I versi di Wislawa Szymborska sul primo amore e la sua importanza

10 Febbraio 2026

Spesso il primo amore è considerato l'esperienza amorosa più importante, non è cosi per la poetessa premio Nobel Wislawa Szymborska.

I versi di Wislawa Szymborska sul primo amore e la sua importanza

I versi di Wisława Szymborska tratti dalla poesia “Il primo amore” smontano con ironia, lucidità e una punta di malinconia uno dei miti più persistenti dell’immaginario sentimentale: l’idea che il primo amore sia necessariamente il più importante, il più vero, il più duraturo nella memoria. La poetessa polacca, fedele alla sua cifra stilistica fatta di apparente semplicità e di profondissima intelligenza emotiva, affronta un tema universalmente condiviso per sottrarlo alla retorica e restituirlo alla complessità dell’esperienza reale.

Dicono
che il primo amore è il più importante.
Ciò è molto romantico
ma non fa al mio caso.
Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato,
accadde e si è perduto.
Non mi tremano le mani
quando mi imbatto in piccoli ricordi,
in un rotolo di lettere legate con lo spago
– fosse almeno un nastrino.

Wislawa Szymborska e il primo amore

Il testo si apre con un’affermazione impersonale: “Dicono / che il primo amore è il più importante.” Quel “dicono” è già una presa di distanza. Non è un’affermazione che nasce dall’esperienza diretta dell’io poetico, ma una voce collettiva, una formula stereotipata, quasi un proverbio sentimentale. Szymborska mette subito in scena il contrasto tra ciò che si ripete per tradizione e ciò che davvero si vive. La poesia, fin dall’inizio, si presenta come un atto di dissenso gentile.

Subito dopo arriva la frase chiave: “Ciò è molto romantico / ma non fa al mio caso.” Qui l’ironia si fa sottile ma decisiva. La poetessa non nega il valore romantico dell’idea, non la deride apertamente; semplicemente afferma che non la riguarda. Questo “non fa al mio caso” è una dichiarazione di individualità: l’esperienza personale non coincide con il mito collettivo. In poche parole, Szymborska afferma che l’amore non è una legge universale, ma una serie di storie singolari, spesso imprevedibili.

Il cuore della poesia sta nei versi successivi: “Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato, / accadde e si è perduto.” Qui la poetessa introduce una zona di ambiguità emotiva che è forse la più autentica. Il primo amore non viene descritto come un evento pienamente compiuto, ma come qualcosa di incompiuto, incerto, sfuggente. “C’è stato e non c’è stato”: una formula paradossale che restituisce la natura fragile e indefinita di molti inizi sentimentali. Non tutto ciò che accade lascia un segno profondo; non tutto ciò che è stato provato diventa memoria incancellabile.

La scelta di non enfatizzare il dolore o la nostalgia è uno degli aspetti più sorprendenti della poesia. Nei versi successivi leggiamo: “Non mi tremano le mani / quando mi imbatto in piccoli ricordi.” L’immagine del tremore, spesso associata alla commozione o al turbamento, viene negata. La memoria del primo amore non provoca sconvolgimenti fisici, non riapre ferite. Questo non significa che l’esperienza sia stata insignificante, ma che è stata assimilata, integrata, superata. La maturità emotiva, qui, non è rimozione, ma pacificazione.

Il riferimento ai “piccoli ricordi” è particolarmente significativo. Non grandi scene, non momenti epocali, ma dettagli minimi: tracce materiali di un passato che non domina più il presente. È una memoria ridimensionata, domestica, quasi banale. Szymborska sembra suggerire che ciò che resta del primo amore non è un mito fondante, ma una manciata di oggetti, di segni concreti e modesti.

Tra questi, spicca l’immagine finale: “in un rotolo di lettere legate con lo spago / – fosse almeno un nastrino.” Qui l’ironia diventa tenera e insieme disincantata. Le lettere, simbolo tradizionale dell’amore, sono legate non da un elegante nastrino, ma da un semplice spago. Il commento tra parentesi – “fosse almeno un nastrino” – introduce una nota di sorriso amaro: anche il ricordo materiale è privo di quell’estetica romantica che la tradizione vorrebbe imporre.

Questo dettaglio apparentemente secondario è in realtà centrale. Lo spago è funzionale, povero, privo di grazia; il nastrino sarebbe stato decorativo, simbolico, “romantico”. Il fatto che ci sia lo spago e non il nastrino dice molto: l’amore ricordato non è stato elevato a reliquia sacra, ma conservato senza particolare venerazione. È un oggetto tra gli altri, non un feticcio.

In tutta la poesia, Szymborska compie un’operazione tipica della sua poetica: sottrae importanza a ciò che viene solitamente ingigantito e restituisce dignità alla normalità. Il primo amore, nella sua visione, non è necessariamente il più importante, ma è uno dei tanti eventi che contribuiscono a formare una persona. Non inaugura un destino, non imprime un marchio indelebile. Può essere lieve, imperfetto, persino dimenticabile.

Oltre i clichè

Questo sguardo è profondamente moderno e, al tempo stesso, liberatorio. Szymborska offre al lettore la possibilità di non sentirsi in difetto se il proprio primo amore non è stato un’esperienza assoluta. La poesia diventa così un antidoto alla retorica sentimentale che spesso pesa sulle biografie individuali, imponendo modelli emotivi irrealistici.

Dal punto di vista stilistico, la forza del testo sta nella sua apparente semplicità. Il linguaggio è quotidiano, quasi prosastico; eppure ogni verso è calibrato con precisione. L’ironia non è mai aggressiva, la malinconia non diventa mai lamento. Tutto è trattenuto, misurato, come se anche la forma poetica rispecchiasse quel “non tremano le mani”.

In conclusione, i versi di “Il primo amore” non negano il valore dell’esperienza amorosa, ma ne rifiutano l’assolutizzazione. Szymborska ci invita a guardare alla nostra storia sentimentale senza mitizzazioni, accettando che alcune cose passano, si perdono, e proprio per questo non smettono di essere vere. Il primo amore, in questa poesia, non è una leggenda fondativa, ma una pagina tra le altre: scritta, riletta, riposta – magari legata con uno spago.

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