I versi di Tiziano Rossi sulla saggezza degli anziani

22 Gennaio 2026

Leggiamo assieme questi versi di Tiziano rossi tratti dalla prima strofa di una poesia contenuta nella raccolta "Il brusìo" (2025).

I versi di Tiziano Rossi sulla saggezza degli anziani

Nella raccolta “Il brusio“, il poeta contemporaneo Tiziano Rossi ci consegna versi di una semplicità apparente che nasconde profondità filosofiche ed esistenziali notevoli. Questi versi – un dialogo tra generazioni davanti all’arrivo di una tempesta – diventano meditazione sulla vecchiaia, sul rapporto con il tempo, sulla trasformazione progressiva dell’essere umano in testimone immobile della vita che scorre. Attraverso la metafora dell’albero, Tiziano Rossi esplora quella fase dell’esistenza in cui il movimento cede il posto al radicamento, l’azione alla contemplazione, il fare all’essere. Analizzare questa poesia significa riflettere su una delle esperienze umane più universali eppure più difficili da accettare: l’invecchiare come processo di lenta metamorfosi vegetale.

«Nonno, nonno, sta arrivando la tempesta!
Corri dentro in casa che ti bagni!»
Ormai in riposo il mio corpo veterano
qui però resta
per mettere un po’ di radici e scrutare
tutto quello che rotola nel cielo:
un albero sarò, come gli altri,
austero testimone di stagioni.

Un dialogo generazionale nei versi di Tiziano Rossi

La poesia si apre con un discorso diretto, le parole preoccupate di un bambino o di un giovane al nonno: “Nonno, nonno, sta arrivando la tempesta! / Corri dentro in casa che ti bagni!” La ripetizione del vocativo “nonno, nonno” esprime urgenza affettuosa, quella premura un po’ ansiosa con cui i giovani si rivolgono agli anziani percepiti come fragili, bisognosi di protezione.

L’imperativo “corri” è involontariamente ironico: il nonno, “corpo veterano”, non corre più da tempo. Ma l’ingiunzione rivela la visione che i giovani hanno dei vecchi: creature da proteggere dalle intemperie, dai pericoli, dall’esposizione agli elementi. Il verbo “bagnarsi” è presentato come minaccia, come se il nonno fosse fatto di zucchero e potesse sciogliersi sotto la pioggia.

C’è tenerezza in queste parole, ma anche incomprensione. Il nipote (o chi per lui) non capisce che il nonno non ha più paura della pioggia, non fugge più davanti alle tempeste. Ha superato quella fase della vita in cui ci si ripara, ci si protegge, ci si mette al sicuro.

Il corpo veterano: la stanchezza del movimento

“Ormai in riposo il mio corpo veterano” – questa autodefinizione del nonno è densa di significati. “Veterano” è termine militare: il soldato che ha combattuto molte battaglie, che ha esperienza, che porta i segni delle campagne affrontate. Il corpo vecchio è veterano perché ha attraversato decenni di lotte, fatiche, esperienze.

Ma questo corpo veterano è ora “in riposo”. Non in pensione, non ritirato, ma proprio in riposo: ha cessato il movimento, la fatica, l’attività. È una resa? Una sconfitta? No, è semplicemente il riconoscimento di una fase nuova dell’esistenza, dove il movimento non è più possibile né necessario.

Il contrasto con l’imperativo “corri” del verso precedente è stridente e voluto: il nipote chiede di correre a chi non corre più, a chi ha raggiunto uno stadio in cui il correre appartiene a un passato definitivamente concluso.

“Qui però resta”: la scelta del radicamento

Ma la vera risposta del nonno non è “non posso correre”. È “qui però resta”. Il “però” è fondamentale: non è impotenza, è scelta. Non è che non possa muoversi; è che sceglie di restare. Resta non per inerzia ma per volontà.

E dove resta? “Qui” – un qui non meglio specificato che potrebbe essere il giardino, il cortile, un campo, un luogo aperto comunque. Non dentro casa, non al riparo, ma fuori, esposto. Questa esposizione agli elementi non è subita ma cercata.

Il resto (“qui però resta”) è insieme fisico ed esistenziale. Fisicamente, il corpo non si muove più; esistenzialmente, l’essere si radica in un luogo, diventa tutt’uno con esso, cessa di essere viaggiatore per diventare abitante permanente.

Mettere radici: la metamorfosi vegetale

“Per mettere un po’ di radici”: ecco esplicitata la metafora vegetale. Il nonno non sta semplicemente fermo, sta letteralmente radicandosi nel terreno. L’immagine è potente e inquietante: l’essere umano che progressivamente si trasforma in pianta, i piedi che affondano nella terra, il corpo che perde mobilità acquistando invece stabilità vegetale.

“Un po’ di radici” – la formulazione è quasi modesta, dimessa. Non “radici profonde”, solo “un po’ di radici”, quel tanto che basta per non essere più portato via dal vento, per appartenere definitivamente a un luogo.

Questa immagine del radicamento è insieme triste e serena. Triste perché segna la fine definitiva del movimento, della libertà di andare, dell’autonomia fisica. Serena perché il radicamento è anche appartenenza, è trovare finalmente il proprio posto, è cessare l’inquietudine del vagare.

