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Ermal Meta, “Vi auguro di trovare la vostra ferita, da lì sgorga la creatività”

Abbiamo intervistato in esclusiva ERMAL META sul suo ultimo disco. Un'intervista intensa sulla musica, la creatività, la letteratura e altro.

Abbiamo avuto l’onore di intervistare, in esclusiva per Libreriamo, ERMAL META. Gli abbiamo chiesto del suo ultimo disco, “tribù urbana”, di alcune canzoni al suo interno, abbiamo parlato di musica e creatività in questo periodo storico difficile. Un dialogo sulle ferite e sulle brevi – ma intense – ispirazioni che rivivono in ogni artista. Dopo il grande successo di “un milione di cose da dirti”, portata a Sanremo 2021, ERMAL META ci parla di sé e della sua musica. 

L’intervista ad Ermal Meta

Perché hai intitolato il tuo ultimo album “Tribù urbana”?

Le due parole “tribù” e “urbana” sono due parole in contrasto, antitetiche. La tribù rappresenta un gruppo estremamente ravvicinato, chiuso, e all’interno di un contesto urbano, può sembrare stridente. È un ossimoro. La tribù è protezione, vicinanza. Un contesto urbano è dispersivo, ordinario. 
Per questo, nella copertina ci sono i colori sul mio corpo che rappresentano la mancanza di “ordine” all’interno di un abito “cittadino”. Colori che rappresentano la fantasia, l’irregolarità, la tribalità. I pantaloni, invece, rappresentano “due palazzi” illuminati, come in città.
Questo è un disco inclusivo, racconta tutti coloro che vogliono farne parte. È un disco fatto di specchi dove le persone possono rivedere loro stesse. Ho scritto questo album immaginandomi dentro una platea, tra moltissime persone, in un periodo dove mancavano i concerti, dove mancava il contatto umano. Così ho scelto di inserire in questo album delle “fotografie”, dei pezzi di vita bidimensionali,  dove la terza dimensione la fa l’ascoltatore con la sua interpretazione. 

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C’è una canzone intitolata “Destino universale”. Cosa significa? e quale è, oggi, il destino universale che ci accomuna? 

Il nostro destino universale non è qualcosa di certo. Questa canzone è nata dopo la lettura di un libro intitolato “Ho seguito le stelle”, che parla di un ragazzo che parte dall’Afghanistan. Con questo libro ho riflettuto sul fatto che nessuno è contento di lasciare la propria casa, perché il luogo in cui cresci ti sembrerà sempre il posto più bello del mondo. Abbiamo sempre la sensazione che chi viene da quest’altra parte cerchi un luogo più bello. In realtà cerca solo un posto più sicuro.
Noi siamo viaggiatori e i confini ci trasformano in migranti, ma noi viaggiamo sempre. Anche stando fermi, noi viaggiamo dentro la nostra epoca, dentro noi stessi. Ecco, con questa canzone ho voluto raccontare i viaggi interiori, che io stesso ho fatto.  

 

Un’altra canzone: “gli invisibili”. Come nasce e chi sono?

Parla di tutti quelli che fanno fatica a ritrovarsi ad uno specchio. Sono tutti quelli che cominciano a definirsi attraverso le parole degli altri. Così, quando non sai guardare te stesso, diventi invisibile. L’input iniziale me l’ha dato un viaggio, nel 2019, a Los Angeles.  Stavo facendo una passeggiata, un homeless stava cantando e cantava con una voce molto bassa, così gli chiesi di alzarla, di cantare più forte. Lui mi disse che era abbastanza per lui. Ho riflettuto molto su questo, su quanto lui non fosse “invisibile”, con una voce troppo fioca.

 

“Cuore a sonagli e occhi a fanale”, cosa significa questa espressione della tua canzone portata a Sanremo?

Nella canzone “Un milione di cose da dirti” ho voluto dare un’immagine quasi fiabesca. Per sonagli intendo quelli che, un tempo, venivano messi vicino ai bambini per sentire i loro movimenti. Quando questo si svegliava, si sentiva il tintinnio. Per questo il  “cuore a sonagli” è una persona che ha i nervi scoperti, che sente un po’ tutto con il proprio cuore, nel bene e nel male. Gli occhi a fanale sono gli occhi che illuminano la tua vita, sono gli occhi che ti salvano dal tuo buio interiore. 

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Che rapporto hai con la lettura? 

Mi piacciono le letture che non hanno una musicalità verbale al loro interno. Per questo mi piace di più leggere libri, romanzi, piuttosto che la poesia che ha già una propria musicalità. In quel modo io riesco ad immaginare una colonna sonora, riesco a sentire i profumi, vivo quelle emozioni. Tra i tanti libri che ho amato, posso dire che “Mille splenditi soli” mi ha fatto piangere tutte le lacrime che avevo in corpo. È un libro incredibile che mi ha colpito profondamente. L’ho finito in una notte e mi ritrovai alle 8:00 di mattina a piangere sul divano. 

 

Quale è l’augurio e il consiglio che, oggi,  daresti ad un giovane artista?

Io auguro a chiunque di trovare la sua fonte, la sua fonte di ispirazione. Auguro a tutti di trovare la propria ferita e di non curarla mai, perché è da lì che escono le cose più importanti. Da lì sgorga la creatività.  
E posso dire che in questi tempi bisogna resistere. Non sono impossibili, non c’è solo negatività. Perché mi auguro fortemente che ci sia una rinascita importante: oggi abbiamo capito quanto l’arte, il cinema, i concerti, siano fondamentali per la nostra vita. 

 

 

Stella Grillo

 

 

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