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Una frase di Terenzio sulla diversità delle nostre idee

Una frase di Terenzio sulla diversità delle nostre idee

Leggiamo assieme queste citazione tratta dal “Formione” di Terenzio in cui il commediografo ricorda l’eterogeneità delle idee che si possono avere.

Una frase di Terenzio sulla diversità delle nostre idee

Questa celebre espressione, che deriva dal Phormio (in italiano Formione) di Terenzio, è diventata nei secoli un proverbio di uso comune. In latino suona quot capita, tot sententiae: quante sono le teste, tante sono le opinioni. È una frase semplice, quasi ovvia, eppure racchiude una riflessione profonda sulla natura umana, sulla pluralità dei punti di vista e sulla difficoltà – o impossibilità – di un consenso assoluto.

«Tante teste, tanti pareri: ognuno ha il suo modo di vedere».

Terenzio: un commediografo che anticipa i tempi

Terenzio, commediografo latino del II secolo a.C., è noto per la sua attenzione ai caratteri e ai conflitti morali più che alla pura comicità farsesca. Nelle sue opere, i personaggi si muovono in una rete di equivoci, interessi, divergenze generazionali. Il Formione mette in scena una serie di intrighi familiari e sentimentali, nei quali ogni personaggio interpreta la realtà secondo il proprio interesse e la propria sensibilità. È in questo contesto che la frase assume valore: non è una massima astratta, ma la constatazione concreta di una dinamica umana universale.

La forza dell’espressione sta nella sua struttura parallelistica: “tante teste, tanti pareri”. L’immagine è immediata. Ogni testa racchiude un cervello, un’esperienza, una memoria, un sistema di valori. È inevitabile che da questa molteplicità nascano giudizi differenti. L’idea che l’opinione sia legata alla persona – alla sua “testa” – suggerisce che il pensiero non è mai neutro, ma radicato in un vissuto individuale.

La frase può essere letta in due modi. Da un lato, come constatazione realistica: la diversità di opinioni è un dato di fatto. In ogni assemblea, in ogni famiglia, in ogni comunità, le divergenze emergono spontaneamente. Non esiste una visione unica che possa imporsi senza incontrare resistenze. Da questo punto di vista, la massima di Terenzio è una lezione di pragmatismo.

Dall’altro lato, la frase può essere interpretata come un invito alla tolleranza. Se ogni persona ha il suo modo di vedere, allora il disaccordo non è necessariamente un errore o una colpa. È la naturale conseguenza della pluralità umana. Accettare che esistano “tante teste” significa riconoscere la legittimità della differenza.

Nel mondo antico, come in quello moderno, la convivenza delle opinioni era una questione delicata. Le società tradizionali tendevano a valorizzare l’armonia e la conformità, ma la realtà mostrava continuamente la presenza di conflitti. Terenzio, con la sua sensibilità psicologica, non giudica questa pluralità: la registra, la mette in scena, la rende evidente attraverso i dialoghi.

La frase quot capita, tot sententiae ha avuto una fortuna straordinaria nella cultura europea. È diventata proverbiale, citata in contesti politici, filosofici, letterari. La sua sopravvivenza dimostra quanto il tema della diversità delle opinioni sia centrale nella riflessione occidentale.

In ambito politico, la massima può essere vista come una descrizione della democrazia. Una società democratica si fonda proprio sull’esistenza di molte “teste” e molti “pareri”. Il pluralismo è la sua condizione essenziale. Tuttavia, questa pluralità comporta anche la necessità di mediazione, di dialogo, di compromesso. La frase di Terenzio, pur non essendo un manifesto politico, contiene in nuce questa consapevolezza.

In ambito filosofico, la pluralità delle opinioni richiama il problema del relativismo. Se ognuno ha il suo modo di vedere, esiste una verità oggettiva? O tutte le opinioni hanno lo stesso valore? Terenzio non offre una risposta teorica. La sua è una constatazione antropologica: gli esseri umani divergono. Sta poi alla riflessione filosofica interrogarsi su come distinguere tra opinione e verità.

Dal punto di vista psicologico, la frase sottolinea il legame tra identità e giudizio. Le nostre opinioni non nascono nel vuoto: sono influenzate dall’educazione, dall’ambiente sociale, dalle esperienze personali. Due persone che osservano lo stesso evento possono interpretarlo in modo opposto perché portano con sé storie diverse. La “testa” non è solo un organo razionale, ma un deposito di memoria e affetti.

La modernità, con la moltiplicazione dei mezzi di comunicazione, ha reso ancora più evidente questa pluralità. I social network, i dibattiti pubblici, le discussioni mediatiche mostrano quotidianamente come ogni questione generi una miriade di opinioni. In questo senso, la massima di Terenzio appare sorprendentemente attuale.

Tempo di rassegnazione?

Ma la frase contiene anche un possibile rischio: la rassegnazione. Se tante sono le teste e tanti i pareri, si potrebbe concludere che il dialogo sia inutile, che il disaccordo sia insuperabile. In realtà, la consapevolezza della diversità può essere il primo passo verso un confronto autentico. Sapere che l’altro vede il mondo in modo diverso non significa rinunciare al dialogo, ma affrontarlo con maggiore apertura.

Nel contesto del Formione, la pluralità di opinioni genera equivoci e conflitti, ma anche dinamismo narrativo. La commedia vive proprio di queste divergenze. Se tutti i personaggi avessero la stessa visione, non ci sarebbe azione, non ci sarebbe tensione. La differenza è dunque anche una fonte di vitalità.

In conclusione, la citazione di Terenzio «Tante teste, tanti pareri: ognuno ha il suo modo di vedere» è molto più di un proverbio. È una sintesi efficace della condizione umana: pluralità, diversità, conflitto, dialogo. Nata in un contesto teatrale dell’antica Roma, continua a parlare al presente, ricordandoci che la varietà delle opinioni non è un’anomalia, ma una caratteristica fondamentale dell’essere umano. Accettarla significa riconoscere la complessità del vivere insieme e la necessità di costruire, attraverso il confronto, uno spazio comune in cui le “teste” possano convivere senza annullarsi.