I versi di Giacomo Leopardi sul dolore nella vita di tutti noi

27 Febbraio 2026

Leggiamo assieme questi versi tratti dalla celeberrima poesia di Giacomo Leopardi "Ultimo canto di Saffo" contenuta nell'edizione dei "Canti".

I versi di Giacomo Leopardi sul dolore nella vita di tutti noi

I versi di Giacomo Leopardi tratti da Ultimo canto di Saffo rappresentano uno dei vertici del pessimismo leopardiano, in cui la riflessione filosofica si fonde con una voce lirica intensamente drammatica. In questi versi, attribuiti alla figura di Saffo, Leopardi costruisce una meditazione sul destino, sul mistero dell’universo e sulla condizione dolorosa dell’umanità.

«…i destinati eventi
move arcano consiglio. Arcano è tutto
fuor che il nostro dolor. Negletta prole
nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
de’ celesti si posa.»

Giacomo Leopardi, il poeta infinito

L’“Ultimo canto di Saffo”, composto nel 1822, appartiene alla stagione dei cosiddetti “canti pisano-recanatesi” ed è uno dei testi in cui Leopardi proietta nella figura della poetessa greca il proprio tormento interiore. Saffo, secondo la leggenda, si getta dalla rupe di Leucade per un amore non corrisposto. Tuttavia, nel testo leopardiano, il dolore amoroso si trasfigura in una riflessione più ampia sull’esclusione, sull’infelicità e sull’ingiustizia inscritta nella natura stessa delle cose.

«I destinati eventi / move arcano consiglio.» Fin dall’inizio, il lessico richiama un orizzonte metafisico. Gli “eventi destinati” suggeriscono un ordine predeterminato, una necessità che governa il corso delle cose. Ma ciò che li muove è un “arcano consiglio”: un disegno segreto, incomprensibile all’intelletto umano. L’aggettivo “arcano” introduce l’idea di un mistero insondabile. Non si tratta di un destino chiaramente leggibile, ma di una volontà oscura, che agisce senza rivelarsi.

In questa visione, l’universo appare regolato da una forza imperscrutabile. Non è detto esplicitamente che sia una divinità benevola o malvagia; è piuttosto un principio remoto, indifferente. L’uso del termine “consiglio” può evocare un’immagine quasi antropomorfica — come se vi fosse una deliberazione — ma la sua arcanezza ne sottolinea l’inaccessibilità.

Segue un verso di straordinaria potenza: «Arcano è tutto / fuor che il nostro dolor.» Qui Leopardi introduce un contrasto radicale. Tutto è misterioso, tutto è avvolto nell’oscurità dell’ignoto — tranne il dolore umano. Il dolore è l’unica realtà certa, evidente, innegabile. Mentre il senso dell’universo sfugge, la sofferenza si impone con chiarezza assoluta.

Questo rovesciamento è centrale nel pensiero leopardiano. La natura non offre spiegazioni; l’uomo non può penetrare il disegno che regge gli eventi. Ma il dolore è esperienza immediata, tangibile. È l’unico elemento che non richiede interpretazione. In un mondo governato dall’“arcano”, il patire è l’unica verità manifesta.

«Negletta prole / nascemmo al pianto.» L’espressione è durissima. L’umanità è definita “negletta prole”: una stirpe trascurata, abbandonata. Non vi è qui alcuna consolazione religiosa. Se esistono “celesti”, essi non si prendono cura degli uomini. Nascere significa nascere “al pianto”: la sofferenza non è accidente, ma condizione originaria. Il verbo “nascemmo” colloca questa realtà sul piano universale: non è il destino di un individuo, ma dell’intera specie.

Il verso riecheggia il tono biblico e tragico, ma privo di speranza redentiva. In Leopardi, il dolore non è passaggio verso una salvezza ultraterrena; è dato costitutivo dell’esistenza. La nascita stessa è già segnata dalla lacrima. In questo senso, il pessimismo leopardiano assume una dimensione cosmica: non è frutto di delusione personale, ma constatazione di una legge universale.

L’ultimo passaggio dei versi citati introduce un’ulteriore tensione: «e la ragione in grembo / de’ celesti si posa.» Qui si afferma che la ragione — intesa come principio ordinatore, spiegazione del senso delle cose — risiede “in grembo” ai celesti. È custodita presso le divinità, non accessibile agli uomini. La ragione ultima del mondo non appartiene all’umanità; è altrove.

Questa affermazione rafforza la frattura tra umano e divino. Gli uomini soffrono senza comprendere; la ragione è sottratta alla loro portata. Anche se esiste un ordine, esso resta separato. Il termine “grembo” suggerisce un’immagine materna, protettiva, ma paradossalmente tale protezione non si estende agli uomini, che restano “negletta prole”.

Negletta prole

Nel complesso, questi versi condensano la visione tragica di Leopardi. Il destino è governato da un principio misterioso; l’universo è incomprensibile; l’uomo è abbandonato al dolore; la ragione è altrove. E tuttavia, proprio nella formulazione poetica di questa verità, si manifesta una forma di grandezza. La poesia diventa il luogo in cui il dolore trova espressione e dignità.

La figura di Saffo amplifica questa dimensione. Poetessa e amante respinta, ella incarna la sensibilità acuta, la coscienza che percepisce con intensità l’ingiustizia della condizione umana. Il suo “ultimo canto” non è solo lamento personale, ma meditazione universale. In lei si riflette l’esperienza leopardiana della marginalità, dell’inadeguatezza rispetto a un mondo che non risponde.

È significativo che Leopardi utilizzi un linguaggio solenne, quasi classico, per esprimere una visione così radicalmente disincantata. L’elevatezza stilistica non attenua il pessimismo; lo rende più incisivo. L’armonia dei versi contrasta con il contenuto doloroso, creando una tensione che è cifra della sua poesia.

In conclusione, i versi dell’“Ultimo canto di Saffo” rappresentano una sintesi potente del pensiero leopardiano: l’idea di un destino mosso da un consiglio arcano, l’universalità del dolore umano, l’esclusione della ragione dal dominio dell’uomo. Eppure, nella stessa affermazione di questa verità amara, la poesia dimostra la propria forza: se la ragione ultima si posa in grembo ai celesti, la consapevolezza del dolore e la sua espressione appartengono agli uomini. Ed è forse proprio questa coscienza lucida, pur priva di consolazione, a conferire alla parola poetica una grandezza che sfida l’arcano silenzio del mondo.

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