Quando pensiamo alle fiabe dei fratelli Grimm, immaginiamo spesso versioni addolcite, rese innocue da secoli di adattamenti per l’infanzia. Eppure, all’origine, quelle storie erano tutt’altro che rassicuranti: violente, crudeli, profondamente simboliche. Racconti popolari nati per spiegare la paura, la morte, la fame, il desiderio e il potere, non per intrattenere i bambini.
Con “The Grimm Variations”, Netflix compie un’operazione affascinante e spiazzante: prende l’immaginario dei Grimm e lo filtra attraverso il linguaggio dell’anime giapponese, restituendo alle fiabe la loro natura originaria. Il risultato è un’opera che non si limita a reinterpretare i racconti classici, ma li trasforma in riflessioni contemporanee sull’identità, sulla violenza e sulla fragilità umana.
Dalle fiabe al linguaggio dell’animazione contemporanea
Dal libro allo schermo, il passaggio delle fiabe dei fratelli Grimm a The Grimm Variations dimostra quanto questi racconti siano ancora vivi. L’anime Netflix non tradisce l’opera originale, ma ne coglie l’essenza più profonda: quella di storie nate per parlare della parte più oscura dell’essere umano.
In un’epoca che tende a semplificare e rassicurare, tornare ai Grimm, e farlo attraverso l’animazione giapponese, significa ricordare che la fiaba non è mai stata innocente. È uno specchio, spesso crudele, in cui continuiamo a riconoscerci.
Che cosa sono gli anime
Gli anime non sono semplicemente “cartoni animati giapponesi”. Si tratta di un linguaggio narrativo complesso, capace di affrontare temi filosofici, esistenziali e politici attraverso l’animazione. Nel corso dei decenni, l’anime ha dimostrato di essere uno strumento potentissimo per raccontare l’orrore, il trauma, la memoria e il mito, spesso con una libertà che il cinema live action fatica a concedersi.
Non è un caso che proprio l’animazione giapponese abbia scelto di dialogare con le fiabe dei Grimm: entrambe nascono da una tradizione simbolica, stratificata, in cui il racconto serve a dare forma all’inconscio collettivo.
Le origini letterarie
Chi erano i fratelli Grimm e cosa hanno scritto
Jacob Grimm e Wilhelm Grimm furono linguisti, studiosi e raccoglitori di tradizioni popolari. Tra il 1812 e il 1815 pubblicarono per la prima volta le Kinder- und Hausmärchen, una raccolta di fiabe popolari tedesche che avevano l’obiettivo di preservare la memoria culturale del loro popolo.
Le fiabe dei Grimm non nascono come letteratura per l’infanzia: sono racconti duri, spesso spietati, in cui il male non viene sempre punito e la salvezza non è garantita. Col tempo, soprattutto grazie alle revisioni di Wilhelm, alcune storie vennero “smussate”, ma il nucleo oscuro rimase intatto.
“Fiabe” di Jacob e Wilhelm Grimm, Mondadori
L’edizione italiana “Fiabe”, pubblicata da Mondadori nella collana Oscar Classici e curata da Laura Mancinelli, restituisce una versione filologicamente rigorosa di questi racconti. È un testo fondamentale per comprendere la doppia anima dell’opera: da un lato il rigore linguistico di Jacob, dall’altro la sensibilità narrativa di Wilhelm.
Le fiabe dei Grimm non seguono una trama unitaria, ma costruiscono un universo coerente fatto di prove iniziatiche, metamorfosi e punizioni esemplari. Bambini abbandonati, madri crudeli, padri assenti, streghe, animali parlanti e foreste minacciose diventano metafore di una società fragile, attraversata da fame, guerra e superstizione.
In queste storie, il bene e il male non sono categorie morali semplici: spesso convivono nello stesso personaggio. La violenza non è gratuita, ma simbolica; la paura serve a insegnare, a preparare alla vita. È proprio questa ambiguità a rendere le fiabe dei Grimm incredibilmente moderne e ancora capaci di parlare al presente.
L’adattamento Netflix “The Grimm Variations”
“The Grimm Variations”, si è dimostrato essere un mix tra l’oscurità dell’estetica dark e la tecnologia di “Black Mirror”, prende alcuni dei racconti più celebri e li rilegge in chiave antologica, cupa e profondamente psicologica. Ogni episodio è autonomo, ma unito agli altri da un filo tematico: la perdita dell’innocenza. L’anime non cerca di “modernizzare” le fiabe rendendole più accettabili, bensì di riportarle alla loro funzione originaria: disturbare, interrogare, inquietare.
L’estetica è raffinata, spesso perturbante, e il racconto visivo diventa centrale nel trasmettere il senso di angoscia e meraviglia. Le fiabe non vengono spiegate, ma vissute, lasciando allo spettatore il compito di interpretarne i simboli.
