I versi di Sofocle sulla dicotomia tra verità e menzogna

3 Aprile 2026

Leggiamo assieme i versi del tragediografo greco Sofocle tratti dalla sua "Creusa", in cui si discute sulla verità e sulla menzogna.

I versi di Sofocle sulla dicotomia tra verità e menzogna

Di Sofocle ci sono pervenute integre sette tragedie — l’Edipo Re, l’Edipo a Colono, l’Antigone, l’Elettra, le Trachinie, l’Aiace, il Filottete — su un corpus che gli antichi estimavano attorno alle centoventi opere. Tutto il resto è perduto: sopravvivono frammenti, citazioni riportate da autori successivi, versi isolati tramandati per vie indirette. Ogni frammento è una finestra su un mondo sommerso, un biglietto da visita di qualcosa che non possiamo più leggere nella sua interezza.

«Non è bello dire menzogne;
ma quando la verità potrebbe portare terribile rovina,
allora anche dire ciò che non è bello è perdonabile.»

Καλὸν μὲν oὖν oὐκ ἔστι τὰ ψευδῆ λεγειν·
ὅτῳ δ’ ὄλεθρoν δεινὸν ἁλήθει’ ἄγει,
συγγνωστὸν εἰπεῖν ἐστι καὶ τὸ μὴ καλόν.

— Sofocle, Creusa, fr. 326

Il frammento 326, tramandato sotto il titolo «Creusa», appartiene a questa eredità perduta. Della «Creusa» di Sofocle non sappiamo quasi nulla: il titolo rimanda alla figura di Creusa, figlia di Eretteo re di Atene, che nella mitologia greca fu violentata da Apollo e partorì di nascosto Ione, poi abbandonato. Questa storia appassionante di segreti, rivelazioni e identità nascoste è anche al centro dell’«Ione» di Euripide, che ci è giunto completo. Di Sofocle rimane solo questo frammento, tre versi che bastano tuttavia da soli a rivelare la potenza di un pensiero morale che tocca uno dei nodi più profondi dell’etica.

Il fatto che questi versi siano stati conservati è già di per sé significativo: qualcuno, in qualche momento della trasmissione del testo greco, li ha giudicati abbastanza importanti da citarli, ricordarli, trascriverli. Sono versi che colpivano, che facevano pensare, che non si lasciavano dimenticare. E la ragione è chiara: formulano, in tre righe, un dilemma etico che non ha risoluzione semplice e che riaffiora in ogni epoca con la stessa insistenza.

La struttura del frammento: tesi, antitesi, sintesi

I tre versi hanno una struttura dialettica di rara eleganza. Il primo enuncia il principio morale generale: non è bello mentire. Il secondo introduce la condizione che lo mette in crisi: ma quando la verità porta terribile rovina. Il terzo offre la risoluzione — ma una risoluzione che non risolve, che apre piuttosto che chiudere: allora è perdonabile dire ciò che non è bello.

La parola greca che la traduzione rende con «perdonabile» è συγγνωστόν, syggnóston, che più letteralmente significa «comprensibile», «scusabile», «degno di indulgenza». Non dice che mentire in queste circostanze è giusto, non dice che è necessario, non dice che è doveroso: dice che è comprensibile, che chi lo fa non merita condanna, che la sua scelta va guardata con indulgenza. È una distinzione sottilissima e fondamentale: Sofocle non nega il principio morale che apre il frammento, non lo cancella, non lo sostituisce con un principio diverso. Lo affianca di una realtà che complica ogni applicazione meccanica.

L’espressione «ciò che non è bello» — τὸ μὴ καλόν, tò mè kalón — è anch’essa significativa. Non dice «l’orribile», non dice «il male assoluto»: dice «il non bello», il brutto morale, il non-decoroso. La menzogna è brutta, è indecorosa, è contraria alla kalosí— alla nobiltà etica. Ma può essere perdonata. Perché esistono situazioni in cui la nobiltà assoluta non è praticabile senza distruggere qualcosa che vale più di essa.

Il pensiero etico di Sofocle: tra norma e situazione

Il frammento di Sofocle si inserisce nel cuore di uno dei dibattiti più vivi dell’etica antica e moderna: il rapporto tra norme assolute e valutazione delle conseguenze, tra principi universali e circostanze particolari. Nella tradizione filosofica questo è il contrasto tra deontologia ed etica consequenzialista, tra Kant e Mill, tra la legge morale incondizionata e il calcolo utilitaristico.

Sofocle non appartiene a nessuna delle due scuole: scrive quasi un secolo prima che Aristotele sistematizzi l’etica greca, due millenni prima di Kant e Mill. Ma il suo frammento formula con asciutta precisione la tensione tra le due posizioni. Il primo verso è deontologico: non è bello mentire, punto. Il secondo e il terzo aprono all’analisi delle conseguenze: ma se la verità porta rovina, allora la menzogna è perdonabile.

Aristotele avrebbe detto che questo è un caso in cui la phronesis — la saggezza pratica, la capacità di giudicare correttamente nelle situazioni concrete — deve guidare la scelta, piuttosto che l’applicazione meccanica di un principio. Non si tratta di abbandonare il principio: si tratta di riconoscere che la vita morale reale è più complicata di qualunque principio formulato in astratto.

