Una frase di Maria Zambrano sulle nostre radici nel tempo

21 Gennaio 2026

Leggiamo questa citazione di Maria Zambrano in cui l'autrice ci ricorda che in fondo siamo esseri millenari, con radici che si perdono nel tempo.

Una frase di Maria Zambrano sulle nostre radici nel tempo

In questa frase, la filosofa spagnola Maria Zambrano (1904-1991) condensa una visione antropologica profonda che unisce filosofia, psicologia del profondo, storia e poesia. Le sue parole ci invitano a ripensare radicalmente la nostra concezione dell’identità personale, ricordandoci che ciò che siamo consciamente – i “rami che vedono la luce” – è solo la parte minore e visibile di un organismo molto più vasto, le cui radici affondano in strati profondi di tempo e memoria collettiva. Analizzare questa citazione significa addentrarsi nel pensiero di una delle figure più originali della filosofia europea del Novecento e riflettere sulla natura stratificata dell’esistenza umana.

“La nostra anima è attraversata da sedimenti di secoli, le radici sono più grandi dei rami che vedono la luce.”

Maria Zambrano: pensatrice dell’ombra e della profondità

Per comprendere questa affermazione, è necessario collocarla nel contesto del pensiero di Zambrano. Filosofa, saggista, allieva di Ortega y Gasset, Zambrano sviluppò quella che chiamò “ragione poetica” (razón poética), un metodo filosofico che cerca di superare la separazione occidentale tra ragione e sentimento, tra logos e pathos, tra filosofia e poesia.

Esiliata dalla Spagna franchista per quasi mezzo secolo (dal 1939 al 1984), Zambrano visse tra Francia, Messico, Cuba, Roma, in una condizione di sradicamento geografico che paradossalmente la portò a riflettere profondamente sulle radici invisibili che portiamo con noi ovunque andiamo. La sua filosofia è una filosofia dell’esilio, della memoria, delle profondità nascoste dell’anima.

Zambrano fu fortemente influenzata da tradizioni diverse: la mistica spagnola (Santa Teresa, San Giovanni della Croce), la filosofia greca presocratica, la psicanalisi freudiana e junghiana, la fenomenologia. Da queste fonti elaborò una concezione dell’essere umano come creatura stratificata, dove la coscienza presente è solo la superficie di abissi molto più profondi.

I sedimenti di secoli: la stratificazione temporale dell’anima

L’immagine dei “sedimenti di secoli” è geologica e archeologica insieme. Come la terra è formata da strati che si sono depositati nel corso di ere geologiche, così l’anima umana è costituita da stratificazioni temporali che vanno ben oltre la vita individuale.

Questi sedimenti non sono inerti ma attivi: “attraversano” l’anima, la percorrono, la costituiscono. Non sono un passato morto ma un passato vivo che continua a operare nel presente, spesso all’insaputa della coscienza vigile.

Cosa sono questi sedimenti? Zambrano sembra riferirsi a molteplici livelli:

Sedimenti culturali: le tradizioni, i miti, le credenze, i valori delle culture che ci hanno preceduto e che abitano inconsciamente il nostro modo di pensare e sentire. Siamo eredi della classicità greco-romana, del cristianesimo, dell’Illuminismo, del Romanticismo – tutte queste ere storiche hanno lasciato tracce nel nostro modo di concepire il mondo, anche se non ne siamo consapevoli.

Sedimenti linguistici: la lingua che parliamo porta con sé secoli di storia, di metafore sedimentate, di modi di pensare incorporati nella grammatica e nel lessico. Quando parliamo italiano, facciamo risuonare echi del latino, del greco, dell’arabo, delle lingue germaniche – un palinsesto linguistico stratificato.

Sedimenti psichici: nell’ottica junghiana che Zambrano conosce, esistono archetipi dell’inconscio collettivo, immagini primordiali condivise dall’umanità che si depositano nella psiche individuale. Questi archetipi – la madre, il padre, l’ombra, l’anima – sono eredità psichiche che precedono l’individuo.

Sedimenti biologici: persino il corpo porta tracce evolutive di milioni di anni. Il cervello rettiliano, il sistema limbico, la neocorteccia sono strati evolutivi sovrapposti. In questo senso, siamo letteralmente attraversati da sedimenti non di secoli ma di millenni.

Le radici più grandi dei rami: l’inversione della prospettiva

La seconda parte della citazione introduce una metafora vegetale: l’anima come albero. Ma è un albero paradossale, dove “le radici sono più grandi dei rami che vedono la luce”.

Normalmente pensiamo a noi stessi in termini di ciò che è visibile, consapevole, attuale: i nostri pensieri presenti, le nostre azioni quotidiane, la nostra identità manifesta. Questi sono i “rami che vedono la luce” – la parte esposta, quella che mostriamo al mondo e a noi stessi.

Ma Zambrano ci dice che questa parte visibile è la minore. La parte maggiore, più massiccia, più importante è invisibile: le radici che affondano nel terreno, nel buio, nell’inconscio, nel passato. Queste radici sono “più grandi” – occupano più spazio, hanno più peso, sono più determinanti per la vita dell’albero.

Questa inversione di prospettiva è radicale. Siamo abituati a identificarci con la coscienza, con la parte razionale, visibile, controllabile di noi stessi. Zambrano ci ricorda invece che quella è solo la punta dell’iceberg. La maggior parte di ciò che siamo ci è nascosta, sfugge al controllo della volontà cosciente, opera nell’ombra.

