I versi di Ignazio Buttitta ci ricordano di credere a noi stessi

28 Gennaio 2026

Leggiamo assieme questi versi contenuti nell'ultima strofa della poesia dialettale di Ignazio Buttitta "Una vota e ora", scritta il 30 gennaio 1973.

I versi di Ignazio Buttitta ci ricordano di credere a noi stessi

Questi versi conclusivi della poesia “Una vota e ora” (30 gennaio 1973) di Ignazio Buttitta (1899-1997) – poeta siciliano, cantore della sua terra e della condizione meridionale – condensano con amarezza lucida una delle diagnosi più spietate sulla condizione psicologica e culturale della Sicilia e, per estensione, del Meridione italiano e di ogni popolo colonizzato. È la descrizione di una schiavitù interiore più devastante di qualsiasi dominazione esterna: la perdita della fiducia in se stessi, l’abitudine secolare a credere alle narrazioni altrui piuttosto che alla propria esperienza e al proprio giudizio. Analizzare questi versi significa addentrarsi in una riflessione che va ben oltre la questione siciliana per toccare temi universali di autonomia, dignità, colonizzazione culturale.

“E n’uàtri sempri i stissi,
comu i nostri patri,
cridemu a zoccu cuntanu
e non cridemu a n’uàtri.”

(“E noi sempre gli stessi, / come i nostri padri, / crediamo a quello che ci raccontano / e non crediamo a noi stessi.”)

Il contesto: Ignazio Buttitta e la poesia civile

Per comprendere la forza di questi versi, bisogna conoscere la figura di Ignazio Buttitta. Poeta dialettale siciliano, Buttitta dedicò tutta la sua lunga vita (quasi un secolo) a cantare la Sicilia: le sue bellezze, le sue sofferenze, le sue contraddizioni. La sua poesia è militante, civile, mai compiaciuta o folclorica. Usa il dialetto non come nostalgia ma come strumento di dignità culturale e di lotta politica.

“Una vota e ora” (letteralmente “Una volta e ora”, cioè “Allora e adesso”) è una poesia che fa il punto su cosa sia cambiato e cosa no nella condizione siciliana. Il titolo stesso suggerisce un confronto temporale: si guarda al passato e al presente per constatare persistenze e cambiamenti. E la conclusione amara è quella espressa nei versi finali: noi siciliani siamo “sempri i stissi” – sempre gli stessi, immutati nonostante il tempo trascorso.

“Sempri i stissi”

“E n’uàtri sempri i stissi” – “E noi sempre gli stessi”. C’è in questa affermazione una disperazione che viene dall’osservazione storica. Sono passati secoli, millenni di dominazioni straniere in Sicilia (greci, romani, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, piemontesi), sono cambiate dinastie, governi, sistemi politici, eppure qualcosa di fondamentale non è cambiato: l’atteggiamento psicologico dei siciliani verso se stessi e verso il potere esterno.

“Sempri i stissi” non è constatazione neutra ma accusa, autocritica spietata. Implica che ci sia qualcosa di sbagliato in questa immutabilità, che dovremmo essere cambiati e invece siamo rimasti uguali in ciò che ci danneggia. Non nella cultura, nelle tradizioni, nell’identità (che Buttitta difende fieramente) ma in qualcosa di più profondo e problematico: il modo di relazionarci al potere e alla verità.

“Come i nostri padri” – qui Buttitta introduce la dimensione temporale e generazionale. Non è solo una questione del presente ma di una catena ininterrotta che lega le generazioni. I padri hanno trasmesso ai figli non solo lingua, cultura, mestieri, ma anche questo difetto fondamentale: la sfiducia in se stessi.

È una trasmissione inconsapevole, un’eredità culturale negativa che si riproduce di generazione in generazione senza che nessuno la metta davvero in discussione. I figli fanno esattamente come i padri, che avevano fatto come i loro padri prima di loro. È un circolo vizioso che attraversa i secoli.

Questa osservazione è particolarmente dolorosa perché implica una forma di determinismo culturale: siamo condannati a ripetere gli errori dei nostri antenati, intrappolati in schemi mentali trasmessi attraverso l’educazione familiare e sociale. Spezzare questa catena richiederebbe una presa di coscienza collettiva che sembra non arrivare mai.

“Cridemu a zoccu cuntanu”: credere alle narrazioni esterne

Il nucleo della critica sta qui: “crediamo a quello che ci raccontano”. Chi sono questi “loro” che raccontano? Sono i dominatori di turno, i poteri esterni, lo Stato centrale, i padroni, le élite, i media, chiunque parli da una posizione di autorità riconosciuta.

“Raccontare” non è termine neutro. Non è “spiegare”, “dimostrare”, “insegnare” – è “raccontare”, che implica narrativa, costruzione, forse anche menzogna. Ci raccontano una storia (su come stanno le cose, su chi siamo, su cosa dobbiamo fare) e noi la crediamo, l’accettiamo senza verificare, senza interrogare, senza confrontare con la nostra esperienza.

Questa disponibilità a credere alle narrazioni altrui è l’essenza della colonizzazione culturale. Il colonizzato finisce per vedere se stesso e il proprio mondo attraverso gli occhi del colonizzatore, per accettare le definizioni che altri danno di lui. Perde la capacità di produrre una narrazione autonoma, un’interpretazione propria della realtà.

Potremmo trovare infiniti esempi storici: i siciliani che credono di essere “naturalmente” indolenti, arretrati, mafiosi perché questo è ciò che i nordisti hanno raccontato per decenni; che credono che il Sud sia povero per colpa dei meridionali stessi, non per meccanismi strutturali di sfruttamento; che accettano l’immagine folclorica e pittoresca di sé confezionata dal turismo e dai media.

