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Il diritto di opporsi, un libro, un film, una storia vera sul razzismo

Più di cinquant'anni dopo "Il buio oltre la siepe", nulla è cambiato: il razzismo nei confronti dei neri nega ancora l’uguaglianza tra gli uomini. Una testimonianza davvero emozionante
Il diritto di opporsi, un libro, un film, una storia vera sul razzismo
Dopo il successo editoriale negli Stati Uniti con il titolo “Just Mercy”, esce oggi in Italia in contemporanea nelle sale cinematografiche e nelle librerie, “Il diritto di opporsi”. Sono le esperienze dell’avvocato Bryan Stevenson che, subito dopo la laurea ad Harvard, si trasferisce in Alabama e sposa le cause degli ultimi. Presto fonda Equal Justice Initiative affinché a tutti, anche ai più deboli, possa essere assicurato il diritto a una giusta difesa. Alabama, più o meno cinquant’anni dopo Atticus Finch, ma nulla è cambiato: i sentimenti, le disposizioni d’animo e le diffidenze nei confronti dei neri sono sempre gli stessi.
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Le storie

Le storie sono tristemente storie vere.
La storia principale è quella di Walter McMillian. Walter, soprannominato Johnny D, è un afroamericano con una bella famiglia. E’ un piccolo lavoratore autonomo che spacca la legna per guadagnarsi da vivere ed è molto amato dalla sua comunità. Un giorno, di ritorno dal lavoro, viene arrestato dalla polizia per l’omicidio di una ragazza bianca di 18 anni. Viene condotto nel braccio della morte, dove resta per 15 mesi prima ancora che si apra il processo. Come dichiara a Stevenson, la sua unica colpa è quella di aver avuto una relazione con una donna bianca, relazione che non gli è mai stata perdonata dalla comunità bianca. Successivamente, viene condannato a morte, nonostante numerose prove della sua innocenza e grazie a prove a suo carico costruite ad arte.
Attorno alla storia di Walter si sviluppano altre storie. C’è quella di Herbert Richardson, ex veterano del Vietnam, effettivamente colpevole del crimine di cui è accusato, ma con la psiche in pezzi per essere stato l’unico sopravvissuto del suo plotone e senza che gli vengano riconosciute attenuanti di alcun genere. O la storia di Anthony Hinton, ingiustamente detenuto per 30 anni.
Unico carattere comune di queste storie, il colore della pelle dei protagonisti di esse, colore che toglieva loro il diritto ad una giustizia equa e giusta e che li rendeva gli ultimi degli esseri viventi, privi di una loro dignità. Per ciascuno di loro, Bryan Stevenson si è battuto come un leone, con grande coraggio e determinazione.

La pena di morte

Ma il diritto di opporsi non è solo una testimonianza contro il razzismo, ma anche contro la pena di morte e contro l’efferatezza e la crudeltà di questo tipo di punizione. La drammaticità dell’esecuzione dell’ex veterano del Vietnam è una pagina scioccante che toglie umanità all’essere umano; al condannato ma se possibile ancor di più a chi quella sentenza l’ha pronunciata e a chi le dà esecuzione.
 
Il libro e il film, peraltro assai ben recitato, costituiscono una drammatica testimonianza di come nella moderna America, fino a pochi anni fa, i neri venissero visti ancora come gli schiavi portati in catene dall’Africa per lavorare la terra. Ancora gli uomini non sono capaci di guardare dentro i loro cuori e vedere che siamo tutti uguali, qualunque sia il colore della pelle, e che tutti abbiamo diritto a una giustizia giusta e alla misericordia, “Just Mercy”, appunto.
 
 
 
 
 

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