Una frase di Franca Rame sul destino che si rivela

29 Gennaio 2026

Leggiamo assieme questa citazione tratta da un'intervista, in cui Franca Rame racconta di come il suo destino le si sia imposto fin da piccolissima.

Una frase di Franca Rame sul destino che si rivela

Queste parole di Franca Rame racchiudono in poche righe un’intera esistenza, un destino segnato prima ancora che potesse essere scelto. In questo ricordo apparentemente semplice si condensano temi universali: l’imposizione delle aspettative familiari, la perdita precoce dell’innocenza infantile, ma anche la nascita di una vocazione che avrebbe attraversato un’intera vita. La forza di questa citazione risiede nel contrasto stridente tra l’immagine della bambina che gioca spensierata sul balcone e la decisione degli adulti che, a sua insaputa, stanno pianificando il suo futuro.

“C’è un momento della mia infanzia che spesso mi ritorna in mente. Sto giocando con delle compagne di scuola sul balcone e sento mio padre che parla con la mamma: ‘È ora che Franca incominci a recitare, ormai è grande’. Avevo tre anni.”

Il peso della tradizione familiare entra nella vita di Franca Rame

Franca Rame nacque nel 1929 in una famiglia di girovaghi, una dinastia teatrale che affondava le sue radici nella tradizione della commedia dell’arte. I Rame erano una compagnia nomade che portava il teatro di piazza in piazza, di paese in paese, incarnando quella cultura popolare che sarebbe poi diventata uno dei capisaldi del lavoro artistico di Franca insieme a Dario Fo. In questo contesto, la decisione del padre non era frutto di un capriccio o di un’ambizione individuale, ma rappresentava la naturale continuazione di una tradizione secolare.

Nelle famiglie di attori girovaghi, i bambini venivano avviati al mestiere molto presto, quasi sempre prima che potessero comprendere appieno cosa significasse salire su un palcoscenico. Non era crudeltà, ma necessità: il teatro era il mezzo di sostentamento della famiglia, e ogni membro doveva contribuire. Tre anni potevano sembrare pochi, ma per gli standard di quelle compagnie era quasi tardi per iniziare. Alcuni bambini venivano portati in scena ancora in fasce, come parte della scenografia vivente.

Tuttavia, questa normalità per la famiglia Rame assume un significato particolare quando viene rievocata dalla memoria adulta di Franca. Il fatto che questo ricordo le tornasse “spesso in mente” suggerisce che non si trattasse di un episodio neutro, ma di un momento carico di significato, forse di ambivalenza. C’è qualcosa di malinconico in quella bambina che gioca ignara mentre gli adulti decidono del suo futuro, qualcosa che risuona con l’esperienza di molti figli ai quali viene negata la possibilità di scegliere il proprio percorso.

L’ironia della parola “grande”

L’affermazione del padre – “ormai è grande” – riferita a una bambina di tre anni contiene un’ironia involontaria che Franca Rame, rievocando l’episodio da adulta, certamente coglieva. Tre anni sono l’età dei primi passi autonomi nel linguaggio, dei giochi simbolici, delle paure del buio. Sono l’età in cui si dovrebbe essere protetti, coccolati, lasciati liberi di esplorare il mondo senza responsabilità.

Ma per il padre di Franca, “grande” aveva un significato diverso. Significava abbastanza cresciuta da poter stare in piedi sul palcoscenico, da poter imparare le battute, da poter contribuire allo spettacolo familiare. La grandezza non era misurata in anni ma in capacità performative, in utilità scenica. Questa distorsione della scala temporale dell’infanzia rivela come il teatro, per quelle famiglie, non fosse semplicemente un lavoro ma una condizione esistenziale totale che inghiottiva ogni aspetto della vita, compresa l’innocenza dei bambini.

L’uso del termine “incominci” è altrettanto significativo. Non “provi”, non “veda se le piace”, ma “incominci”: un verbo che indica l’avvio di qualcosa di definitivo, non un esperimento ma un percorso tracciato. La decisione era già presa, non c’era spazio per il dubbio o per la scelta. Franca avrebbe recitato perché questa era la tradizione, perché questo era il destino dei Rame, perché non c’erano alternative.

Il teatro come ineludibile vocazione

Eppure, sarebbe riduttivo leggere questa citazione solo come il lamento per un’infanzia negata. Franca Rame divenne effettivamente una delle più grandi attrici del teatro italiano del Novecento, una artista di straordinario talento e di formidabile presenza scenica. Quel destino deciso a tre anni si rivelò, in qualche modo, appropriato. Il teatro non fu solo un’imposizione ma diventò la sua lingua madre, il medium attraverso cui si espresse per tutta la vita.

