Una frase di Jorge Luis Borges da ricordare nel 2026

2 Gennaio 2026

Leggiamo assieme questa bellissima riflessione che lo scrittore argentino espone in una lettera indirizzata a Ricardo Güiraldes nel 1925.

Una frase di Jorge Luis Borges da ricordare nel 2026

La citazione di Jorge Luis Borges tratta da una lettera a Ricardo Güiraldes del luglio 1925 appartiene a una fase giovanile dello scrittore argentino, ma contiene già in nuce molti dei temi che attraverseranno tutta la sua opera. È una frase che colpisce per la sua forza etica e per il lessico sorprendentemente assoluto: parlare di un “santissimo diritto” significa collocare l’esperienza del fallimento, della solitudine e del dolore in una dimensione quasi sacra, sottratta alla logica dell’utile, del successo e della conformità.

«C’è nel mondo un santissimo diritto, il diritto che abbiamo di fallire, di andare da soli e di poter soffrire»

Jorge Luis Borges e il diritto al fallimento, la libertà della sofferenza

Il primo elemento da considerare è il contesto. Borges scrive nel 1925, in un momento in cui è profondamente influenzato dalla letteratura russa, in particolare da Fëdor Dostoevskij. Il tono “dostoevskiano” della frase è evidente: l’idea che il dolore non sia soltanto una sciagura da evitare, ma un’esperienza necessaria per l’autenticità dell’essere umano, richiama direttamente l’universo morale dello scrittore russo. In Dostoevskij, il fallimento e la sofferenza non sono incidenti di percorso, ma luoghi di verità, momenti in cui l’uomo si confronta con se stesso senza maschere.

Quando Borges parla del diritto di fallire, introduce una nozione radicalmente controcorrente, soprattutto se letta con occhi contemporanei. Il fallimento è normalmente percepito come qualcosa da evitare, da nascondere o da giustificare. Borges, invece, lo rivendica come un diritto inviolabile. Fallire significa poter tentare, scegliere, rischiare; significa non essere schiacciati da un’idea di successo obbligatorio. In questo senso, il fallimento diventa una forma di libertà. Solo chi ha il diritto di fallire è davvero libero di agire.

Il secondo elemento della citazione — “il diritto di andare da soli” — completa questa visione. La solitudine qui non è isolamento forzato, ma scelta. Andare da soli significa sottrarsi alle aspettative altrui, ai modelli imposti, alle narrazioni dominanti. È un tema profondamente borgesiano: l’individuo come viandante in un labirinto che deve attraversare con i propri passi, senza garanzie. La solitudine non è un difetto, ma una condizione necessaria per l’autenticità del pensiero e dell’esperienza.

In questa prospettiva, la solitudine è anche una difesa contro la banalizzazione dell’esistenza. Andare insieme agli altri, seguire il flusso, aderire alle soluzioni preconfezionate può sembrare più sicuro, ma spesso comporta la rinuncia alla propria voce. Borges sembra suggerire che solo chi accetta di andare da solo può davvero incontrare se stesso. Non è un caso che gran parte della sua opera sia popolata da figure solitarie: bibliotecari, studiosi, lettori, uomini che percorrono sentieri interiori più che strade affollate.

Il terzo elemento — “il diritto di poter soffrire” — è forse il più provocatorio. In una cultura che tende a considerare la sofferenza come un male assoluto, da eliminare o da anestetizzare, Borges la rivendica come diritto. Non glorifica il dolore, ma ne riconosce la dignità. Soffrire significa sentire, essere vulnerabili, essere esposti alla realtà. Negare il diritto di soffrire equivale, in fondo, a negare una parte essenziale dell’esperienza umana.

Qui emerge con chiarezza l’influenza dostoevskiana: la sofferenza come luogo di conoscenza, come spazio in cui l’uomo scopre la propria profondità morale. Borges non parla di una sofferenza imposta dall’esterno, ma di una sofferenza che nasce dalla libertà di scegliere, di esporsi, di vivere pienamente. È una sofferenza che non degrada, ma rivela.

Il termine “santissimo” è cruciale. Borges non lo usa in senso confessionale, ma simbolico. Il diritto di fallire, di essere soli e di soffrire è “santo” perché intoccabile, perché appartiene alla sfera più intima e inviolabile dell’essere umano. È un diritto che precede le leggi, le convenzioni sociali, le aspettative collettive. In questo senso, Borges formula una sorta di etica laica, fondata non sul successo o sull’efficienza, ma sulla dignità dell’esperienza individuale.

Non obliamo il dolore

Questa citazione anticipa anche una critica implicita a ogni forma di paternalismo culturale o sociale: l’idea che qualcuno debba proteggerci dal fallimento, dalla solitudine o dal dolore può nascondere, in realtà, un tentativo di controllo. Borges rivendica invece il diritto di attraversare l’esistenza senza tutela e senza garanzie, assumendone pienamente i rischi.

In conclusione, la frase di Borges del 1925 è un manifesto di libertà esistenziale. In poche righe, afferma che l’uomo non ha diritto solo alla felicità o al successo, ma anche — e forse soprattutto — al fallimento, alla solitudine e alla sofferenza. È in queste esperienze, spesso negate o temute, che si gioca la possibilità di una vita autentica. E proprio per questo, Borges le eleva a “santissimo diritto”: non come esaltazione del dolore, ma come difesa radicale della libertà umana.

© Riproduzione Riservata