La citazione tratta da A cosa serve la politica? di Piero Angela affronta un tema apparentemente semplice, ma in realtà profondamente politico e culturale: il rapporto tra buona educazione, rispetto delle regole e responsabilità collettiva. Quando Angela afferma che la buona educazione non consiste soltanto nel comportarsi bene, ma anche nel fare in modo che gli altri si comportino bene, sposta il discorso da una dimensione individuale a una dimensione civica. L’educazione non è più solo una virtù privata, ma diventa un atto pubblico, un impegno verso la comunità.
La buona educazione consiste non soltanto nel comportarsi bene, ma anche nel fare in modo che gli altri si comportino bene. Rispettare le regole, ma farle anche rispettare. Si sa che questo secondo aspetto è poco popolare da noi (“Ma di cosa ti impicci?”, “Lascia perdere”, “Vivi e lascia vivere” ecc.). Questo modo di agire, o meglio di non reagire, ha creato in un certo senso un’assuefazione ai piccoli (ma poi anche ai grandi) abusi.
Piero Angela, un divulgatore monumentale
Il primo nodo centrale della citazione è la distinzione tra il rispettare le regole e il farle rispettare. In molte società democratiche, e in particolare nel contesto italiano evocato da Piero Angela, il rispetto delle regole viene spesso concepito come una scelta personale, quasi un fatto di coscienza individuale. “Io mi comporto bene, quindi sono a posto”. Ma Angela mette in luce un limite evidente di questa impostazione: se il rispetto delle regole resta confinato alla sfera individuale, esso perde gran parte della sua efficacia sociale. Le regole esistono per garantire una convivenza ordinata e giusta, e questa funzione si realizza solo quando diventano patrimonio condiviso e difeso collettivamente.
Il passaggio più incisivo della riflessione riguarda la scarsa popolarità del far rispettare le regole. Le frasi riportate tra parentesi — “Ma di cosa ti impicci?”, “Lascia perdere”, “Vivi e lascia vivere” — sono espressioni comuni, quasi proverbiali, che rivelano un atteggiamento culturale radicato. In esse si manifesta una diffidenza verso chi interviene, verso chi richiama l’attenzione su un comportamento scorretto. Chi fa notare un abuso viene percepito non come un cittadino responsabile, ma come un seccatore, un moralista, qualcuno che turba una presunta quiete.
Angela coglie qui un paradosso fondamentale: la tolleranza dell’illegalità viene scambiata per tolleranza verso le persone. Il “vivi e lascia vivere” diventa un alibi per evitare il conflitto, per non esporsi, per non assumersi la fatica della responsabilità civica. Ma questa non-reazione, come sottolinea l’autore, non è neutra: produce effetti profondi e duraturi sulla società.
Il concetto di assuefazione ai piccoli abusi è uno dei punti più lucidi della citazione. Angela mostra come l’abitudine a ignorare le infrazioni minime — il parcheggio in doppia fila, la fila saltata, la regola aggirata “tanto per una volta” — finisca per creare un clima di normalizzazione dell’illegalità. I piccoli abusi non restano mai piccoli: diventano terreno fertile per quelli più grandi. Quando una società impara a chiudere un occhio, poi ne chiude due, fino a perdere la capacità di distinguere ciò che è accettabile da ciò che non lo è.
In questa prospettiva, la buona educazione assume un significato molto più impegnativo. Non è semplice gentilezza, non è solo correttezza formale. È vigilanza, è partecipazione attiva alla vita comune. Far rispettare le regole non significa esercitare autoritarismo o desiderio di controllo, ma difendere uno spazio condiviso di equità. Angela, da divulgatore scientifico quale è, affronta il problema con chiarezza razionale: una società funziona se i suoi membri collaborano al rispetto delle norme, non se delegano tutto alle autorità o, peggio, se rinunciano a reagire.
Il riferimento alla politica nel titolo del libro non è casuale. Angela suggerisce che la politica non si esaurisce nei palazzi istituzionali o nelle urne, ma vive anche nei comportamenti quotidiani. Richiamare qualcuno al rispetto di una regola è un atto politico nel senso più nobile del termine: riguarda la polis, la comunità. In questo senso, la buona educazione diventa una forma di cittadinanza attiva.
C’è poi un altro aspetto, più sottile ma altrettanto importante: il costo emotivo del far rispettare le regole. Intervenire espone al rischio di essere malvisti, isolati, accusati di intromissione. Per questo è “poco popolare”. Ma Angela invita a superare questa paura, mostrando che il prezzo del silenzio è molto più alto: una società rassegnata, disabituata al senso del limite e della responsabilità.
In conclusione, la citazione di Piero Angela propone una riflessione civile di grande attualità. La buona educazione non è solo una qualità individuale, ma un dovere collettivo. Rispettare le regole è necessario, ma non sufficiente: occorre anche difenderle, renderle vive attraverso l’esempio e, quando serve, attraverso il richiamo. Solo così si evita l’assuefazione agli abusi e si costruisce una società più giusta, consapevole e realmente democratica. In questa visione, la politica non è lontana da noi: comincia ogni volta che scegliamo di non voltare lo sguardo dall’altra parte.
