I versi di Luis Sepúlveda tratti dalla poesia Identikit, scritta a Parigi nel 1997, appartengono a quella zona della sua opera in cui la scrittura poetica si fa dichiarazione affettiva, ma senza mai rinunciare alla densità simbolica e alla visione etica del mondo che caratterizzano l’autore cileno. In questi versi l’atto apparentemente banale del “fare un identikit” – cioè descrivere qualcuno attraverso tratti riconoscibili – viene completamente rovesciato: non è il volto fisico a essere messo a fuoco, bensì un paesaggio emotivo, naturale e morale. Sepúlveda non risponde alla richiesta di un ritratto con dati oggettivi, ma con immagini che appartengono alla memoria, alla natura e all’esperienza sensibile.
Se mi chiedono il tuo identikit
dirò che i tuoi capelli sono acqua notturna
e riflessi di sole su un ramo di cannella.
Dirò che hai per occhi
due tramonti del violento Pacifico,
che il tuo naso si presta a riconoscere
tutti gli aromi che nobilitano,
che la tua bocca è serena sorgente
da cui sgorgano le parole necessarie
a dar nome al testardo sentiero della gioia.
Luis Sepulveda: i suoi versi da riscoprire
Il testo si apre con una condizione ipotetica: «Se mi chiedono il tuo identikit». L’uso del “se” introduce subito un tono di distanza, quasi di difesa. L’identikit è, per definizione, uno strumento di controllo: serve a identificare, a riconoscere, talvolta a catturare. Sepúlveda sembra suggerire che la persona amata non possa essere ridotta a un insieme di tratti classificabili. La risposta poetica diventa allora una forma di resistenza: descrivere qualcuno con immagini naturali significa sottrarlo a ogni tentativo di possesso o semplificazione.
I capelli, primo elemento del volto, non vengono associati a un colore o a una forma, ma a «acqua notturna / e riflessi di sole su un ramo di cannella». Qui convivono buio e luce, notte e sole, fluidità e profumo. L’“acqua notturna” evoca profondità, mistero, movimento silenzioso; i “riflessi di sole” introducono invece calore e vita. Il “ramo di cannella” aggiunge una dimensione olfattiva, sensuale, che nobilita ulteriormente l’immagine. Il corpo umano diventa così un punto di incontro tra gli elementi, un luogo in cui il mondo naturale si ricompone in armonia.
Gli occhi sono descritti come «due tramonti del violento Pacifico». Anche qui l’immagine è potente e stratificata. Il Pacifico, oceano caro a Sepúlveda, non è mai neutro: è vasto, imprevedibile, spesso feroce. Definirlo “violento” significa riconoscerne la forza primordiale, ma anche la sua bellezza drammatica. I tramonti, poi, sono momenti di passaggio, in cui luce e oscurità si mescolano. Gli occhi della persona amata non sono dunque statici: sono eventi, mutamenti continui, spazi in cui convivono fine e promessa. Guardare quegli occhi significa confrontarsi con qualcosa di immenso e non addomesticabile.
Il naso, organo spesso trascurato nella poesia amorosa, viene valorizzato attraverso la sua funzione: «si presta a riconoscere / tutti gli aromi che nobilitano». Non si parla di odori qualsiasi, ma di aromi che “nobilitano”, cioè che elevano l’esperienza umana. Qui Sepúlveda introduce una dimensione etica: la capacità di riconoscere ciò che arricchisce la vita, ciò che ha valore. È un naso che sa distinguere, che non si lascia ingannare dal superfluo, che sceglie la qualità alla quantità. Ancora una volta, il corpo diventa metafora di un modo di stare al mondo.
La bocca è definita «serena sorgente / da cui sgorgano le parole necessarie». L’immagine della sorgente richiama purezza, origine, essenzialità. Le parole che escono da questa bocca non sono inutili, non sono eccessive: sono “necessarie”. In un’epoca – e Sepúlveda lo sapeva bene – in cui il linguaggio è spesso usato per manipolare o ferire, la parola necessaria è una parola giusta, responsabile. È una parola che sa nominare senza possedere, spiegare senza ridurre.
Il verso conclusivo è forse il più denso: «a dar nome al testardo sentiero della gioia». La gioia, in Sepúlveda, non è mai facile o superficiale. È un sentiero “testardo”, cioè ostinato, resistente, capace di sopravvivere nonostante tutto. Dare nome a quel sentiero significa riconoscerlo, renderlo percorribile anche per gli altri. La persona descritta diventa così non solo oggetto d’amore, ma guida, compagna di viaggio, presenza che rende possibile una felicità non ingenua, ma conquistata.
Rime d’amore
Nel complesso, questi versi costruiscono un ritratto anti-anagrafico: nessuna misura, nessun dettaglio verificabile, eppure una conoscenza profonda. L’identità non è qui un insieme di dati, ma una relazione con il mondo, con la natura, con il linguaggio e con la gioia. Sepúlveda afferma implicitamente che si conosce davvero qualcuno solo quando si è capaci di raccontare il modo in cui quella persona trasforma la realtà che la circonda.
Scritta a Parigi, città dell’esilio e della memoria, Identikit porta con sé anche il tema dello sradicamento. Descrivere l’amata attraverso oceani, tramonti, aromi e sentieri significa ricostruire una patria affettiva, un luogo che non può essere confiscato. L’amore diventa così uno spazio di libertà, un gesto poetico che si oppone alla riduzione dell’essere umano a immagine, documento, controllo.
In questi versi, Luis Sepúlveda ci consegna una lezione semplice e radicale: l’identità vera non si lascia catturare da uno sguardo esterno, ma si rivela solo a chi sa guardare il mondo con attenzione, rispetto e immaginazione. E forse, suggerisce il poeta, amare significa proprio questo: saper dire chi è l’altro senza mai smettere di proteggerne il mistero.