Maria Corti (Milano, 1915 – Pavia, 2002) è stata una delle figure più straordinarie della cultura italiana del Novecento: filologa, medievista, semiologa e scrittrice, ha dedicato la propria vita all’insegnamento e alla ricerca presso l’Università di Pavia, dove ha fondato il leggendario Fondo Manoscritti. Ma accanto all’opera scientifica — che comprende studi fondamentali su Dante, sulla letteratura italiana delle origini e sulla semiotica — Corti ha coltivato una intensa vocazione narrativa, testimoniata da romanzi capaci di fondere rigore intellettuale e sensibilità poetica.
«Le pietre verbali», pubblicato nel 2001, è uno dei suoi romanzi più ambiziosi: un affresco generazionale ambientato nell’Italia degli anni Sessanta, sullo sfondo della rivoluzione studentesca del 1968. Il titolo stesso è programmatico — le parole come pietre, materiali duri, resistenti, capaci di costruire e di ferire — e anticipa il tono di un’opera nella quale il linguaggio è sempre al centro, strumento di analisi del reale e campo di battaglia politico. I personaggi del romanzo, giovani e professori, militanti e sognatori, si scontrano in un’Italia in ebollizione, dove le categorie tradizionali del sapere e del potere vengono messe radicalmente in discussione.
“Io credo che intelligenza e stupidità si muovano per lo più fianco a fianco, per cui bisognerebbe un po’ rivedere le categorie di entrambe. Pensa, per esempio, a certi professori che hai conosciuto al Beccaria e che diresti nell’insegnamento vittime dell’effetto stupidità, anche se insegnano doverosamente da tanti anni. Essi hanno un sistema di forme intellettuali che non è il nostro. Poi ci sono quelli la cui mente è solo finalizzata a certi scopi, magari tecnici o ideologici, da cui non escono mai. Quando tu esclami ‘Ma in che mondo viviamo!’, intendi dire che la stupidità appartiene a un meccanismo socio-politico in sé.”
È in questo contesto che si colloca la citazione qui analizzata: una riflessione di straordinaria densità filosofica, affidata alla voce di uno dei personaggi, che coglie con precisione fulminante il nodo irrisolto tra intelligenza e stupidità, tra sistema intellettuale e ottusità sociale.
Intelligenza e stupidità fianco a fianco nel romanzo di Maria Corti
«Io credo che intelligenza e stupidità si muovano per lo più fianco a fianco»: questa apertura è un vero e proprio rovesciamento dell’immaginario comune. Siamo abituati a pensare intelligenza e stupidità come opposti irriducibili, collocati ai poli contrari di una scala gerarchica che misura il valore intellettuale degli esseri umani. Corti smonta questa illusione con una semplicità disarmante: i due termini non si escludono, convivono, si mescolano, procedono insieme nella stessa persona, nella stessa istituzione, nella stessa società.
Questa intuizione ha radici profonde nella tradizione filosofica e letteraria. Robert Musil, nel suo celebre saggio «Sul profilo stupido», aveva già osservato che la stupidità non è assenza di intelligenza ma una sua forma particolare, una distorsione che può accompagnare menti acute. Hannah Arendt, con il concetto di «banalità del male», aveva mostrato come atti di devastante ottusità morale potessero essere compiuti da individui tutt’altro che privi di capacità intellettuali. Maria Corti, senza citarli esplicitamente, si inserisce in questa tradizione critica: la stupidità non è il volto dell’ignoranza, ma talvolta il volto del sapere irrigidito, del pensiero che ha smesso di pensare se stesso.
La proposta di «rivedere le categorie di entrambe» è quindi un invito epistemologico di grande portata: non basta ridefinire la stupidità, bisogna interrogare anche l’intelligenza. Cosa intendiamo quando diciamo che una persona è intelligente? È davvero possibile separare nettamente l’acutezza del pensiero dalla sua applicazione, dai suoi scopi, dalle sue cecità?
L’istituzione scolastica e l’«effetto stupidità»
L’esempio che Maria Corti porta è quello dei professori del liceo Beccaria — una scuola milanese reale, che nel contesto del romanzo diventa simbolo dell’istituzione educativa borghese — «vittime dell’effetto stupidità» pur avendo insegnato «doverosamente da tanti anni». L’avverbio «doverosamente» è micidiale: non dice che insegnano male, dice che insegnano per dovere, che la loro è un’etica della prestazione senza più slancio vitale, senza curiosità genuina, senza apertura al cambiamento.
L’«effetto stupidità» di cui parla Corti non è dunque una mancanza di competenza tecnica. Questi professori sanno la loro materia, la trasmettono, rispettano le regole. Eppure qualcosa si è cristallizzato in loro: «hanno un sistema di forme intellettuali che non è il nostro». L’uso del pronome «nostro» è rivelatore: chi parla è un giovane, appartiene a una generazione che sente il proprio sistema di valori incompatibile con quello trasmesso dall’istituzione. Non si tratta solo di un conflitto generazionale superficiale: è un conflitto tra modi di abitare il sapere, tra intelligenze che si muovono su piani diversi e non riescono a comunicare.
