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Una frase di Giacomo Leopardi sul piacere che è sempre lontano

Una frase di Giacomo Leopardi sul piacere che è sempre lontano

Ecco il brano tratto dalle Operette Morali dello scrittore di Recanati Giacomo Leopardi, in cui si parla del piacere, sempre nel futuro o nel passato.

Una frase di Giacomo Leopardi sul piacere che è sempre lontano

Nel vasto e lucidissimo laboratorio filosofico delle Operette morali, Giacomo Leopardi mette in scena, nel “Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare”, una delle riflessioni più intense sul rapporto tra immaginazione e realtà, tra desiderio e disinganno. Il dialogo, ambientato durante la prigionia di Torquato Tasso nell’ospedale di Sant’Anna a Ferrara, non è soltanto una rievocazione storica: è soprattutto un’allegoria della condizione umana, un confronto tra l’uomo che soffre e la voce interiore che lo costringe alla verità.

 Narrami tu se in alcun istante della tua vita ti ricordi di aver detto con piena sincerità ed opinione: io godo. Ben tutto giorno dicesti e dici sinceramente: io godrò; e parecchie volte, ma con sincerità minore: ho goduto. Di modo che il piacere è sempre o passato o futuro, e non mai presente.

Giacomo Leopardi  e Torquato Tasso

Il Genio familiare, figura a metà tra spirito guida e coscienza critica, incarna quella dimensione razionale e disincantata che attraversa tutta la filosofia leopardiana. Tasso, invece, rappresenta il poeta, l’animo sensibile, l’uomo che ancora desidera credere nella possibilità della felicità e nella consolazione dell’illusione. Il loro dialogo diventa così uno specchio del conflitto centrale del pensiero di Leopardi: la tensione tra l’aspirazione all’infinito e la constatazione del limite.

Nel testo, Tasso riflette sul piacere, sulla speranza, sull’amore e sulla memoria. Egli avverte che la felicità non si trova mai nel possesso effettivo delle cose, ma nel desiderio, nell’attesa, nell’immaginazione. Il Genio, con ironica lucidità, lo conduce a riconoscere che ciò che appare dolce è spesso solo un’ombra, un riflesso. La felicità promessa dalla realtà si dissolve nel momento stesso in cui si tenta di afferrarla.

Questo dialogo si colloca nel cuore della fase più matura del pensiero leopardiano. Le Operette morali non sono semplici esercizi letterari, ma veri e propri trattati filosofici in forma dialogica, in cui Leopardi affronta temi come la natura, la morte, il destino umano, la noia e l’infelicità. Nel confronto tra Tasso e il Genio, emerge con particolare evidenza la teoria delle illusioni.

Secondo Leopardi, l’uomo è naturalmente portato a desiderare un piacere infinito, una felicità senza limiti. Tuttavia, la realtà è finita, limitata, insufficiente. Da questo scarto nasce l’infelicità. L’unico spazio in cui il desiderio può trovare una forma di appagamento è l’immaginazione. L’illusione, pur essendo tale, possiede una funzione vitale: consola, alimenta la speranza, dà senso all’esistenza.

Nel dialogo, Tasso sembra oscillare tra la consapevolezza del disinganno e la nostalgia dell’illusione. Il Genio, invece, insiste sulla natura ingannevole delle aspettative umane. Non c’è felicità duratura nella realtà; ciò che appare desiderabile lo è solo perché non è ancora posseduto. Una volta ottenuto, perde il suo fascino.

La figura di Torquato Tasso non è casuale. Leopardi sceglie un poeta che storicamente conobbe la sofferenza, la solitudine e l’isolamento. La sua prigionia diventa simbolo della condizione dell’uomo moderno, consapevole della propria fragilità e della precarietà delle sue speranze. Tasso dialoga con il Genio come Leopardi dialoga con se stesso, mettendo in scena il conflitto tra sentimento e ragione.

Un aspetto centrale del dialogo è la riflessione sulla memoria. Tasso osserva che i ricordi, pur riferendosi a eventi passati, spesso assumono un colore più dolce rispetto alla realtà vissuta. La memoria filtra, abbellisce, trasfigura. Anche qui, l’illusione gioca un ruolo decisivo: il passato sembra più felice di quanto fosse realmente, perché la distanza attenua il dolore e conserva solo l’eco del desiderio.

Il Genio familiare, tuttavia, non concede consolazioni definitive. La sua funzione è smascherare le illusioni, riportare Tasso alla verità nuda e cruda. In questo senso, il dialogo non offre una via di fuga, ma una presa di coscienza. La lucidità non elimina il dolore, ma lo rende consapevole.

Leopardi non propone una morale edificante. Non invita a credere ciecamente nelle illusioni, né a rifugiarsi nella speranza ingenua. Piuttosto, mostra la complessità dell’animo umano: l’uomo ha bisogno di illusioni, ma è anche capace di riconoscerne la fragilità. Questa tensione irrisolta costituisce il nucleo tragico del pensiero leopardiano.

Dal punto di vista stilistico, il dialogo è caratterizzato da un linguaggio limpido, elegante, mai retorico. La forma dialogica permette a Leopardi di articolare il pensiero in modo dinamico, evitando l’esposizione astratta. Il confronto tra le due voci rende vivo il ragionamento, coinvolgendo il lettore in un percorso di scoperta.

“Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare”

Il “Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare” è anche una meditazione sulla solitudine. Tasso è solo, chiuso in un ospedale, separato dal mondo. Il Genio è l’unico interlocutore possibile, ma è anche una proiezione interiore. La solitudine fisica si trasforma in solitudine esistenziale: l’uomo è solo di fronte alla verità della propria condizione.

Eppure, in questa solitudine, la parola diventa strumento di consapevolezza. Il dialogo non elimina il dolore, ma lo illumina. Leopardi sembra suggerire che la dignità dell’uomo non risiede nella felicità, ma nella capacità di comprendere la propria situazione.

In conclusione, il “Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare” rappresenta uno dei momenti più alti della riflessione leopardiana. Attraverso il confronto tra il poeta prigioniero e la sua voce interiore, Leopardi esplora il rapporto tra illusione e realtà, desiderio e disincanto, memoria e presente. Il testo non offre consolazioni facili, ma invita a una lucidità coraggiosa. In questa tensione tra bisogno di sogno e consapevolezza del limite si riconosce la grandezza tragica del pensiero leopardiano, che continua a parlare alla modernità con straordinaria attualità.