Nel suo romanzo “Saltatempo” (2001), Stefano Benni ci regala una delle metafore più luminose e poetiche sulla condizione umana: l’idea dei due orologi che accompagnano ogni persona nel corso della vita. Questa lunga citazione, densa di significati e ricca di suggestioni, merita un’analisi approfondita perché tocca questioni fondamentali della nostra esperienza: il rapporto con il tempo, la memoria, l’immaginazione e la duplice natura della coscienza umana.
Non ti spaventare, ma tu vivrai sempre con due orologi, uno fuori e uno dentro. Quello fuori ti sarà utile per non fare tardi a scuola, quando aspetti la corriera e il giorno che muori, per calcolare quanto hai vissuto. L’altro, che comprende centosettantasei tempi protologici, novanta escatologici e trentasei tempi romanzati caotici, l’hai ingoiato da piccolo, anche se non ricordi. Chiamalo pure secondo orologio, anzi orobilogio. Ogni volta che sentirai il suo ticchettio, il gocciolare dell’acqua, le crome di un grillo, qualsiasi ritmo e balbettio del mondo, potrà succedere che l’orobilogio parta, non potrai fermarlo, e tu correrai avanti o scapperai indietro e vedrai cose e altre ne rivedrai.
I due orologi per Stefano Benni: tempo cronologico e tempo interiore
La distinzione proposta da Benni tra i due orologi è tanto semplice quanto profonda. Il primo orologio, quello “fuori”, è il tempo cronologico, quello misurabile, oggettivo, che scandisce i ritmi sociali e biologici della nostra esistenza. È il tempo degli appuntamenti, delle scadenze, degli orari scolastici e lavorativi. È anche il tempo che misura la durata della vita stessa, dalla nascita alla morte, permettendoci di “calcolare quanto hai vissuto”.
Questo tempo esteriore è necessario, pratico, funzionale alla vita nella società. Senza di esso saremmo incapaci di coordinarci con gli altri, di rispettare gli impegni, di organizzare la nostra giornata. È il tempo condiviso, quello dell’orologio da polso, della sveglia mattutina, del calendario. È il tempo che ci rende puntuali o ritardatari, che ci fa invecchiare, che segna il passaggio delle stagioni e degli anni.
Ma è il secondo orologio, quello “dentro”, l’orobilogio, a costituire il cuore pulsante della metafora benniana. Questo tempo interiore non segue le leggi della fisica o della cronologia. È un tempo soggettivo, emotivo, psicologico, che si dilata e si contrae secondo logiche proprie. Benni lo descrive con un’ironia tipica del suo stile, attribuendogli “centosettantasei tempi protologici, novanta escatologici e trentasei tempi romanzati caotici”: una classificazione fantasiosa che sottolinea la complessità e l’inafferrabilità di questo tempo interiore.
L’origine misteriosa: “l’hai ingoiato da piccolo”
Un aspetto affascinante della metafora è l’idea che questo orobilogio sia stato ingoiato nell’infanzia, senza che ne rimanga memoria conscia. Questa immagine suggerisce che la capacità di vivere il tempo interiore non è acquisita razionalmente, ma fa parte della nostra dotazione esistenziale più profonda, forse innata, certamente precedente alla piena coscienza di sé.
L’atto di “ingoiare” l’orobilogio richiama archetipe fiabe e miti in cui il protagonista ingoia un oggetto magico che gli conferisce poteri speciali. In questo caso, il potere è quello di viaggiare nel tempo interiore, di accedere a memorie, immaginazioni, intuizioni che sfuggono alla logica del tempo cronologico. È come se Benni ci dicesse che tutti noi possediamo questa capacità magica, questa porta verso altre dimensioni temporali, ma l’abbiamo dimenticata crescendo, sommersi dalle esigenze del tempo esteriore.
I trigger dell’orobilogio: ritmi e suoni del mondo
Particolarmente poetica è la descrizione dei meccanismi che attivano l’orobilogio: “il ticchettio, il gocciolare dell’acqua, le crome di un grillo, qualsiasi ritmo e balbettio del mondo”. Benni identifica nei ritmi naturali e ambientali i catalizzatori che risvegliano il tempo interiore. Non è un caso che menzioni suoni ripetitivi, ritmici: il ticchettio, il gocciolare, il canto del grillo.
Questi suoni hanno una qualità ipnotica, meditativa. Sono ripetizioni che paradossalmente ci liberano dalla tirannia della ripetizione quotidiana, aprendo varchi verso altre dimensioni temporali. È un’intuizione che richiama la funzione dei mantra nella meditazione, delle nenie nell’infanzia, dei ritmi poetici: suoni ripetuti che alterano lo stato di coscienza e permettono accessi diversi alla realtà.
Il “balbettio del mondo” è un’espressione bellissima: il mondo che balbetta, che non parla in modo articolato e definitivo, ma produce suoni frammentari, incompiuti, che proprio per questo lasciano spazio all’immaginazione e alla memoria. È nei silenzi e nelle imperfezioni che l’orobilogio trova i suoi spazi di attivazione.
