Una frase di Stefano Benni sul valore dell’onestà verso sé stessi

26 Gennaio 2026

Leggiamo questa tanto breve quanto significativa citazione di Stefano Benni messa in bocca al protagonista del romanzo omonimo "Saltatempo".

Una frase di Stefano Benni sul valore dell'onestà verso sé stessi

Questa frase di Stefano Benni, tratta dal romanzo “Saltatempo” (2001), condensa in poche parole un imperativo etico fondamentale: la necessità di coerenza tra ciò che siamo e ciò che diciamo, tra l’essere e l’apparire, tra l’identità profonda e la sua espressione verbale. In un’epoca caratterizzata da un’inflazione del linguaggio, dove le parole si sono spesso svuotate di significato diventando pure performance retoriche, questo monito benniano assume una forza particolare. Analizzare questa citazione significa riflettere sul valore della parola, sulla responsabilità etica del linguaggio, e sulla relazione complessa tra identità e discorso.

“Bisogna assomigliare alle parole che si dicono.”

Il contesto: “Saltatempo” e la poetica di Stefano Benni

Per comprendere appieno questa affermazione, è utile collocarla nel contesto dell’opera e della poetica di Stefano Benni. “Saltatempo” è un romanzo fantastico che mescola elementi di realismo magico, satira sociale e riflessione filosofica. Benni, scrittore noto per il suo umorismo surreale e la sua critica sociale pungente, è sempre stato attento al tema del linguaggio e del suo uso (e abuso) nella società contemporanea.

Nei suoi romanzi e racconti, Benni ha spesso denunciato la manipolazione del linguaggio da parte del potere, la retorica vuota della politica, il gergo tecnocratico che nasconde la sostanza dietro le parole. In questo contesto, l’affermazione “bisogna assomigliare alle parole che si dicono” si configura come un principio etico fondamentale, quasi un comandamento morale per un uso onesto del linguaggio.

La frase ha la forma di una prescrizione, di un dovere: “bisogna”. Non è una semplice osservazione descrittiva (“molti assomigliano alle parole che dicono” o “sarebbe bello assomigliare…”) ma un imperativo morale. È qualcosa che si deve fare, un obbligo etico.

Il verbo “assomigliare” è particolarmente interessante. Non dice “bisogna essere le parole che si dicono” (che sarebbe forse troppo radicale, impossibile) ma “assomigliare”. C’è qui il riconoscimento di un gap inevitabile tra essere e dire, tra l’identità profonda e la sua espressione linguistica. Ma questo gap deve essere minimo: dobbiamo tendere alla massima somiglianza possibile, alla massima corrispondenza tra ciò che siamo e ciò che diciamo. Interessante notare la direzione della somiglianza: non “le parole devono assomigliare a noi” ma “noi dobbiamo assomigliare alle parole”. Questo ribaltamento è significativo. Benni sembra dire: una volta che hai pronunciato certe parole, hai assunto un impegno. Devi poi conformarti a quelle parole, farle vivere nel tuo comportamento, incarnarle nella tua esistenza.

Se dici “sono onesto”, devi poi essere onesto. Se dici “amo la libertà”, devi poi agire da persona libera e rispettosa della libertà altrui. Se dici “mi importa della giustizia”, devi poi comportarti coerentemente con questo valore. Le parole non sono neutre: ci impegnano, ci obbligano, definiscono un orizzonte etico a cui dobbiamo conformarci.

Questa concezione attribuisce alle parole un peso enorme: non sono solo suoni vuoti, ma atti che creano responsabilità. Ogni parola pronunciata è una promessa, un vincolo, un’ipoteca sul futuro comportamento.

Implicitamente, la frase di Benni è una critica feroce all’ipocrisia, definibile proprio come la distanza massima tra le parole dette e l’essere reale. L’ipocrita è colui che non assomiglia affatto alle parole che pronuncia: dice una cosa e fa l’esatto contrario, predica bene e razzola male, ha un discorso pubblico e una pratica privata completamente dissonanti.

Benni, con la sua sensibilità satirica, ha sempre avuto l’ipocrita nel mirino: il politico che parla di onestà mentre ruba, l’intellettuale che parla di giustizia sociale mentre vive nel privilegio, il moralista che predica virtù mentre pratica vizi. Tutti costoro violano il principio del “assomigliare alle parole che si dicono”.

Ma la critica non si limita ai casi eclatanti di ipocrisia. Riguarda anche le piccole incoerenze quotidiane, le parole lanciate senza pensarci, le affermazioni di principio non seguite da azioni coerenti. Tutti noi, in misura maggiore o minore, non assomigliamo abbastanza alle parole che diciamo.

La responsabilità del linguaggio

La frase di Stefano Benni ci ricorda che il linguaggio non è neutro, non è un gioco innocente, non è solo comunicazione di informazioni. Parlare è un atto che ci impegna, che crea aspettative, che definisce la nostra identità pubblica e quindi, se vogliamo essere coerenti, deve influenzare la nostra identità reale.

Questa concezione del linguaggio come responsabilità è antica e profonda. Già nel mondo classico si riconosceva il potere vincolante della parola data (la “fides”, la parola d’onore). Il cristianesimo ha sviluppato tutta una riflessione sulla parola come atto creativo (“In principio era il Verbo”) e come vincolo morale (i voti, le promesse, i giuramenti).

Benni riattualizza questa tradizione in un contesto contemporaneo dove il linguaggio si è spesso degradato a pura retorica, dove si dicono continuamente parole che non si pensa di onorare, dove il divario tra dichiarazioni pubbliche e realtà effettiva è diventato abissale.

