistica come tutte le nostre percezioni, delle cose che ci circondano e degli esseri viventi che incontriamo, siano condizionate e quasi costrette. Ma costrette da quel gioco dell’intelligenza e della fantasia che in effetti ci piace molto giocare e che l’arte ci descrive e disvela.

Così, le immagini di Mazziero suggeriscono con pari acutezza sia silenzi ineffabili sia clamori fragorosi, come se l’artista agisse in uno stato ipnotico che lo mantiene sempre in una condizione di precario equilibrio tra piena consapevolezza e timore di perdita di controllo della nostra stessa coscienza.

Esattamente ciò che si ritrova nella musica di Alberto Nemo, e ne giustifica la notevole carica emotiva e, verrebbe da dire, rappresentativa.

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