I versi di Michele Mari sull’arte della delicatezza

13 Gennaio 2026

Leggiamo assieme questi versi di Michele Mari in cui il poeta si interroga sulla delicatezza: che sia un bene possederla o un male?

I versi di Michele Mari sull'arte della delicatezza

Nella poesia contemporanea italiana, Michele Mari occupa una posizione peculiare: scrittore colto, raffinato, capace di tessere trame intertestuali complesse senza mai perdere una sorprendente immediatezza emotiva. I versi che analizziamo, tratti dalla raccolta “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” (2007), esemplificano perfettamente questa duplice natura della sua poetica: da un lato l’alta cultura letteraria (Rimbaud), dall’altro la cultura popolare italiana (Petrolini), unite in una riflessione personale e dolorosa sulla gentilezza come fonte insieme di orgoglio e di perdizione.

Mi dai del gentiluomo
e me ne vanto
poi mi rammento
dei versi di Rimbaud
par délicatesse
j’ai perdu ma vie
e come Petrolini
me ne pento

Il contesto: “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”

Prima di analizzare i versi, è necessario contestualizzarli. “Cento poesie d’amore a Ladyhawke” è una raccolta straordinaria e atipica nel panorama della poesia italiana contemporanea. Il titolo fa riferimento al film fantasy del 1985 diretto da Richard Donner, con Michelle Pfeiffer e Rutger Hauer, storia di un amore impossibile tra due persone trasformate da una maledizione: lui lupo di notte, lei falco di giorno, destinati a non potersi mai incontrare se non per un istante al crepuscolo.

Mari usa questo riferimento cinematografico pop come metafora per un amore impossibile, probabilmente autobiografico, costruendo una sorta di canzoniere moderno fatto di frammenti brevi, intensi, spesso dolorosi. La scelta di dedicare poesie d’amore a un personaggio cinematografico piuttosto che a una persona reale introduce già una dimensione di distanza, di mediazione culturale, di impossibilità che permea tutta la raccolta.

La struttura del frammento poetico

Il testo si compone di otto versi brevissimi, quasi tutti di poche sillabe, con una struttura che alterna italiano e francese, alto e basso, letteratura e avanspettacolo. Questa brevità concentrata è tipica della raccolta, dove Mari pratica una sorta di haiku occidentale, di epigramma moderno, catturando in poche parole intense momenti di verità emotiva.

La struttura è chiaramente divisa in tre movimenti:

  1. L’orgoglio iniziale (vv. 1-2)
  2. Il ricordo e la citazione rimbaudiana (vv. 3-6)
  3. Il pentimento finale (vv. 7-8)

Questo movimento dall’orgoglio al pentimento, mediato dalla citazione letteraria, costituisce il nucleo emotivo e intellettuale del testo.

“Mi dai del gentiluomo / e me ne vanto”

Il frammento si apre con un’affermazione diretta: qualcuno (presumibilmente la donna amata, la “Ladyhawke” del titolo) definisce il poeta un “gentiluomo”. Il termine è significativo: non “gentile” (che sarebbe più comune), non “cavaliere”, non “brav’uomo”, ma proprio “gentiluomo”, parola che evoca un mondo di valori tradizionali, di comportamenti codificati, di un’etica delle relazioni amorose che sembra appartenere a un’epoca passata.

La reazione iniziale è di vanto, di orgoglio. Essere definito gentiluomo è motivo di soddisfazione. C’è qui l’eco di un’identità tradizionale di mascolinità – non quella aggressiva o dominante, ma quella cortese, rispettosa, attenta – che viene riconosciuta e apprezzata. Il verbo “vantarsi” suggerisce che questa qualità è rara, preziosa, degna di essere esibita.

Il ricordo e Rimbaud: “par délicatesse / j’ai perdu ma vie”

Ma immediatamente dopo l’orgoglio iniziale, emerge il “poi mi rammento”: un momento di riflessione successiva, di second thought che modifica radicalmente il significato dell’epiteto ricevuto. Il poeta si ricorda di due versi celeberrimi di Arthur Rimbaud (1854-1891), tratti dalla poesia “Alchimie du verbe” contenuta in “Une saison en enfer” (Una stagione all’inferno, 1873).

I versi di Rimbaud, citati in francese, sono: “par délicatesse / j’ai perdu ma vie” – “per delicatezza / ho perso la mia vita”. Questa è una delle affermazioni più famose e più discusse di tutta la poesia moderna. Cosa significa esattamente?

Rimbaud, nel contesto di “Une saison en enfer”, sta facendo un bilancio della propria esperienza poetica e esistenziale. La “délicatesse” (delicatezza, finezza, sensibilità, scrupolo morale) è presentata come la causa della perdita della vita. Non la vita fisica, ovviamente, ma la vita autentica, piena, possibile. Per essere stato troppo delicato, troppo scrupoloso, troppo sensibile, Rimbaud sente di aver mancato la vita vera.

C’è in questi versi una critica radicale all’estetismo, alla vita vissuta attraverso il filtro della sensibilità artistica piuttosto che nell’immediatezza dell’esperienza. C’è anche, forse, un riferimento alla sua tormentata relazione con Verlaine: la delicatezza (morale, sentimentale) ha impedito la realizzazione piena della passione.

Mari stabilisce un’equivalenza implicita ma chiara tra l’essere “gentiluomo” e la rimbaudiana “délicatesse”. Entrambi i termini indicano una raffinatezza di sentire, una sensibilità, uno scrupolo morale che, paradossalmente, invece di essere puramente virtuosi, si rivelano fonti di perdita, di mancanza, di impossibilità.