“E non cridemu a n’uàtri”: la tragedia della sfiducia in sé

Ma è l’ultima parte del verso a contenere il colpo più duro: “e non crediamo a noi stessi”. Qui sta la vera tragedia. Non è solo che crediamo agli altri (questo potrebbe anche essere ingenuo ma non necessariamente patologico), è che contemporaneamente non crediamo a noi stessi.

Non crediamo alla nostra esperienza diretta quando contraddice ciò che ci raccontano. Non crediamo al nostro giudizio, alle nostre percezioni, alla nostra intelligenza. Ci svalutiamo sistematicamente, dubitiamo sempre di noi stessi, cerchiamo sempre la conferma esterna, l’autorizzazione da parte di chi consideriamo superiore.

Questa sfiducia in sé è il marchio del colonizzato perfetto. Non ha più bisogno di essere tenuto a forza nella subordinazione perché si è convinto da solo della propria inferiorità. Ha interiorizzato lo sguardo del padrone e ora si guarda con quegli occhi, vedendosi inadeguato, incapace, non credibile.

La dimensione psicologica: il complesso di inferiorità

Quello che Buttitta descrive è esattamente ciò che gli psicologi chiamerebbero “complesso di inferiorità” collettivo, o quello che Frantz Fanon, nel suo “I dannati della terra”, ha descritto come l’alienazione del colonizzato. Il colonizzato finisce per odiare se stesso, per desiderare di essere come il colonizzatore, per vergognarsi della propria identità.

Nel contesto siciliano e meridionale, questo si manifesta in mille modi: il disprezzo per il dialetto e l’ammirazione per l'”italiano vero” (quello del Nord), la vergogna delle proprie origini quando si emigra, l’idea che tutto ciò che viene da fuori sia necessariamente migliore, la svalutazione sistematica delle proprie competenze e capacità.

La responsabilità: vittimismo o autocritica?

C’è però una tensione in questi versi tra due possibili letture. Da un lato, sono una denuncia di una condizione imposta: secoli di dominazione hanno prodotto questa mentalità servile. Dall’altro, sono un’autocritica feroce: siamo noi i responsabili di perpetuare questa condizione, di trasmettere di padre in figlio questa sfiducia in noi stessi.

Buttitta non cade nel vittimismo. Non dice “ci hanno fatto così”, ma “noi siamo così”. Il “n’uàtri” (noi) è soggetto attivo: siamo noi che crediamo, siamo noi che non crediamo a noi stessi. Questo spostamento della responsabilità dal dominatore esterno al dominato è doloroso ma anche potenzialmente liberatorio: se siamo noi a perpetuare questa condizione, possiamo anche essere noi a cambiarla.

Sebbene Buttitta parli dei siciliani, il suo messaggio ha una portata universale. Ogni popolo colonizzato, ogni gruppo subordinato, ogni minoranza oppressa riconoscerà questa dinamica: la tendenza a credere alle narrazioni dominanti su di sé piuttosto che alla propria esperienza, la sfiducia nelle proprie capacità, la ricerca costante di validazione esterna.

Ma non è solo questione di popoli. Anche individualmente, molti vivono questa condizione: credono a ciò che altri (genitori, insegnanti, società) hanno detto di loro (“non sei capace”, “non ce la farai mai”) piuttosto che alla propria esperienza di competenza e successo. La sfiducia in sé è una forma di colonizzazione interiore che colpisce non solo collettività ma anche singoli.

Come spezzare la catena?

I versi di Buttitta sono diagnostici, non prescrittivi. Descrivono il problema ma non offrono la soluzione. Tuttavia, il fatto stesso di dire il problema, di nominarlo con questa chiarezza, è già un primo passo verso la liberazione.

Spezzare la catena richiederebbe:

  • Recupero della memoria critica: capire come si è formata questa mentalità
  • Produzione di narrazioni autonome: raccontare la propria storia con le proprie parole
  • Coltivazione della fiducia in sé: riconoscere il valore della propria esperienza e giudizio
  • Educazione alla critica: insegnare a non accettare passivamente le narrazioni esterne
  • Rottura della trasmissione intergenerazionale: non passare ai figli questa eredità negativa

Un verso che brucia

“Cridemu a zoccu cuntanu e non cridemu a n’uàtri” – questo verso brucia come acido perché coglie una verità profonda e dolorosa. Buttitta, con la semplicità apparente del dialetto, formula una delle critiche più radicali alla condizione del suo popolo.

Non è un verso che consola, non è un verso che celebra. È un verso che ferisce, che obbliga a guardarsi allo specchio, che chiede conto. È poesia civile nel senso più alto: non propaganda ma coscienza critica, non retorica ma verità che scotta.

E forse proprio questa capacità di dire il vero anche quando fa male, questa onestà feroce nell’autocritica, è il primo passo verso quella fiducia in sé stessi che i versi denunciano come mancante. Perché avere il coraggio di diagnosticare la propria condizione con questa lucidità è già un atto di autonomia, un momento in cui si crede a se stessi – alla propria intelligenza, alla propria capacità di vedere – piuttosto che alle narrazioni consolatorie o vittimistiche che altri potrebbero raccontare.

“Una vota e ora” – allora e adesso. Buttitta scriveva nel 1973. Sono passati cinquant’anni. Siamo cambiati o siamo ancora “sempri i stissi”? La domanda resta aperta, e la risposta dipende da noi.

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