Valerio Magrelli (1957) è uno dei poeti italiani contemporanei più rigorosi e cerebrali, capace di trasformare l’esperienza quotidiana in riflessione filosofica attraverso un linguaggio preciso, geometrico, quasi scientifico. I versi tratti dalla poesia “Gennaio”, contenuta nella raccolta “Le cavie. Poesie 1980-2018”, esemplificano perfettamente questa poetica: un compleanno – evento convenzionalmente festoso – diventa meditazione sulla morte, sul tempo, sulla costrizione biologica dell’invecchiamento. Attraverso un tessuto metaforico denso e inquietante, Magrelli trasforma il genetliaco in una sorta di rito funebre personale, dove ogni anno che si aggiunge è contemporaneamente un anno che si perde.
Valerio Magrelli e il freddo Gennaio
Il componimento si apre con un termine colto e raro: “genetliaco”, dal greco genethliakós (relativo alla nascita), che significa semplicemente “compleanno”. La scelta di questo termine invece di parole più comuni non è casuale: Magrelli tende a preferire un lessico precisivo, quasi tecnico, che crea distanza emotiva e permette uno sguardo analitico sull’esperienza.
“Ognuno a turno porta il genetliaco” introduce immediatamente un’immagine fisica, corporea: il compleanno non è qualcosa che si festeggia passivamente, ma qualcosa che si “porta”, come un peso, un fardello. Il verbo “portare” suggerisce fatica, obbligo, necessità. Non scegliamo di portare il compleanno, semplicemente lo facciamo “a turno”, secondo il calendario inesorabile che assegna a ciascuno il proprio giorno.
Il secondo verso contiene il cuore concettuale della poesia: il compleanno è “il giorno dove muore / la propria età”. Questa è un’affermazione paradossale e profonda. Convenzionalmente pensiamo al compleanno come al giorno in cui acquisiamo un nuovo anno di età, in cui “compiamo gli anni”. Valerio Magrelli rovescia questa prospettiva: il compleanno è il giorno in cui l’età precedente muore.
Questa inversione di prospettiva è tipicamente magreliana: invece di vedere il bicchiere mezzo pieno (un anno in più di vita), vede il bicchiere mezzo vuoto (un anno in meno da vivere, la morte dell’età precedente). Non si celebra la nascita ma si commemora una morte, quella dell’anno appena trascorso che non tornerà più.
C’è qui un’eco del topos letterario del tempus fugit, del tempo che scorre inesorabilmente portandoci verso la morte, ma Magrelli lo declina in modo particolare: ogni compleanno è una piccola morte, un passaggio, un lutto per l’età che non saremo più.
Gennaio: la porta delle stagioni
Il terzo verso specifica: “Gennaio, / il mio”. Il poeta è nato a gennaio, mese che definisce “la porta / delle stagioni”. Gennaio è effettivamente l’inizio dell’anno, il mese di passaggio, di transizione tra il vecchio e il nuovo anno. Ma l’immagine della “porta” è ambigua: una porta è insieme apertura e chiusura, passaggio e barriera, ingresso ed uscita.
Nel contesto funereo che Magrelli sta costruendo, questa porta assume connotazioni inquietanti. Non è la porta gioiosa dell’inizio, ma piuttosto la soglia che bisogna attraversare obbligatoriamente, il punto di non ritorno. La posizione di gennaio all’inizio dell’anno, in pieno inverno, contribuisce a questa atmosfera di freddezza e morte.
L’immagine diventa esplicitamente funebre: “porto la salma al valico”. Il compleanno diventa un rito funebre dove il poeta porta una salma (un cadavere) attraverso un valico (un passo, un punto di passaggio difficile, spesso montano). La “salma” è evidentemente quella dell’età che muore, ma simbolicamente è anche il poeta stesso che si avvicina alla morte con ogni compleanno.
Il “valico” richiama fatica, difficoltà, un percorso in salita. Attraversare un valico significa superare un ostacolo naturale, spesso in condizioni difficili. L’immagine unisce quindi la dimensione funebre (portare la salma) con quella di uno sforzo fisico penoso.
La cruna dell’anno: passaggio stretto e doloroso
L’immagine successiva è ancora più claustrofobica: “la cruna dell’anno”. La cruna è il piccolo foro dell’ago attraverso cui si fa passare il filo – un’apertura minuscola, stretta, difficile da attraversare. Il detto evangelico “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli” sottolinea proprio l’impossibilità o l’estrema difficoltà del passaggio.
Magrelli usa questa metafora per il compleanno: è un punto strettissimo attraverso cui bisogna forzarsi, un passaggio angusto e difficile. Non si scivola facilmente da un’età all’altra; bisogna comprimersi, forzarsi, attraversare uno spazio dolorosamente limitato.
Le immagini successive intensificano ulteriormente questa sensazione di costrizione e pericolo: “cappio e strettoia”. Il cappio è il nodo scorsoio della forca, strumento di impiccagione – un’immagine di morte violenta. La strettoia è un passaggio estremamente ristretto, che impedisce il movimento libero.