Correre avanti e scappare indietro: memoria e immaginazione
“Correrai avanti o scapperai indietro e vedrai cose e altre ne rivedrai”: in questa frase si condensa l’essenza dell’orobilogio. Esso permette due movimenti temporali contrapposti ma complementari. Correre avanti significa immaginare, anticipare, sognare il futuro, progettare scenari possibili. È il tempo della speranza, dell’attesa, della fantasia che precorre la realtà.
Scappare indietro è il movimento della memoria, del ricordo, della nostalgia. È il tempo del rivedere, del rivivere esperienze passate, del recuperare frammenti di vita che sembravano perduti. Benni usa sapientemente due verbi diversi: “vedere” per il futuro (cose nuove, mai viste) e “rivedere” per il passato (cose già vissute che tornano).
Ma c’è un elemento inquietante e liberatorio insieme: “non potrai fermarlo”. L’orobilogio, una volta attivato, segue logiche proprie, indipendenti dalla nostra volontà. Questo suggerisce che il tempo interiore non è completamente sotto il nostro controllo razionale. Memorie possono emergere inaspettatamente, scatenate da un profumo, da una melodia, da una luce particolare. Fantasie e immaginazioni possono travolgerci nei momenti meno opportuni.
Il dialogo con la tradizione filosofica e letteraria
L’intuizione di Benni dialoga con una lunga tradizione di riflessione filosofica e letteraria sul tempo. Sant’Agostino nelle “Confessioni” distingueva tra il tempo fisico e il tempo dell’anima, notando come il passato esista solo nella memoria, il futuro nell’attesa, e il presente sia un punto inafferrabile tra i due. Henri Bergson teorizzava la distinzione tra tempo cronologico (tempo spazializzato, misurabile) e durata vissuta (durée), il tempo qualitativo della coscienza.
Marcel Proust con la sua “Recherche” ha esplorato magistralmente il funzionamento della memoria involontaria, quel meccanismo per cui un sapore (la celebre madeleine) o un’impressione sensoriale possono riattivare interi universi di ricordi. L’orobilogio di Benni è erede di questa tradizione, ma la esprime con una leggerezza e un’accessibilità che la rendono immediatamente comprensibile.
Anche la letteratura fantastica, da H.G. Wells a Philip K. Dick, ha esplorato l’idea di molteplici temporalità, di slittamenti temporali, di coesistenza di diversi piani cronologici. “Saltatempo”, come suggerisce il titolo stesso, si inscrive in questa tradizione narrativa.
L’orobilogio come metafora della condizione umana
In definitiva, l’orobilogio rappresenta ciò che ci rende pienamente umani: la capacità di non essere completamente prigionieri del presente, di abitare contemporaneamente più dimensioni temporali. Gli animali vivono sostanzialmente nel presente immediato, guidati dall’istinto e da memorie elementari. Gli esseri umani, invece, sono costantemente sospesi tra ricordo e anticipazione, tra nostalgia e speranza, tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.
Questa capacità è insieme un dono e una condanna. È un dono perché ci permette di creare, di imparare dalla storia, di progettare il futuro, di godere dei ricordi, di costruire narrazioni della nostra vita. È una condanna perché ci impedisce di vivere pienamente il presente, ci tormenta con rimpianti per il passato e ansie per il futuro, ci rende consapevoli della nostra mortalità.
L’avvertimento iniziale “Non ti spaventare” non è casuale: l’idea di avere due orologi, di poter essere catapultati avanti e indietro nel tempo senza controllo, può effettivamente spaventare. Significa accettare che la nostra esperienza del tempo non è lineare, stabile, controllabile, ma frammentaria, soggettiva, spesso caotica.
La dimensione pedagogica
È significativo che questo passo sia formulato come un discorso rivolto a qualcuno, probabilmente un giovane (“per non fare tardi a scuola”). C’è una dimensione pedagogica, quasi iniziatica: un adulto che introduce un giovane ai misteri dell’esistenza umana, che gli spiega come funziona davvero il tempo vissuto, al di là delle convenzioni sociali.
È un’educazione sentimentale e esistenziale: imparare a convivere con i due orologi significa imparare a navigare tra le esigenze pratiche della vita sociale (l’orologio esterno) e i richiami della vita interiore (l’orobilogio). Significa accettare che saremo sempre, in qualche misura, divisi, abitati da temporalità diverse e spesso conflittuali.
La metafora dell’orobilogio di Stefano Benni è molto più di un gioco linguistico o di un’immagine fantasiosa. È una chiave interpretativa della condizione umana, una mappa per orientarsi nella complessità dell’esperienza temporale. Ci ricorda che accanto al tempo misurabile e condiviso esiste un tempo interiore, personale, irriducibile a qualsiasi misurazione oggettiva. Un tempo fatto di memorie che riemergono, di anticipazioni che ci proiettano in futuri possibili, di ritmi interiori che rispondono ai “balbettii del mondo”.
Benni ci invita ad ascoltare questo orobilogio, a non soffocarlo sotto il rumore incessante dell’orologio esteriore, a lasciare che ci porti in viaggio attraverso i tempi della nostra vita interiore. Perché, in fondo, è proprio in questi viaggi temporali, in questi salti tra passato e futuro, che si costruisce il senso della nostra esistenza.
