Ogni epoca che attraversa una crisi tende a rifugiarsi in una semplificazione pericolosa. Una frase di Benedetto Croce insegna perché non bisogna mai confondere la forza con la violenza. Quando il mondo appare instabile, quando le istituzioni sembrano fragili e il futuro incerto, la brutalità viene facilmente scambiata per decisione, l’urto per energia, l’aggressività per carattere. È una tentazione antica, che ritorna puntuale nei momenti di smarrimento collettivo.
La violenza offre una risposta immediata. Taglia, spezza, impone. Non chiede mediazioni né tempi lunghi, non richiede la fatica del pensiero né il rischio della libertà. Proprio per questo esercita un fascino ambiguo: promette ordine senza responsabilità, cambiamento senza costruzione, soluzione senza processo.
È qui che il pensiero di Benedetto Croce interviene come una frattura netta, interrompendo la retorica dell’energia violenta e restituendo alle parole il loro peso morale. La frase da cui prende avvio il suo ragionamento è contenuta nel libro La storia come pensiero e azione (1939):
La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruggitrice.
La frase di Benedetto Croce non è una condanna emotiva o di un richiamo morale generico. In questa affermazione è contenuto un intero criterio di giudizio storico, politico e umano. Croce rovescia l’equazione più diffusa e più comoda, secondo cui non è la violenza a rivelare la forza, ma la sua assenza.
Da qui prende avvio una distinzione decisiva, che non riguarda solo il linguaggio ma il modo stesso in cui una società si pensa, si governa e si tramanda. Per Croce, la violenza non è mai un eccesso di vitalità: è una rinuncia alla libertà, un cedimento dell’intelligenza morale, una scorciatoia che denuncia l’incapacità di sostenere la complessità del reale.
La frase di Benedetto Croce sulla violenza che indebolisce
La distinzione proposta da Croce diventa ancora più chiara quando egli chiarisce in che modo la violenza opera nella storia. Non come forza generativa, ma come fattore di rottura destinato a produrre effetti contrari a quelli che promette. La violenza non stabilizza, non rigenera, non apre possibilità durature: agisce per urto e per repressione e, proprio per questo, finisce per suscitare reazioni.
Un’altra frase di Benedetto Croce lo afferma con estrema precisione, fissando un criterio che deve restare saldo nel giudizio storico:
Nel giudizio storico è necessario possedere ben fermo siffatto criterio della distinzione tra forza e violenza, la prima che è libertà o preparatrice di libertà e la seconda distruggitrice, e che alla libertà non collabora se non, per l’appunto, negativamente, con l’eccitare il suo contrario e suscitare o risuscitare quel che voleva o credeva di avere schiacciato e spento.
In questa affermazione è racchiusa una delle intuizioni più profonde del pensiero crociano. La violenza non solo fallisce nel costruire il nuovo, ma opera contro se stessa. Ciò che viene schiacciato non scompare: resta come energia latente, come memoria offesa, come forza pronta a riemergere. La violenza, credendo di spegnere, riaccende.
La forza autentica, invece, segue una logica opposta. Non si afferma per strappi né per annientamento, ma per continuità morale. Non teme il tempo, perché non vive di esplosioni momentanee. Il suo fondamento non è l’obbedienza cieca, ma la libertà, il consenso, la capacità di trasformare senza distruggere. Dove la violenza produce fratture destinate a riaprirsi, la forza costruisce durata.
È per questo che Croce insiste sull’urgenza di mantenere fermo questo criterio. Senza di esso, la storia viene letta al contrario: l’efficacia immediata viene scambiata per valore, il rumore per potenza, la distruzione per rinnovamento. Ma osservata senza abbagli retorici, la storia mostra sempre lo stesso esito: la violenza consuma ciò che tocca, la forza lo trasforma.
L’illusione della violenza “creatrice”
Uno degli equivoci più resistenti che Benedetto Croce smonta riguarda l’idea secondo cui la violenza avrebbe una funzione rigeneratrice: distruggere il vecchio per far nascere il nuovo, spazzare via istituzioni, idee, costumi e uomini per rinnovare il mondo. È una narrazione seducente, perché promette rinascita senza attraversare la fatica della costruzione.
Croce la smaschera con una delle immagini più limpide e definitive del suo saggio:
E questa è la differenza tra forza e violenza, la quale ultima erroneamente si suole, per un altro verso, considerare produttrice, attribuendole la virtù di rinfrescare e rinnovare il mondo con lo spazzare via vecchie istituzioni e idee e costumi e vecchi uomini, perché a questa stregua produttore e costruttore sarebbe l’incendio o il terremoto, dopo del quale sorge una casa o una città nuova e forse più bella di prima.
Dove, a dir vero, la virtù produttrice non è dell’incendio o del terremoto, ma dell’indefesso lavoro umano, che, quali che siano le condizioni di fatto che si trova dinanzi, non si perde mai d’animo, si riaccinge pronto all’opera e, valendosi delle esperienze raccolte e spesso dolorose, la rifà migliore e più salda.
Qui Croce colpisce al centro l’illusione della violenza creatrice. Se si attribuisce alla distruzione una virtù produttiva, allora, osserva con ironia rigorosa, 07bisognerebbe riconoscere come costruttori anche l’incendio o il terremoto. Ma è evidente che non sono essi a creare: crea l’uomo che ricostruisce.
La violenza può produrre solo una condizione di fatto, spesso tragica. Il nuovo, quando nasce, nasce non grazie alla violenza, ma nonostante la violenza. È il lavoro umano, libero e perseverante, a rimettere insieme ciò che è stato spezzato, traendo dalle esperienze, anche dolorose, una forma più salda e consapevole.
In questa prospettiva, la violenza non è mai origine, ma solo interruzione. Dove manca la libertà che riprende l’opera, la distruzione resta distruzione, e il vuoto non si trasforma in possibilità. È per questo che le epoche che si affidano alla violenza possono apparire dinamiche nell’immediato, ma si rivelano presto sterili sul piano del pensiero, dell’arte e della vita morale.
Perché oggi chiamare debolezza la violenza è un atto di lucidità
Riletta oggi, la frase di Benedetto Croce non perde forza, anzi l’acquista. In un tempo che confonde spesso l’aggressività con il coraggio, il rumore con l’autorevolezza, l’urto con la decisione, dire che la violenza è debolezza significa rimettere ordine nello sguardo prima ancora che nel giudizio.
La violenza continua a presentarsi come scorciatoia. Promette efficacia, velocità, risposte nette. Ma proprio per questo tradisce una fragilità profonda: l’incapacità di reggere la complessità, di sostenere il tempo, di costruire senza distruggere. Dove la forza autentica lavora nella durata, la violenza consuma nel momento.
Il valore attuale di questa frase sta qui: nel ricordarci che non tutto ciò che impone è forte, e che non tutto ciò che resiste è debole. La vera forza non ha bisogno di spettacolo né di eccessi. Non si afferma annientando, ma trasformando. Non chiude il futuro: lo rende possibile.
In questo senso, la frase di Benedetto Croce non è solo una diagnosi del passato. È una misura per il presente. Ogni volta che la violenza viene scambiata per energia vitale, qualcosa si è già incrinato nella libertà. Ogni volta che la forza rinuncia alla violenza, invece, qualcosa, silenziosamente, continua a vivere.