I versi di Vittorio Sereni sulla nostra identità: chi siamo?

Leggiamo assieme i primi versi della poesia di Vittorio Sereni “Altro posto di lavoro”, sulla nostra, sulfurea, evanescente identità.

I versi di Vittorio Sereni sulla nostra identità chi siamo

Nella poesia Altro posto di lavoro, scritta nel 1975, Vittorio Sereni consegna al lettore alcuni versi di straordinaria densità: . In queste parole si avverte tutta la tensione della poesia di Sereni degli ultimi anni: una riflessione amara sull’identità, sul tempo, sulla sopravvivenza delle immagini e sulla perdita di sostanza dell’esperienza.

«Non vorrai dirmi che tu
sei tu o che io sono io.
Siamo passati come passano gli anni.
Altro di noi non c’è qui che lo specimen
anzi l’imago perpetuantesi
a vuoto-»

Vittorio Sereni, in un autunno del 1975

Il testo si apre con una negazione che ha il tono di una provocazione: «Non vorrai dirmi che tu sei tu o che io sono io». L’affermazione dell’identità — apparentemente la più semplice e ovvia — viene messa in dubbio. Sereni smonta l’idea che l’io e il tu siano entità stabili, riconoscibili, identiche a se stesse nel tempo. Dire “io sono io” significa affermare continuità, permanenza. Ma il poeta sembra suggerire che questa continuità è illusoria.

Il dialogo implicito tra un “io” e un “tu” crea uno spazio relazionale, ma questo spazio è attraversato dalla consapevolezza della trasformazione. L’identità non è un dato immobile, bensì un processo, un attraversamento. L’io che parla non coincide più con l’io che era, e forse nemmeno con quello che crede di essere. La negazione iniziale incrina ogni certezza ontologica.

Il verso successivo introduce il tema centrale: «Siamo passati come passano gli anni». Qui l’immagine del tempo diventa esplicita. Non siamo rimasti; siamo passati. L’uso del passato remoto — “siamo passati” — accentua la sensazione di compiutezza e distanza. Gli anni scorrono in modo impersonale, inevitabile, e noi scorriamo con essi. L’identità si dissolve nel fluire del tempo.

Sereni, poeta profondamente segnato dall’esperienza storica del Novecento e dalla riflessione sulla memoria, avverte che il tempo non solo trasforma, ma consuma. Gli anni non si limitano ad aggiungersi; cancellano, modificano, erodono. In questo senso, l’idea di essere “passati” come gli anni suggerisce una perdita: ciò che eravamo non è più pienamente presente.

La parte più enigmatica dei versi è forse quella che introduce i termini “specimen” e “imago”. «Altro di noi non c’è qui che lo specimen / anzi l’imago perpetuantesi / a vuoto». Sereni utilizza parole di ascendenza scientifica e latina, che evocano il linguaggio della biologia o dell’entomologia. Lo “specimen” è un campione, un esemplare conservato per essere osservato. L’“imago”, nel ciclo vitale degli insetti, è la forma adulta, definitiva, ma anche un’immagine.

Definirsi “specimen” significa ridurre la propria presenza a oggetto di osservazione, a traccia. Non siamo più esseri vivi e pulsanti, ma campioni, resti, figure fissate. L’identità diventa reperto. È una visione fredda, quasi clinica, che sottolinea la distanza tra ciò che siamo stati e ciò che resta.

Ancora più significativa è l’espressione “imago perpetuantesi / a vuoto”. L’immagine si perpetua, continua a riprodursi, ma “a vuoto”. Qui si avverte una critica implicita alla sopravvivenza puramente formale dell’identità. Forse restano fotografie, ricordi, parole, ruoli sociali — ma manca la sostanza vitale. L’immagine si ripete senza contenuto, come un gesto meccanico.

Nel titolo della poesia, Altro posto di lavoro, si può intravedere un ulteriore livello di significato. Il “posto di lavoro” non è solo un luogo fisico, ma uno spazio esistenziale. È il luogo in cui si agisce, si produce, si è riconosciuti. Parlare di un “altro” posto di lavoro suggerisce uno spostamento, una dislocazione. Forse il poeta si trova in una fase della vita in cui il ruolo, l’identità pubblica, l’immagine sociale non coincidono più con l’essenza interiore.

In questo senso, lo “specimen” e l’“imago” possono alludere anche alla maschera sociale, alla figura che gli altri vedono e che continua a esistere anche quando il soggetto si sente svuotato. L’immagine perpetuata “a vuoto” è quella dell’io pubblico che sopravvive alla trasformazione interiore.

Anime vaganti

La poesia di Sereni negli anni Settanta è segnata da una consapevolezza disincantata. Non c’è enfasi, non c’è retorica; c’è piuttosto una meditazione sobria e dolorosa sulla distanza tra il presente e il passato, tra l’essere e l’apparire. La negazione iniziale («Non vorrai dirmi…») è già un rifiuto di illusioni consolatorie.

Eppure, proprio nel nominare questa condizione, la poesia compie un atto di resistenza. Se l’identità è diventata “specimen”, la parola poetica la riporta in movimento. Se l’immagine si perpetua “a vuoto”, la poesia la riempie di consapevolezza. C’è una tensione tra il senso di svuotamento e l’atto stesso dello scrivere, che è sempre un tentativo di dare forma e significato.

In questi versi si può leggere anche una riflessione più ampia sulla modernità. L’individuo contemporaneo è spesso ridotto a funzione, a ruolo, a immagine. Il rischio è che l’io si trasformi in superficie, in rappresentazione continua, perdendo profondità. Sereni anticipa una sensibilità che oggi riconosciamo nelle dinamiche della società dell’immagine: la riproduzione incessante di sé può diventare vuota.

In conclusione, i versi di Altro posto di lavoro mettono in scena una crisi dell’identità attraversata dal tempo. L’io e il tu non sono più certezze stabili; sono figure che passano, che si trasformano, che restano come campioni o immagini svuotate. Sereni, con il suo linguaggio preciso e disincantato, ci invita a guardare senza illusioni alla condizione umana: siamo attraversati dagli anni, e ciò che resta di noi è fragile, forse solo un’immagine che si perpetua. Ma proprio questa consapevolezza, affidata alla poesia, impedisce che l’“imago” resti davvero a vuoto.