Scrutare ciò che rotola nel cielo: contemplazione attiva

Ma il radicamento non è inerzia totale. C’è un’attività che continua, anzi che forse solo ora diventa possibile: “scrutare / tutto quello che rotola nel cielo”. Il verbo “scrutare” indica attenzione intensa, osservazione prolungata e concentrata. Non è guardare distrattamente ma esaminare con cura, con dedizione.

E cosa scruta il nonno-albero? “Tutto quello che rotola nel cielo” – le nuvole che si addensano per la tempesta, gli uccelli che volano, forse le foglie portate dal vento, forse semplicemente il movimento perpetuo del cielo che cambia, si trasforma, mentre lui resta immobile.

Il verbo “rotolare” applicato al cielo è insolito, quasi straniante. Normalmente si dice che le nuvole “scorrono” o “si muovono”. “Rotolare” suggerisce un movimento più tumultuoso, più disordinato, quasi goffo. È forse il punto di vista dell’albero, immobile, che vede tutto il movimento del mondo come rotolare confuso mentre lui resta fermo.

Questa contemplazione non è passiva rassegnazione ma attività nuova, forse l’unica ancora possibile al corpo veterano: osservare, testimoniare, registrare il fluire del tempo e delle cose.

Diventare albero: la metamorfosi compiuta

“Un albero sarò, come gli altri” – la metamorfosi è ora dichiarata esplicitamente al futuro. Non “sono già un albero” ma “sarò”, processo in corso, non ancora completato. Il radicamento è appena iniziato (“un po’ di radici”), la trasformazione finale è ancora da venire.

“Come gli altri” – questa precisazione è commovente. Il nonno non diventerà un albero straordinario, particolare, unico. Sarà un albero come tutti gli altri alberi: normale, anonimo, uno tra tanti. C’è qui un’umiltà profonda, l’accettazione di essere parte di una moltitudine, di non essere più protagonista ma elemento di un paesaggio.

L’ultimo verso definisce la funzione di questo albero-nonno: “austero testimone di stagioni”. “Austero” è aggettivo ricco di significati: severo, rigoroso, privo di ornamenti, essenziale. L’albero è austero nella sua semplice verticalità, nella sua nudità invernale, nella sua resistenza silenziosa agli elementi.

Ma soprattutto è “testimone”. La vecchiaia diventa testimonianza. Il nonno-albero non agisce più ma testimonia, registra il passaggio delle stagioni. Ha visto molte primavere, molte estati, molti autunni, molti inverni. E ne vedrà ancora, immobile, silenzioso, austero.

La parola “stagioni” ha naturalmente anche valore metaforico: le stagioni della vita, le fasi storiche, i cicli degli eventi umani. Il vecchio è colui che ha attraversato molte stagioni e ora può solo osservarle passare, testimone di trasformazioni che non lo coinvolgono più direttamente.

Il significato della tempesta

La tempesta del primo verso diventa ora simbolicamente più ricca. Non è solo fenomeno meteorologico ma anche metafora delle prove della vita, delle crisi, dei cambiamenti violenti. Il giovane dice “corri, ripàrati dalla tempesta”, ma il nonno risponde “resto qui, radico, osservo”. Ha imparato che dalle tempeste non si scappa, le si attraversa, le si testimonia.

Forse ha capito anche che lui stesso, corpo veterano, è già passato attraverso troppe tempeste per temerne un’altra. È diventato come gli alberi che resistono alle intemperie: può essere scosso ma non sradicato, può perdere qualche ramo ma il tronco resta.

Questi versi di Tiziano Rossi sono una delle più belle riflessioni poetiche contemporanee sulla vecchiaia. Non la idealizzano né la demonizzano. Mostrano la vecchiaia come trasformazione profonda: da corpo mobile a corpo radicato, da agente a testimone, da uomo ad albero.

C’è perdita in questa trasformazione (la mobilità, l’azione, la partecipazione attiva alla vita), ma c’è anche acquisizione (la contemplazione profonda, il radicamento, la funzione di testimone). La vecchiaia non è solo declino ma anche metamorfosi in qualcosa di diverso, con una sua dignità e una sua funzione.

“Un albero sarò” – questa dichiarazione del nonno è insieme rassegnazione e accettazione, tristezza e serenità. È il riconoscimento lucido che il corpo veterano non può più correre, ma può ancora radicarsi, scrutare, testimoniare.

La poesia di Tiziano Rossi ci invita a ripensare la vecchiaia non solo come perdita di funzioni ma come acquisizione di una saggezza vegetale: quella capacità di restare, di radicare, di osservare il fluire delle cose senza più bisogno di intervenire. È una saggezza difficile da accettare in una cultura ossessionata dall’azione, dal movimento, dalla giovinezza.

Ma forse il nonno che rifiuta di correre dentro casa e sceglie di restare sotto la tempesta per mettere radici ci sta insegnando qualcosa di importante: che c’è una fase della vita in cui il compito non è più fare ma essere, non più muoversi ma radicare, non più protagonisti ma testimoni austeri delle stagioni che passano.

E che questa fase, per quanto diversa e difficile, ha una sua bellezza e una sua dignità: quella degli alberi che restano fermi mentre tutto rotola nel cielo, solidi testimoni del tempo che scorre.

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