Questa diagnosi è di una precisione straordinaria per chi abbia esperienza di istituzioni educative. La stupidità istituzionale non è quasi mai stupidità individuale: è il risultato di un sistema che premia la ripetizione, la conformità, la stabilità. Un professore può essere stato brillante e curioso, e diventare nel tempo — attraverso anni di routine, di programmi fissi, di valutazioni standardizzate — una replica di se stesso, incapace di vedere le domande nuove che i suoi studenti portano in classe. Non è colpa sua in senso morale: è la forma che le istituzioni tendono a imprimere sulle persone che le abitano.
Le menti finalizzate: ideologia e tecnica come trappole del pensiero
Maria Corti introduce poi una seconda categoria di stupidità: quella di coloro «la cui mente è solo finalizzata a certi scopi, magari tecnici o ideologici, da cui non escono mai». Questa è forse la forma di stupidità più insidiosa e più diffusa nel Novecento: la mente che funziona perfettamente all’interno di un sistema dato, che è capace di ragionamenti sofisticati, di calcoli complessi, di elaborazioni ideologiche articolate — ma che non riesce a uscire da quel sistema, a mettere in discussione le premesse, a guardare da fuori.
Nel 1968, anno in cui è ambientato il romanzo, questa forma di chiusura mentale era visibilissima su entrambi i fronti: nei burocrati del potere, incapaci di capire che il mondo stava cambiando; ma anche, più sottilmente, in certi militanti rivoluzionari, le cui menti erano così «finalizzate» all’obiettivo politico da non riuscire a vedere la complessità dell’esperienza umana che pretendevano di liberare. La stupidità ideologica è sempre una forma di eccesso di coerenza: il pensiero che ha così ben imparato le proprie regole da non riuscire più a uscirne.
La menzione del tecnico accanto all’ideologo è altrettanto significativa. Nel mondo contemporaneo, l’iperspecializzazione tecnica produce forme di intelligenza formidabili nell’ambito ristretto della propria competenza, e di totale cecità su tutto il resto. L’ingegnere che costruisce armi senza chiedersi per quale fine, il medico che cura il corpo senza interrogarsi sull’etica della cura, il programmatore che sviluppa algoritmi senza riflettere sulle implicazioni sociali: sono tutte figure di quella stupidità funzionale che Maria Corti descrive con precisione.
La stupidità come meccanismo socio-politico
La chiusa della citazione è la più radicale e la più attuale: «Quando tu esclami ‘Ma in che mondo viviamo!’, intendi dire che la stupidità appartiene a un meccanismo socio-politico in sé». Con questa affermazione, Corti compie un salto di scala: dalla psicologia individuale alla critica sociale. La stupidità non è solo un difetto delle singole persone — è una proprietà emergente dei sistemi, un prodotto delle strutture di potere.
Questa idea ha implicazioni enormi. Se la stupidità è sistemica, non basta educare meglio i singoli individui: bisogna trasformare le strutture. Il ’68 era nato esattamente da questa intuizione: la rivolta studentesca non era solo una protesta contro professori ottusi o burocrati incompetenti, era una sfida al sistema in quanto tale, nella convinzione che quel sistema producesse strutturalmente ottusità, conformismo, incapacità di pensiero critico.
Cinquant’anni dopo, quella diagnosi suona ancora pertinente. I meccanismi socio-politici che producono stupidità si sono moltiplicati e raffinati: i media che semplificano e polarizzano, i social network che premiano la reazione immediata sul pensiero riflessivo, le istituzioni che valutano i risultati senza misurare la qualità del processo. La domanda «Ma in che mondo viviamo!» risuona oggi con una familiarità inquietante.
Leggere Maria Corti oggi significa misurarsi con una mente che non ha mai accettato le separazioni comode: tra filologia e letteratura, tra rigore scientifico e passione narrativa, tra analisi del linguaggio e critica sociale. La citazione da «Le pietre verbali» è un esempio perfetto di questo stile intellettuale: in poche righe, con eleganza e senza pedanteria, Maria Corti tocca nodi filosofici di enorme profondità.
L’invito a rivedere le categorie di intelligenza e stupidità è forse il più prezioso lascito di questo brano. In un’epoca in cui il termine «intelligente» viene attribuito alle macchine e quello di «stupido» agli avversari politici con disinvoltura sempre maggiore, la riflessione di Maria Corti ci ricorda che entrambe le categorie sono più sfumate, più prossime e più socialmente determinate di quanto vogliamo ammettere. Procedono fianco a fianco — e riconoscerlo è già, di per sé, un atto di vera intelligenza.