Il «dolus bonus»: la menzogna nella tradizione classica

I versi di Sofocle non erano un’idea isolata nel mondo greco: si inserivano in una tradizione che riconosceva l’esistenza di una menzogna «buona» o quantomeno giustificabile. I Romani avrebbero chiamato questa categoria il dolus bonus — l’inganno lecito, contrapposto al dolus malus, l’inganno illecito.

Nella letteratura greca, il personaggio per eccellenza della menzogna intelligente e salvifica è Odisseo: l’eroe che sopravvive grazie all’inganno, che salva se stesso e i suoi con la parola astuta più che con la forza bruta. L’Odissea celebra questa astuzia come una forma di intelligenza superiore, non come un difetto morale. Atena, dea della saggezza, è anche la dea dell’astuzia: protegge Odisseo proprio perché riconosce in lui la capacità di vedere ciò che serve e di farlo, senza inibirsi con regole rigide.

Nel teatro di Sofocle stesso, la questione dell’inganno salvatore ritorna più volte. Nel «Filottete», Neottolemo deve scegliere se ingannare Filottete per portargli via l’arco di Eracle — necessario alla vittoria di Troia — o dirgli la verità a rischio dell’intera impresa. La tragedia esplora questo dilemma con una profondità che non ammette risposte semplici. Il frammento della «Creusa» potrebbe essere una riflessione dello stesso tipo: qualcuno, in una situazione di crisi, deve scegliere tra la verità che distrugge e la menzogna che salva.

La posizione di Sofocle diventa ancora più illuminante se la si confronta con la posizione opposta di Immanuel Kant, che è la più radicale formulazione del principio contrario. Nel saggio «Sul presunto diritto di mentire per amore dell’umanità» del 1797, Kant afferma che la menzogna è sbagliata in ogni circostanza, senza eccezioni. Anche se un assassino bussa alla tua porta e chiede dove si trova la persona che vuole uccidere: devi dire la verità. Mentire è sbagliato sempre, anche quando la verità porta «terribile rovina».

L’argomento kantiano è formalmente potente: il dovere morale non dipende dalle conseguenze, altrimenti non è un dovere ma un calcolo. Se mento per salvarmi dalle conseguenze negative della verità, sto mettendo la mia convenienza al di sopra della legge morale. Il principio deve essere incondizionato o non è un principio.

Sofocle risponde — attraverso i secoli, senza saperlo — con qualcosa di diverso dalla logica formale: risponde con la phronesis, con la saggezza pratica, con il riconoscimento che la vita morale reale non si lascia catturare da nessuna formulazione universale. Non dice che Kant ha torto in astratto. Dice che quando la verità porta «terribile rovina», non è la logica del principio a dover guidare la scelta: è il riconoscimento concreto di ciò che vale di più. E quella scelta, anche se non è bella, è comprensibile. È umana.

Dal teatro greco alla storia moderna

Il problema che Sofocle pone ha attraversato la storia con casi reali di straziante difficoltà. Chi nascondeva ebrei nella Germania nazista e mentiva alla Gestapo sulla loro presenza commetteva qualcosa di moralmente condannabile? Chi in tempo di guerra dava informazioni false al nemico per proteggere i civili agiva in modo perdonabile? Chi mente per proteggere un innocente dall’ingiustizia di un sistema corrotto merita condanna?

Questi casi storici e questi dilemmi etici confermano l’intuizione sofoclea: esistono situazioni in cui la verità porta «terribile rovina», e in quelle situazioni la menzogna che salva non può essere trattata alla stessa stregua della menzogna che inganna per convenienza o per viltà. Non sono la stessa cosa. Non meritano lo stesso giudizio.

La grandezza morale del frammento di Sofocle sta esattamente in questo: nel non cancellare il principio («non è bello mentire» rimane vero), nel non trasformarlo in un’eccezione facile («si può mentire quando conviene» sarebbe ben diverso), ma nel riconoscere con onestà che la vita morale è abitata da tensioni reali che nessuna formula risolve. Dire ciò che non è bello per evitare una terribile rovina è comprensibile. Non necessario, non doveroso, non glorioso: comprensibile. E questa comprensione è già, di per sé, una forma profonda di saggezza.

Tre versi sopravvissuti da una tragedia perduta di 2.500 anni fa: eppure bastano per porre una domanda che non ha risposta definitiva e che per questo continua a tormentare chiunque voglia vivere con onestà e con responsabilità. Quando la verità potrebbe portare terribile rovina, cosa si deve fare? Sofocle non dà una regola. Dà qualcosa di più prezioso: un permesso di essere umani, di non essere giudicati dai principi soli, di essere guardati con gli occhi della comprensione quando si è scelto il meno peggio in una situazione in cui non esisteva il bene assoluto.

Forse è per questo che questi versi sono stati conservati attraverso i millenni, copiati, tramandati, citati. Non perché risolvono il problema, ma perché lo nominano con l’onestà di chi sa che certi problemi non si risolvono: si attraversano. E attraversarli con consapevolezza, senza illudersi che la scelta sia facile o che le sue conseguenze morali siano nulle, è già una forma di grandezza.

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