Entrambe le immagini comunicano soffocamento, compressione, impossibilità di respiro. Il compleanno viene vissuto come un momento di costrizione estrema, quasi di asfissia. Non è espansione ma contrazione, non apertura ma chiusura.
Angina: la malattia come metafora
“Angina” è termine medico (dal latino angere, stringere, soffocare) che indica diverse patologie caratterizzate da senso di costrizione: l’angina pectoris è il dolore al petto che segnala problemi cardiaci, l’angina tonsillare è l’infiammazione della gola. In entrambi i casi, c’è una sensazione di strangolamento, di difficoltà respiratoria.
Magrelli medicalizza il compleanno: è una patologia, una malattia che “allontana il sangue”. Il sangue, simbolo di vita, calore, vitalità, viene allontanato. Il compleanno diventa un evento che sottrae vita invece di celebrarla, che raffredda invece di scaldare.
L’ultima immagine completa questa progressione verso il gelo e la morte: il poeta diventa una “ghiacciaia / a tutela del gelo”. La ghiacciaia è il luogo dove si conserva il ghiaccio, dove il freddo viene mantenuto, protetto, custodito.
Questa trasformazione del soggetto in ghiacciaia è particolarmente inquietante. Il poeta non è semplicemente freddo o congelato: è diventato il contenitore stesso del freddo, il custode del gelo. La sua funzione è ormai quella di preservare, tutelare la morte (il gelo) che lo abita.
C’è qui una resa, una capitolazione: il poeta non combatte più contro il freddo della morte ma ne diventa il guardiano, accettando la propria trasformazione in deposito di morte. L’espressione “a tutela del gelo” suggerisce quasi un dovere, una responsabilità: proteggere il gelo, assicurarsi che si conservi.
La struttura fonica: suoni duri e freddi
Dal punto di vista fonico, la poesia è dominata da consonanti dure (c, t, g) e da vocali chiare (i, a) che creano un effetto di freddezza, durezza, distanza emotiva. Le parole stesse suonano aguzze, taglienti: “genetliaco”, “valico”, “cruna”, “cappio”, “strettoia”, “angina”, “ghiacciaia”.
Le rime e assonanze interne (“genetliaco/valico”, “porta/porta”, “anno/sangue”) creano una rete di corrispondenze sonore che conferisce al testo una coesione formale stretta, quasi ossessiva, che rispecchia la costrizione tematica.
Il tempo ciclico e la prigionia biologica
Questi versi riflettono una concezione del tempo come prigionia. Non c’è qui la gioia della vita che continua, ma l’angoscia della ripetizione ciclica: ogni anno un compleanno, ogni compleanno una piccola morte, ogni morte un passo verso la fine definitiva. Il calendario non è liberazione ma costrizione, non possibilità ma necessità.
La poetica di Magrelli è spesso caratterizzata da questa lucidità disincantata, quasi scientifica, nell’osservare i meccanismi biologici e temporali che ci governano. Non c’è ribellione romantica o autocommiserazione sentimentale, ma constatazione analitica di una condizione inevitabile.
Il compleanno come memento mori contemporaneo
In un’epoca che tende a rimuovere la morte, a negare l’invecchiamento, a celebrare i compleanni come pure festività, Magrelli compie un’operazione controcorrente: restituisce al compleanno la sua verità di memento mori, di promemoria della mortalità.
Ogni compleanno dovrebbe ricordarci che siamo un anno più vicini alla morte, che il tempo non è infinito, che la vita si consuma. Ma questa consapevolezza viene normalmente rimossa, nascosta dietro torte, candeline, regali, auguri. Magrelli squarcia questo velo consolatorio e ci mostra la struttura ossea della questione: il compleanno è il giorno dove muore la propria età.
C’è qualcosa di profondamente moderno in questa angoscia. Non è l’angoscia religiosa medievale davanti al peccato e al giudizio divino, né quella romantica davanti all’infinito e al sublime. È un’angoscia laica, biologica, esistenziale: la consapevolezza lucida e fredda di essere prigionieri di un corpo che invecchia, di un tempo che scorre, di un meccanismo biologico inesorabile.
L’accumulo di metafore mediche, anatomiche, meccaniche (angina, salma, ghiacciaia) riflette una mentalità post-religiosa che non cerca consolazioni trascendenti ma registra con precisione clinica i dati della condizione umana.
I versi di “Gennaio” sono esemplari della poetica di Magrelli: trasformare l’esperienza quotidiana (un compleanno) in oggetto di analisi quasi scientifica, sezionare l’ovvio per rivelarne la struttura inquietante sottostante. Il compleanno, privato di ogni retorica celebrativa, diventa rito funerario, passaggio doloroso, costrizione mortale.
La forza di questi versi sta nella loro capacità di rendere estraneo ciò che è familiare, di defamiliarizzare il quotidiano attraverso un tessuto metaforico denso e coerente. Dopo aver letto Magrelli, non si può più pensare al compleanno con la stessa innocenza: resta l’ombra di quella salma che portiamo al valico, di quella cruna stretta attraverso cui ci forziamo, di quella ghiacciaia che custodiamo dentro di noi.