L’affermazione di Zambrano dialoga evidentemente con la psicoanalisi. Freud aveva già rivoluzionato la concezione dell’io mostrando che la coscienza è solo una piccola parte della psiche, mentre l’inconscio – vastissimo, incontrollabile, determinante – costituisce la maggior parte della nostra vita mentale.

Jung aveva poi approfondito questa intuizione introducendo il concetto di inconscio collettivo, quello strato della psiche che contiene non esperienze individuali rimosse ma immagini archetipiche condivise dall’intera umanità. Per Jung, la psiche individuale affonda in strati sempre più profondi che alla fine si connettono con l’inconscio della specie.

Zambrano traduce queste intuizioni psicanalitiche in un linguaggio più poetico e filosofico, ma il nucleo è simile: siamo molto più vasti di quanto crediamo, e questa vastità è in gran parte nascosta alla coscienza ordinaria.

Se accettiamo la visione di Zambrano, dobbiamo ripensare radicalmente la nostra concezione di identità personale. Non siamo individui autonomi e trasparenti a noi stessi, nati da zero, costruttori sovrani della propria vita. Siamo invece nodi in una rete temporale vastissima, punti di emersione di forze storiche, culturali, psichiche che ci precedono e ci superano.

La mia identità “personale” è in realtà transpersonale: incorpora secoli di storia che non ho vissuto ma che mi costituiscono. Quando dico “io”, parlo con la voce di innumerevoli generazioni, uso concetti forgiati da culture antiche, esprimo desideri plasmati da archetipi millenari.

Questa consapevolezza può essere insieme umiliante (non sono così unico, autonomo, originale come credevo) e liberatoria (non sono solo, sono connesso a una tradizione immensa, posso attingere a risorse che vanno oltre il mio piccolo io).

La riflessione di Zambrano ha anche una dimensione politica e culturale importante. In un’epoca che celebra l’individualismo, la novità, la rottura con il passato, Zambrano ci ricorda l’importanza delle radici, della tradizione, della memoria.

Questo non significa conservatorismo acritico o nostalgia regressiva. Zambrano, esiliata antifascista, non era certo una tradizionalista. Ma riconosceva che non si può costruire un futuro umano tagliando le radici, dimenticando i sedimenti culturali che ci costituiscono.

La modernità, specialmente nella sua versione più radicale e progressista, ha spesso voluto fare tabula rasa del passato, credere nell’uomo nuovo che si crea da zero. Zambrano ci avverte che questo è impossibile e pericoloso: impossibile perché i sedimenti ci attraversano comunque, anche se li neghiamo; pericoloso perché il passato non riconosciuto e non elaborato torna come sintomo, come rimozione che fa danno.

L’invito all’esplorazione delle profondità

Implicitamente, la citazione di Zambrano contiene anche un invito: se le radici sono più grandi dei rami, dobbiamo esplorare le profondità, scendere nel terreno, portare luce nell’ombra. Non possiamo accontentarci di vivere solo nei rami visibili della coscienza ordinaria.

Questa esplorazione può prendere forme diverse: la psicoanalisi, che porta alla luce contenuti rimossi; lo studio della storia e delle culture, che ci fa comprendere i sedimenti culturali che ci abitano; la pratica spirituale e meditativa, che scende negli strati profondi della psiche; l’arte e la poesia, che danno voce a ciò che normalmente resta muto.

La “ragione poetica” che Zambrano propone è precisamente uno strumento per questa discesa nelle profondità: non una ragione che si limita alla superficie visibile e logica delle cose, ma una ragione che sa ascoltare l’oscuro, il simbolico, il non-detto, i sedimenti profondi.

La bellezza della metafora

C’è anche da apprezzare la bellezza letteraria della metafora di Zambrano. L’immagine dell’albero le cui radici sono più grandi della chioma è visivamente potente, quasi surreale. Ci fa immaginare un albero rovesciato, o un albero normale visto attraverso il terreno trasparente, dove la massa ramificata delle radici nel sottosuolo supera quella dei rami nell’aria.

Questa qualità poetica non è ornamento ma sostanza: Zambrano ci mostra con un’immagine ciò che sarebbe difficile spiegare con pura argomentazione filosofica. La metafora fa vedere, non solo comprendere. E in questo è perfettamente coerente con la sua proposta di “ragione poetica”.

La citazione di Maria Zambrano ci invita a vivere con una consapevolezza diversa della nostra natura. Non siamo solo ciò che appare in superficie – i nostri pensieri presenti, le nostre azioni quotidiane, la nostra identità manifesta. Siamo anche, e forse soprattutto, gli strati invisibili che ci costituiscono: i sedimenti di secoli di cultura, le radici profonde che affondano nell’inconscio personale e collettivo, le eredità che portiamo senza saperlo.

Questa consapevolezza non deve portare a un senso di impotenza (“sono determinato dal passato, non posso fare nulla”) ma a una comprensione più ricca e umile di noi stessi. Possiamo coltivare i rami che vediamo alla luce – la nostra coscienza, la nostra ragione, le nostre scelte – ma facendolo sapendo che questi rami traggono linfa da radici che non controlliamo completamente, che ci precedono e ci superano.

Le radici più grandi dei rami: è un’immagine che ci ricorda la nostra appartenenza a qualcosa di più vasto di noi, la nostra connessione con la storia e con la profondità dell’essere. E forse, paradossalmente, è proprio riconoscendo questa vastità nascosta che possiamo vivere più pienamente i piccoli rami visibili della nostra esistenza quotidiana, sapendo che essi sono sostenuti da radici immense che affondano nei sedimenti dei secoli.

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