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King Kong, aneddoti e simbologie legati ai diversi film

Stasera andrà in onda il film "King Kong" del 2005. Scopriamo insieme i significati più profondi della scimmia più famosa della storia del cinema.

King Kong è un film che ha fatto la storia e, stasera, su 20 Mediaset alle 21:10, andrà in onda la versione del 2005 con la regia di Peter Jackson. Questa pellicola del 2005 è una delle tante rivisitazioni dell’originale storia degli anni 30. Ma perché questo personaggio è così affascinante? Cosa ci commuove di lui? E soprattutto, quali sono le versioni cinematografiche da non perdere assolutamente?

Molto più di una scimmia

È facile capire perché questo personaggio si è dimostrato così duraturo: come esseri umani, un affetto per le scimmie giganti sembra cablato nel nostro DNA, e tutti amano le isole misteriose e stravaganti piene di dinosauri anacronistici e bestie fantastiche. Ma c’è un altro motivo per cui King Kong non ci ha mai lasciato. Come i vampiri, gli zombie e i supereroi, la storia di una scimmia gigante, una creatura adorata come un dio nel suo mondo, che viene rapita e portata negli Stati Uniti in catene per essere usata come giocattolo per una ricca élite bianca, si è dimostrata particolarmente ricca di metafore. Non vorremmo che vi perdeste il significato simbolico più profondo dei film sul mostro scimmiesco che si arrampica sui grattacieli, inseguendo bellissime attrici. Scopriamo insieme le tre versioni più significative.

 

King Kong (1933)

Forse la cosa più bella che si può dire delle politiche razziali del King Kong originale è che riflettono il pensiero dei tempi, che erano, ahimè, molto razzista. Una sorprendente realizzazione tecnica e creativa,  King Kong si svolge in un “sogno di febbre imperialista” dell’Est. È il film che introduce la fittizia Skull Island, situata al largo di Sumatra, nell’Oceano Indiano, anche se i suoi abitanti sono generalmente codificati come africani, e talvolta asiatici. In ogni caso, Skull Island è un regno terrificante e ultraterreno, più simile a un’altra dimensione che a un altro continente, pieno di abitanti superstiziosi e ruggenti e di creature fantastiche. In questo film, King Kong stesso è l’Oriente oscuro e misterioso personificato, una bestia brutale e feroce che distrugge avventurieri, dinosauri, newyorkesi e New York stessa.

Allo stesso tempo, il film può anche essere letto come un’allegoria anti-colonialista in cui Kong è in realtà un guerriero indigeno fiero e indomito – un re e un’anima libera nel suo mondo che viene catturato, rapito, portato in catene attraverso l’oceano e costretto a mettere su uno spettacolo per il divertimento dei bianchi dissoluti. Non c’è da stupirsi che si ribelli così. In questa interpretazione, Kong è ancora una bestia piuttosto che la creatura sempre più antropomorfa che sarebbe diventata nel corso dei decenni. Ma anche nella sua selvaggia incarnazione originale, era già più simpatico e, sì, umano, dei suoi rapitori e cacciatori, che sottolineano le sfumature colonialiste e razziste del film essendo così sopra le righe nella loro becera, bruttezza razzista americana. Non vengono fuori come eroi, ma come caricature satiriche della voracità e dell’avidità. 

King Kong (1976)

Il remake di King Kong del 1976 ha esplicitato il malizioso e pesante sottotesto sessuale del primo film con un’eroina (Jessica Lange nei panni dell’attrice svampita Dwan) che è praticamente l’incarnazione del sesso. In una performance che dà poche informazioni dell’attrice vincitrice di un Oscar che sarebbe diventata, la Lange irradia una sensualità incandescente come sfortunato oggetto del desiderio carnale di King Kong, così come di tutti gli altri. Questo include il focoso Jeff Bridges nei panni di un robusto amante degli animali, che è così peloso da emettere lui stesso una distinta vibrazione da uomo scimmia. 

King Kong non appare fino a quasi un’ora dopo questa versione, ma quando lo fa, è impegnato nel voler a tutti i costi fare l’amore con la donna umana dei suoi sogni. L’incontro di Dwan con King Kong, dopo essere stato drogato, è ricollegabile alla rappresentazione di uno stupro. 

Oh, certo, c’è qualche parola sull’ambientalismo e su un’avida compagnia petrolifera che sfrutta la terra, ma in realtà questo King Kong è tutto sul sesso e sulla brutale sessualità maschile.

King Kong (2005)

Il remake di Peter Jackson è oltremodo fedele al materiale di partenza, quindi ricicla molti temi su Kong come incarnazione informe della violenza della natura. Tuttavia, poiché è anche molto, molto lungo, il remake di Jackson guarda il familiare scimmione da alcune nuove prospettive.
Il King Kong di Jackson non è né il mostro eccitato del 1976 né il bruto selvaggio del 1933: è un sognatore peloso che si strugge senza speranza in modi che sono fin troppo umani per una bellissima ragazza dagli occhi tristi interpretata da Naomi Watts. In parte perché Jackson è una persona cinefila, questo King Kong gioca anche sugli aspetti cinematografici e di spettacolo della storia più di qualsiasi altra versione.

 Il film di Jackson e l’originale sono anche due gemme dell’artigianato cinematografico: lì come qui, Kong stesso è una meraviglia creativa e tecnica. L’originale rimane il punto di riferimento per l’animazione in stop-motion anche quasi un secolo dopo, mentre il lavoro di C.G.I. e motion capture di Andy Serkis, nei panni del galoot innamorato, nell’amorevole omaggio di Jackson, segue e quasi eguaglia il lavoro rivoluzionario della trilogia del Signore degli Anelli.

 

Stella Grillo

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