Questa apparente contraddizione – tra imposizione subita e vocazione realizzata – è al cuore della complessità umana. Quante volte ciò che inizialmente viviamo come costrizione si rivela poi essere la nostra strada maestra? Quante volte le scelte fatte per noi dagli altri, pur nella loro arbitrarietà, si allineano misteriosamente con ciò che saremmo diventati comunque?

Il fatto che Franca Rame ricordasse questo episodio “spesso” suggerisce che lei stessa si ponesse queste domande, che tornasse con la mente a quel momento cercando di capire dove finisse l’imposizione e dove iniziasse la sua vera natura. Era diventata attrice perché non le era stata data altra scelta, o quella scelta precoce aveva semplicemente accelerato la scoperta di un talento innato?

L’eco nella collaborazione con Dario Fo

La consapevolezza dell’imposizione subita nell’infanzia influenzò profondamente il lavoro artistico che Franca Rame avrebbe poi sviluppato insieme al marito Dario Fo. I loro spettacoli più celebri – da “Mistero Buffo” a “Morte accidentale di un anarchico”, dalle “Commedie” scritte specificamente per Franca – furono sempre caratterizzati da una forte componente di critica sociale, dalla denuncia delle ingiustizie, dalla solidarietà verso gli oppressi.

Franca portò in questo lavoro la sua esperienza personale di chi aveva conosciuto fin da bambina il mondo degli sfruttati, dei girovaghi, di coloro che vivevano ai margini della società borghese. Ma vi portò anche, forse inconsapevolmente, la memoria di quella libertà negata, di quella scelta mai fatta. Molti dei personaggi femminili interpretati da Franca Rame erano donne intrappolate dalle circostanze, dalle convenzioni sociali, dalle aspettative altrui – donne che lottavano per riappropriarsi della propria voce e della propria autonomia.

In un certo senso, attraverso il teatro Franca Rame trasformò la propria esperienza di oppressione precoce in uno strumento di liberazione collettiva. Il mezzo stesso che le era stato imposto – il palcoscenico – divenne il luogo dove denunciare tutte le imposizioni, dove dar voce a chi non l’aveva, dove combattere per la libertà di scelta che a lei era stata negata a tre anni.

Al di là della specificità biografica, la citazione di Franca Rame parla a chiunque si sia trovato a fare i conti con aspettative familiari soverchianti, con percorsi decisi da altri, con destini apparentemente ineluttabili. La dinamica che descrive – il bambino ignaro che gioca mentre gli adulti pianificano il suo futuro – è universale e attraversa culture, epoche e classi sociali.

Quanti figli di medici sono diventati medici non per scelta ma per tradizione? Quanti primogeniti hanno dovuto raccogliere il testimone dell’azienda di famiglia rinunciando ai propri sogni? Quante bambine sono state cresciute per diventare mogli e madri prima ancora di aver capito chi fossero? La storia di Franca Rame è particolare nella sua ambientazione teatrale, ma universale nella sua sostanza.

La potenza di questo ricordo sta anche nella sua onestà. Franca Rame non nasconde l’imposizione, non la romanticizza con il senno di poi. Quel momento le tornava “spesso in mente” proprio perché restava problematico, irrisolto. Anche dopo una vita di successi teatrali, anche dopo aver trovato nel teatro non solo un lavoro ma una missione, quella bambina di tre anni sul balcone continuava a interrogarla, a ricordarle che la sua strada era stata scelta da altri.

La citazione di Franca Rame ci pone di fronte a una delle questioni filosofiche più profonde: quanto siamo liberi di scegliere il nostro destino e quanto invece siamo determinati dalle circostanze, dalla famiglia, dalla tradizione? La risposta, come spesso accade, non è né bianco né nero. Franca Rame fu certamente condizionata dalla decisione di suo padre, privata di quella libertà di scelta che consideriamo un diritto fondamentale. Ma fu anche, innegabilmente, una grande artista che usò il teatro come strumento di emancipazione e di lotta.

Forse la lezione più profonda di questa citazione è che possiamo trasformare anche le imposizioni in opportunità, anche i destini subiti in vocazioni scelte. Franca Rame non poté scegliere di non essere attrice, ma scelse che tipo di attrice essere: non una semplice esecutrice di copioni, ma una intellettuale impegnata, una combattente per i diritti civili, una voce per chi non ne aveva.

Quella bambina di tre anni sul balcone, ignara del destino che la attendeva, conteneva già in sé il germe di ciò che sarebbe diventata. E forse, alla fine, non è così importante se il teatro le fu imposto o scelto: importante è ciò che lei fece di quel teatro, come lo trasformò, come lo piegò ai suoi scopi di giustizia e di libertà. In questo senso, Franca Rame riconquistò quella libertà che le era stata negata a tre anni, non rifiutando il teatro ma facendolo proprio, alle sue condizioni.

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