Una frase di Tat’jana Tolstaja sulla vita e il suo senso

10 Febbraio 2026

Leggiamo assieme questa citazione di Tat'jana Tolstaja in cui la scrittrice russa, alla fine del racconto che vede Desinov protagonista, parla della vita.

Una frase di Tat'jana Tolstaja sulla vita e il suo senso

La citazione di Tat’jana Tolstaja tratta dal racconto Esce la luna dalla foschia, incluso nella raccolta La più amata, è un concentrato di immagini, visioni e pensiero che restituisce con straordinaria intensità uno dei nuclei più profondi della sua scrittura: la percezione del mondo come luogo insieme incantato e destinato alla dissoluzione. Il passo recita:

«Inutile. Il mondo è circondato da un baluardo di tenebra; l’incorporeo zucchero lunare si spande di foglia in foglia, tremando e baluginando; zucchero, neve, sogno, folto boschivo, tutto si è rappreso, tutto muore, ottundendosi nell’insensata bellezza, tutto dimenticato, tutto perdonato, e non c’è stato nulla, e nulla ci sarà.»

Tat’jana Tolstaja e il senso della vita

Già dall’incipit, quel secco e definitivo «Inutile», Tolstaja pone il lettore di fronte a una dichiarazione di resa che non è però priva di fascino. L’inutilità non è qui semplice nichilismo, ma una presa d’atto: l’esperienza umana, la memoria, perfino la bellezza sembrano incapaci di opporsi al tempo e alla dissoluzione. Tuttavia, proprio mentre afferma l’inutilità di tutto, il testo si carica di immagini di una bellezza ipnotica, quasi eccessiva, come se la scrittura stessa contraddicesse, almeno in parte, la sua conclusione.

Il “baluardo di tenebra” che circonda il mondo è una metafora potente. Non si tratta di una semplice oscurità, ma di una sorta di fortificazione invalicabile, un limite ultimo oltre il quale nulla può essere salvato. La tenebra non è solo fuori, cosmica, ma anche interiore: è l’ignoranza del senso ultimo delle cose, l’impossibilità di trattenere ciò che passa. In questa immagine si riconosce una visione profondamente moderna, in cui il mondo non è più garantito da un ordine superiore, ma appare come uno spazio fragile, sospeso, destinato a spegnersi.

Eppure, subito dopo, Tolstaja introduce una delle immagini più sorprendenti del passo: lo “zucchero lunare”, incorporeo, che si spande “di foglia in foglia”. La luna, tradizionalmente simbolo di riflesso, di luce fredda e indiretta, viene qui associata allo zucchero, qualcosa di dolce, friabile, destinato a sciogliersi. È una luce che non illumina davvero, ma che ricopre le cose come una polvere sottile, facendole brillare per un istante. Il verbo baluginare rafforza questa impressione: una luce che tremola, che non è mai stabile, che vive solo nella precarietà.

In questa scena notturna, la bellezza non è salvezza, ma sospensione. Lo zucchero lunare non ferma la morte, non interrompe il processo di dissoluzione; al contrario, lo accompagna, lo rende quasi sopportabile. È una bellezza che non consola, ma ottunde, come afferma l’autrice stessa. L’uso del verbo ottundersi è cruciale: la bellezza, invece di risvegliare, anestetizza, rende insensibili, attenua il dolore senza eliminarlo.

La sequenza “zucchero, neve, sogno, folto boschivo” è costruita per accumulo, come se Tolstaja volesse creare un paesaggio mentale più che reale. Tutti questi elementi condividono una qualità comune: sono morbidi, ovattati, silenziosi. La neve attutisce i rumori, il sogno sospende la coscienza, il bosco fitto nasconde e protegge, lo zucchero si scioglie. È un mondo che perde contorni netti, che si raggela in una bellezza immobile, destinata però a non durare.

Quando l’autrice afferma che “tutto si è rappreso, tutto muore”, introduce una contraddizione solo apparente: ciò che si rapprende sembra fermarsi, ma proprio questa immobilità è una forma di morte. Il tempo non scorre più, e nel non scorrere consuma ogni cosa. È una visione profondamente tragica, in cui non c’è nemmeno il conforto del movimento o del cambiamento: tutto è già concluso, anche se continua a esistere.

Il passaggio successivo, “tutto dimenticato, tutto perdonato”, è forse il più ambiguo. Dimenticare e perdonare, normalmente associati a una liberazione morale, qui appaiono come conseguenze della fine, non come scelte consapevoli. Si dimentica e si perdona non perché si è compreso, ma perché non resta più nulla a cui aggrapparsi. Il perdono perde la sua dimensione etica e diventa cosmico, impersonale, quasi automatico: quando tutto svanisce, anche le colpe svaniscono.

L’ultima frase, “e non c’è stato nulla, e nulla ci sarà”, chiude il brano con una radicalità che richiama il pensiero nichilistico, ma senza proclami filosofici. È una constatazione pronunciata a bassa voce, come un sussurro nella notte. Tuttavia, il paradosso è evidente: se davvero non c’è stato nulla, allora neppure questa visione, neppure queste immagini dovrebbero esistere. E invece esistono, nella lingua, nella scrittura, nello sguardo di chi osserva.

La vita è un bellissimo inutile viaggio

È qui che risiede la forza più profonda di Tolstaja: nel conflitto irrisolto tra il nulla e la parola. La scrittura descrive un mondo destinato all’annullamento, ma nel farlo lo rende intensamente presente. La bellezza è “insensata”, sì, ma è anche irresistibile. Non salva, non redime, non promette futuro, eppure si impone come esperienza inevitabile.

In Esce la luna dalla foschia, la luna non è un simbolo romantico, ma un dispositivo narrativo che rende visibile la fragilità dell’esistenza. La citazione analizzata mostra come Tolstaja sappia trasformare il pessimismo in visione poetica, il nulla in immagine, la fine in un istante di luce tremolante. Forse è proprio in questa contraddizione che la sua scrittura trova senso: nel dire che tutto è inutile, mentre continua ostinatamente a raccontare.

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