L’autenticità come valore

“Assomigliare alle parole che si dicono” è anche una definizione di autenticità. Essere autentici significa proprio questo: avere una corrispondenza massima tra interno ed esterno, tra essere e apparire, tra pensiero e parola, tra dichiarazione e azione.

L’autentico è colui le cui parole sono espressione fedele del suo essere, non maschera o performance. Quando parla, rivela se stesso, non costruisce una facciata. Le sue parole hanno peso perché sono ancorate a una sostanza reale.

Questa autenticità è particolarmente preziosa in un’epoca di performance continue, dove i social media hanno moltiplicato le occasioni di dire senza essere, di proiettare immagini di sé spesso radicalmente diverse dalla realtà. Il principio benniano ci richiama alla necessità di una corrispondenza tra la persona che presentiamo attraverso le parole (online e offline) e la persona che effettivamente siamo.

Un corollario importante del principio “bisogna assomigliare alle parole che si dicono” è che dovremmo parlare meno, o almeno parlare con più cautela. Se ogni parola ci impegna, se ogni affermazione crea un’aspettativa di coerenza, allora dobbiamo pesare attentamente ciò che diciamo.

Non possiamo permetterci di lanciare parole al vento, di fare affermazioni grandiose che sappiamo di non poter onorare, di proclamare valori a cui non intendiamo conformarci. Questo richiede una disciplina del linguaggio, un’autolimitazione, una prudenza che è l’opposto della logorrea contemporanea.

C’è qui un’eco della saggezza antica: “le parole volano, gli scritti restano”, “chi parla troppo sbaglia”, “il silenzio è d’oro”. Benni riattualizza questi insegnamenti in forma moderna: non che il silenzio sia sempre meglio, ma che le parole hanno un peso e vanno usate con responsabilità.

La difficoltà del compito

Ma quanto è difficile assomigliare alle parole che si dicono! Stefano Benni non illude sulla facilità del compito. Usa il verbo “bisogna” proprio perché sa che è difficile, che richiede sforzo costante, che è una meta verso cui tendere più che un risultato già acquisito.

Siamo creature complesse, contraddittorie. Le nostre parole esprimono ideali, aspirazioni, versioni di noi stessi a cui vorremmo conformarci. Ma poi la realtà, con le sue debolezze, tentazioni, paure, ci fa deviare. Manteniamo la coerenza tra parole e azioni è un lavoro quotidiano, spesso fallimentare.

Riconoscere questa difficoltà non significa rinunciare al principio ma contestualizzarlo realisticamente: è un ideale regolativo, una stella polare verso cui orientarsi, sapendo che non la raggiungeremo mai pienamente ma che il tentativo stesso di avvicinarsi ha valore.

Le parole come specchio

C’è anche una lettura inversa possibile: le parole che diciamo rivelano chi siamo, anche quando non vorremmo. Freud parlava di “lapsus rivelatori”, ma più in generale le nostre scelte verbali, il nostro modo di esprimerci, le parole che preferiamo, tradiscono la nostra identità profonda.

In questo senso, già assomigliamo alle parole che diciamo, anche quando non ce ne rendiamo conto. Il linguaggio è specchio dell’anima: un linguaggio violento rivela un’anima violenta, parole d’odio tradiscono un cuore pieno d’odio, retorica vuota manifesta vuotezza interiore.

Il principio benniano diventa allora insieme descrittivo e prescrittivo: già assomigliamo alle nostre parole (nel bene e nel male), ma dobbiamo sforzarci di assomigliare a quelle migliori, a quelle che esprimono la nostra versione più alta, non quella più meschina.

Nella vita pubblica – politica, culturale, sociale – il principio “bisogna assomigliare alle parole che si dicono” è particolarmente rilevante. I leader politici, gli intellettuali, i giornalisti, tutti coloro che hanno una voce pubblica, hanno una responsabilità maggiore proprio perché le loro parole raggiungono più persone, hanno più impatto.

Quando un politico parla di onestà, quando un intellettuale parla di rigore, quando un giornalista parla di verità, si assumono impegni pubblici. Se poi violano questi principi nei fatti, la loro credibilità crolla, e giustamente.

Il cinismo contemporaneo verso la classe dirigente nasce spesso proprio da questa percezione di distanza abissale tra le parole nobili pronunciate pubblicamente e i comportamenti meschini praticati privatamente.

“Bisogna assomigliare alle parole che si dicono” è una di quelle frasi semplici che contengono una saggezza profonda e difficile. Benni ci ricorda che le parole non sono gratuite, che parlare è un atto che ci impegna, che esiste una responsabilità etica del linguaggio.

In un’epoca di inflazione verbale, di parole svuotate di senso, di distanza crescente tra dichiarazioni e realtà, questo principio suona insieme necessario e utopico. Necessario perché senza un minimo di corrispondenza tra parole e fatti il linguaggio stesso perde significato, la comunicazione diventa impossibile, la società si dissolve nella menzogna generalizzata. Utopico perché sappiamo quanto sia difficile mantenere questa coerenza, quanto siamo tutti, in misura maggiore o minore, inadeguati rispetto alle parole che pronunciamo.

Ma forse è proprio questa tensione – tra l’ideale impossibile e la realtà imperfetta – a dare valore al tentativo. Provare ad assomigliare alle parole che diciamo, sapendo che non ci riusciremo mai completamente, è già un modo di rispettare il linguaggio, di onorare la parola, di vivere con un minimo di autenticità in un mondo che spesso premia l’esatto contrario.

La prossima volta che state per pronunciare parole importanti – una promessa, una dichiarazione di valori, un giudizio morale – fermatevi un momento e chiedetevi: sono pronto ad assomigliare a queste parole? Se la risposta è no, forse è meglio tacere. Il silenzio onesto vale più delle parole vuote.

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