I versi di Tonino Guerra sulla poeticità dell’inverno

3 Febbraio 2026

Leggiamo assieme questi versi in cui Tonino Guerra immortala la bellezza dell'inverno da parte di chi può goderselo da un posto caldo e accogliente.

I versi di Tonino Guerra sulla poeticità dell'inverno

I versi di Tonino Guerra tratti dalla poesia L’inverno, inclusa nella raccolta L’infanzia del mondo, appartengono a quella zona della poesia in cui la parola sembra farsi gesto quotidiano, elenco dimesso, quasi appunto domestico. Eppure, proprio in questa apparente semplicità risiede la loro forza. Guerra non descrive l’inverno attraverso immagini solenni o simboli astratti, ma lo avvicina all’esperienza concreta del corpo e dell’abitare, trasformando il freddo, la neve, la stagione ostile in una condizione esistenziale riconciliata.

Avere una casa calda quando occorre
starsene su una poltrona alla finestra
indossare un cappotto che copre fino alle orecchie
e scarpe asciutte che non fanno passare l’acqua
allora anche la neve è una festa

Tonino guerra e la stagione della neve

La struttura dei versi è dichiaratamente prosastica. Non c’è rima, non c’è ritmo metrico evidente, non c’è elevazione lirica tradizionale. Guerra procede per accumulazione di gesti minimi, come se stesse annotando ciò che serve per attraversare l’inverno senza soffrirlo. È una poesia dell’elenco, ma un elenco che non ha nulla di freddo o burocratico: è un inventario affettivo, un catalogo di protezioni.

Il primo verso, “Avere una casa calda quando occorre”, introduce immediatamente il tema centrale: il riparo. Non una casa qualunque, ma una casa “calda”, e non sempre, bensì “quando occorre”. Questa precisazione è fondamentale: Guerra non parla di lusso, di abbondanza, di sicurezza permanente, ma di una adeguatezza essenziale. La casa calda non è un privilegio, è una necessità che diventa valore poetico proprio perché non è scontata. In questo senso, il verso contiene una sottile consapevolezza sociale: il calore non è garantito per tutti, e averlo “quando occorre” è già una forma di grazia.

Il secondo verso, “starsene su una poltrona alla finestra”, introduce una dimensione di attesa e contemplazione. Non si è fuori, nella neve, ma nemmeno chiusi completamente: la finestra è una soglia. L’inverno viene guardato, non subito. La poltrona suggerisce immobilità, lentezza, un tempo che si dilata. È il tempo dell’infanzia e della vecchiaia, due età care a Tonino Guerra, in cui il mondo non è qualcosa da conquistare ma da osservare.

Seguono due versi dedicati all’abbigliamento: “indossare un cappotto che copre fino alle orecchie / e scarpe asciutte che non fanno passare l’acqua”. Qui il corpo entra pienamente nella poesia. Le orecchie, le scarpe, l’acqua che passa o non passa: sono dettagli umili, quasi banali, ma proprio per questo universali. Guerra non idealizza il freddo, non lo rende metafora astratta: lo affronta con oggetti concreti, con soluzioni pratiche. Il cappotto e le scarpe diventano simboli di una saggezza elementare, di un sapere antico fatto di esperienza e misura.

È importante notare che questi versi non parlano di difesa aggressiva contro l’inverno, ma di convivenza. Non si combatte il freddo, lo si attraversa con ciò che basta. Questo atteggiamento è profondamente coerente con l’intera poetica di Guerra, che ha sempre privilegiato la sobrietà, il radicamento nella terra, la fiducia nei piccoli equilibri della vita quotidiana.

Tutto conduce all’ultimo verso, che è insieme conclusione e rivelazione: “allora anche la neve è una festa”. Quel “allora” ha un valore logico ed emotivo fortissimo. La neve non è festa in sé, non è romanticamente bella per definizione. Diventa festa solo a certe condizioni: quando c’è calore, protezione, quiete. La poesia afferma qualcosa di semplice ma radicale: la bellezza del mondo dipende dalla nostra possibilità di abitarlo senza paura.

La neve, tradizionalmente simbolo di silenzio, isolamento, morte o purezza, viene qui reinterpretata come evento gioioso, ma non spettacolare. È una festa domestica, discreta, quasi infantile. Non ci sono grida, non ci sono folle: c’è qualcuno seduto su una poltrona, al caldo, che guarda fuori. La festa non è l’evento esterno, ma la condizione interiore che permette di accoglierlo.

Il calore, per chi può permetterselo

In questo senso, la poesia dialoga profondamente con il titolo della raccolta, L’infanzia del mondo. L’infanzia, per Guerra, non è solo un’età anagrafica, ma uno sguardo originario, capace di stupirsi delle cose semplici quando non fanno male. Il bambino ama la neve se non ha freddo ai piedi, se può tornare a casa, se qualcuno lo aspetta. La poesia recupera proprio questo sguardo: un’innocenza che non ignora la durezza della realtà, ma la addomestica.

C’è anche una dimensione etica sottile ma presente. Questi versi ci ricordano che ciò che rende la vita “una festa” non sono gli eccessi, ma le condizioni minime di dignità: una casa, il calore, la protezione. In un mondo che spesso spettacolarizza la sofferenza o estetizza la povertà, Guerra compie un gesto opposto: restituisce valore poetico al bisogno soddisfatto, al conforto, alla sicurezza.

In conclusione, questi versi di Tonino Guerra sono una lezione di poesia e di vita. Ci insegnano che la felicità non nasce dall’assenza dell’inverno, ma dalla possibilità di attraversarlo senza esserne schiacciati. Quando il corpo è al sicuro e il tempo può rallentare, anche ciò che è freddo, ostile, silenzioso può trasformarsi. Allora, davvero, anche la neve è una festa.

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