Il gentiluomo è colui che rispetta troppo, che esita, che si trattiene, che antepone i doveri della cortesia agli impulsi del desiderio. Esattamente come la “délicatesse” rimbaudiana, questa qualità – apparentemente positiva – si rivela un ostacolo alla realizzazione amorosa ed esistenziale.

C’è qui un tema antico della letteratura: il conflitto tra onore e desiderio, tra rispetto e passione, tra civiltà e istinto. Il gentiluomo è paralizzato dai suoi stessi valori, impedito dalla sua stessa educazione sentimentale di agire con la decisione o l’abbandono che forse la situazione richiederebbe.

Petrolini: dalla tragedia alla commedia

Ma il colpo di genio finale di Mari sta nell’ultimo distico: “e come Petrolini / me ne pento”. Dopo l’alta letteratura simbolista francese, ecco che irrompe Ettore Petrolini (1884-1936), il grande attore comico romano, maestro del teatro di varietà, creatore di macchiette indimenticabili.

Il riferimento è probabilmente alla celebre macchietta “Gastone”, in cui Petrolini interpretava un raffinato e decadente gentiluomo che, dopo aver elencato le proprie raffinatezze e i propri vizi aristocratici, concludeva sempre con un “…e me ne pento!” pronunciato con intonazione comica, trasformando la confessione in parodia.

Questo rovesciamento finale è tipicamente mariano: dopo la serietà tragica di Rimbaud, la leggerezza comica di Petrolini. Ma sarebbe sbagliato leggere questa conclusione come puramente ironica o auto-ironica. Il pentimento è reale, anche se espresso attraverso il filtro della citazione comica. Anzi, forse è proprio questa mediazione attraverso Petrolini che rende sopportabile l’ammissione dolorosa.

Alto e basso: la cultura di Michele Mari

Uno degli aspetti più affascinanti di questi versi è la coesistenza naturale di riferimenti alti (Rimbaud) e bassi (Petrolini), di cultura “seria” e cultura popolare. Questo è tipico di Mari, scrittore profondamente colto ma insieme appassionato di cinema di genere, fumetti, cultura pop.

Non c’è in lui gerarchia tra queste diverse fonti: Rimbaud e Petrolini convivono nello stesso spazio mentale, sono ugualmente disponibili come strumenti espressivi. Questa democratizzazione delle fonti culturali, questo rifiuto di distinguere tra cultura alta e bassa, è uno dei tratti distintivi della sensibilità postmoderna, e Mari lo pratica con naturalezza.

Inoltre, c’è una progressione geografica e culturale: si parte dall’intimità della relazione a due (“mi dai del gentiluomo”), si passa per la Francia simbolista (Rimbaud), per tornare infine a Roma e all’Italia (Petrolini). Un percorso che dall’universale poetico ritorna al particolare culturale italiano.

Il pentimento: vera perdita o scusa?

L’ultima parola del frammento è “pento” (me ne pento). Ma di cosa esattamente si pente il poeta? Di essere stato un gentiluomo? Di aver perso la vita per delicatezza? O si pente nel senso petroliano, cioè in modo semi-ironico, riconoscendo il proprio comportamento come ridicolo oltre che dannoso?

Il pentimento suggerisce che essere gentiluomo, pur essendo motivo di vanto iniziale, è stato in definitiva un errore strategico, un modo di porsi nelle relazioni amorose che ha portato alla perdita, alla rinuncia, all’amore non realizzato. Il gentiluomo rispetta troppo per conquistare, esita troppo per agire, pensa troppo per abbandonarsi.

Eppure c’è qualcosa di inevitabile in questa condizione: Mari non può non essere gentiluomo, così come Rimbaud non poteva non essere “délicat”. È una condizione costitutiva, non una scelta tattica. Si può pentirsi di essere quello che si è? Il pentimento, allora, diventa insieme sincero e impossibile, reale e performativo, tragico e comico.

Sebbene questi versi siano probabilmente autobiografici (Mari stesso ha parlato della componente personale di questa raccolta), la loro forza sta nell’universalità del tema. Quanti uomini si sono trovati nella stessa situazione? Quanti hanno sentito che la loro gentilezza, il loro rispetto, la loro delicatezza sono stati ostacoli piuttosto che virtù nelle relazioni amorose?

C’è qui una riflessione più ampia sui modelli di mascolinità: il gentiluomo appartiene a un codice tradizionale che forse non funziona più, o forse non ha mai funzionato veramente. In un mondo che sembra premiare l’assertività, la sicurezza, persino un certo grado di arroganza, il gentiluomo appare come una figura anacronistica, condannata alla sconfitta amorosa.

Questi otto versi di Michele Mari condensano una verità dolorosa sulla condizione dell’uomo sensibile, colto, gentile nel mondo contemporaneo. Attraverso il gioco intertestuale che connette Rimbaud e Petrolini, l’alto simbolismo e la macchietta comica, Mari riesce a dire qualcosa di profondamente personale e insieme universale.

La gentilezza, la delicatezza, lo scrupolo morale – qualità tradizionalmente considerate virtù – si rivelano, nel contesto amoroso, come possibili cause di perdita. Non perché siano virtù false, ma perché in un mondo governato da altre logiche (il desiderio immediato, l’assertività, l’abbandono) queste qualità possono risultare paralizzanti.

Il vanto iniziale si trasforma in pentimento, ma un pentimento espresso attraverso Petrolini, quindi mediato dall’ironia, reso sopportabile dalla cultura. È questo forse il vero tratto distintivo della sensibilità mariana: la capacità di dire il dolore attraverso la cultura, di rendere la sofferenza personale sopportabile attraverso il filtro delle citazioni, dei riferimenti, delle mediazioni intellettuali. Non per nascondere il dolore, ma per poterlo esprimere e quindi, forse, sopportare.

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