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I versi di Tommaso Landolfi sulla forza dell’immaginazione

Lo scrittore e poeta Tommaso Landolfi attraverso le parole creò il suo universo: i versi tratti dalla poesia "Talora simuliamo l'universo" sono un manifesto dell'immaginazione e della forza della parola

Il potere dell’immaginazione. Tommaso Landolfi è stato uno scrittore e poeta totalmente “fuori dagli schemi”. Coltissimo poliglotta, si laureò a Firenze nel 1932 con una tesi su Anna Achmatova quando, in quell’università, non c’erano cattedre di letteratura e lingua russa.

Landolfi passò la sua vita tra le mura della letteratura e i meandri del gioco d’azzardo; quest’ultimo, per il poeta, non era altro che una metafora della letteratura stessa. Dunque attraverso le parole creò il suo universo che non è giusto giudicare meno reale di quello in cui tutti viviamo. Ma leggiamo questo suo “infingimento” attraverso questi celebri versi tratti dalla poesia “Talora simuliamo l’universo”.

Talora simuliamo l’universo:
Dal baratro dell’anima s’accende
Una fiammella, palpita, risplende,
Prima d’essere in nulla riconversa.

La creazione attraverso l’arte

L’attenzione che l’autore dedica all’uso del vocabolario non si trasforma mai in un eccesso di formalismo o in una forma di celebrazione eccessiva della lingua. È importante citare Giacomo Debenedetti in questo contesto: “Quando si legge Landolfi, si incontrano parole che sembrano troppo belle e perfette per essere reali; eppure, queste parole provengono direttamente dal vocabolario, dove attendevano solo di essere riscoperte.

Landolfi le usa con naturalezza, senza enfasi: la frase non si compiace di esse, non si mette in mostra, come se fossero semplicemente emerse dalla memoria quotidiana, da dove tutti noi attingiamo le parole di uso comune. Anche un barocchista o un decadente le avrebbe potute cercare, ma solo per metterle in risalto con virtuosismo; il poeta, invece, le inserisce nel suo stile, che ha il tono calmo e profondo di un basso cantante”.

L’immaginazione e la forza della parola

La questione delle parole che non sono immediatamente comprensibili ma che hanno un forte significato viene ora riesaminata in un saggio di Giorgio Agamben sulla “glossolalia”: La teorizzazione di Agamben sulle “parole morte” come esperienza della “morte della lingua nella voce” può essere applicata anche a Landolfi? è da ritenere che la lingua di Landolfi, comprese le “parole morte”, sia per Landolfi strettamente legata alla vita; ma questo è possibile proprio perché la morte è sempre vicina, presente in ogni momento e ovunque intorno a noi.

Inoltre non si deve mai dimenticare che, tra le innumerevoli letture di Landolfi occupa un posto speciale Giacomo Leopardi; infatti, dal poeta recanatese, lo scrittore nato a Pico ha ereditato l’amore viscerare per le parole, per lo studio etimologico di esse e per la precisione goniometrica del loro utilizzo.

Oltre a questo, sempre da Leopardi, eredita la forza di creare altri universi chiusi e conclusi in sé stessi proprio attraverso la forza creatrice della parola scritta. Sola forza che permette all’uomo di vivere esperienze che senza essa non potrebbe mai vivere, e che spesso, erroneamente, crediamo meno reali, ma forse lo sono anche più di quella che comunemente chiamiamo realtà.

Tommaso Landolfi

Tommaso Landolfi nasce a Pico (allora parte della provincia di Caserta) nel 1908. Passò la vita con estrema riservatezza e forse proprio questo suo tratto lo allontana ancora oggi dal grande pubblico, ma forse è il suo stile estremamente ricercato che non lo fa autore per tutti.

Dopo aver perso presto la madre, trascorre l’infanzia e l’adolescenza principalmente nel suo paese natale e a Roma. Frequenta varie scuole in diverse città italiane e, dopo aver ottenuto il diploma liceale, si iscrive alla facoltà di Lettere, inizialmente a Roma e successivamente a Firenze.

A Firenze si laurea nel 1932 in Lingua e letteratura russa con una tesi sulla poetessa Anna Achmatova e vi rimane per circa vent’anni, vivendo varie vicissitudini. Durante il periodo universitario, l’autore perfeziona la sua formazione culturale e sviluppa una passione per il gioco d’azzardo. Questa dipendenza, che emerge in molte pagine delle sue opere fino a diventare parte stessa della sua poetica, lo accompagnerà fino alla morte.

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