Una frase di Fleur Jaeggy sulla dimenticanza che a volte ci salva

2 Marzo 2026

Leggiamo assieme questa citazione di Fleur Jaeggy, scrittrice sublime, grande amica e compagna di viaggio dell'artista Franco Battiato.

Una frase di Fleur Jaeggy sulla dimenticanza che a volte ci salva

Nel romanzo Il dito in bocca di Fleur Jaeggy, la scrittura si presenta come una lama sottile: taglia, incide, sottrae. Nulla è ridondante, nulla è consolatorio. In questo universo di silenzi, ambiguità e tensioni sotterranee, la frase assume un valore centrale, quasi programmatico. È una riflessione che condensa in poche parole uno dei nuclei tematici più profondi dell’opera: il rapporto tra linguaggio, rimozione e memoria.

«Se è opportuno tacere quello che non si può dire, allora lo si può anche dimenticare»

Fleur Jaeggy, una scrittrice da riscoprire

La struttura della citazione è costruita su una consequenzialità logica solo apparentemente lineare. L’avverbio “opportuno” introduce un criterio morale o sociale: tacere non è soltanto una necessità, ma una scelta ritenuta adeguata, conveniente, forse imposta da un codice implicito. Non si tratta di un silenzio casuale, ma di un silenzio regolato, disciplinato. In questo primo segmento emerge già una tensione: “quello che non si può dire” potrebbe indicare l’indicibile per trauma, per vergogna, per inadeguatezza del linguaggio, oppure per proibizione esterna. Il non poter dire è una condizione che può nascere tanto dall’interno quanto dall’esterno.

Jaeggy gioca su questa ambiguità. Nei suoi testi, il non detto è spesso più eloquente di qualsiasi confessione. Il silenzio non è un vuoto, ma una presenza densa, carica di significati compressi. Tacere, in questo contesto, non equivale semplicemente a non parlare: è un atto che modifica la realtà, che la trasforma in qualcosa di opaco e irraggiungibile.

La seconda parte della frase introduce un passaggio decisivo: “allora lo si può anche dimenticare”. Il nesso causale “allora” suggerisce una deduzione: se il silenzio è giustificato, legittimato, diventa possibile spingersi oltre, fino alla cancellazione. Qui la citazione si fa inquietante. Il silenzio non è più solo una sospensione del linguaggio, ma una soglia verso l’oblio.

Dimenticare non è un gesto neutro. È un processo che implica una perdita, ma anche una difesa. Nella prospettiva del romanzo, il dimenticare appare come una strategia di sopravvivenza. Ciò che non può essere detto – forse perché troppo doloroso, troppo destabilizzante – rischia di frantumare l’equilibrio del soggetto. Se la parola non è praticabile, l’unica via sembra essere la rimozione.

La citazione suggerisce quindi un legame profondo tra linguaggio e memoria. La memoria si alimenta di parole, di narrazioni, di ricostruzioni. Se un evento resta privo di espressione, se non trova una forma verbale che lo fissi, esso scivola in una zona indistinta. Il silenzio può diventare il primo passo verso la dissoluzione del ricordo. In questa prospettiva, parlare significa salvare dall’oblio; tacere significa esporre alla cancellazione.

Ma Fleur Jaeggy non offre una soluzione consolatoria. Non afferma che sia giusto dimenticare; constata piuttosto un meccanismo. La frase ha il tono di una constatazione lucida, quasi spietata. È come se la narratrice riconoscesse una legge interiore: ciò che non trova parola rischia di perdere consistenza. Il romanzo si muove spesso in questo spazio di rarefazione, dove i sentimenti non vengono spiegati ma allusi, e dove le relazioni sono attraversate da una tensione silenziosa.

Un altro elemento significativo è la dimensione etica implicita nel termine “opportuno”. Chi stabilisce cosa sia opportuno tacere? La società? La famiglia? L’educazione? Oppure è l’individuo stesso che decide di non affrontare certe verità? La frase lascia aperta questa domanda. In molti casi, l’opportunità del silenzio è frutto di una pressione esterna: esistono temi che non si nominano, dolori che non si condividono, segreti che devono restare tali. In altri casi, è l’io che si autocensura, per timore di guardare in faccia ciò che lo ferisce.

Il dito in bocca

Nel contesto dell’opera di Fleur Jaeggy, il silenzio assume spesso una qualità quasi glaciale. I personaggi sembrano muoversi in ambienti chiusi, controllati, dove l’espressione emotiva è ridotta al minimo. In questo scenario, il dimenticare non è solo una possibilità, ma una tentazione costante. Se il dolore non viene nominato, può sembrare meno reale. Se un’esperienza non viene raccontata, può apparire meno incisiva.

Eppure, la frase contiene anche una sottile ironia tragica. Dire che ciò che non si può dire si può anche dimenticare implica un paradosso: per affermare questa possibilità, occorre pur sempre nominarla. Il linguaggio denuncia il proprio limite ma, nello stesso tempo, lo supera. La citazione stessa è una prova che l’indicibile può essere almeno evocato. Fleur Jaeggy scrive ciò che, secondo la logica interna della frase, dovrebbe restare taciuto o dimenticato.

In questa tensione risiede la forza del romanzo. La scrittura diventa lo spazio in cui il silenzio viene messo in scena, analizzato, quasi smascherato. Non si tratta di un’esplosione confessionale, ma di un’esplorazione rigorosa e trattenuta. La frase non invita semplicemente a dimenticare; invita a riflettere sul prezzo del silenzio.

In definitiva, «Se è opportuno tacere quello che non si può dire, allora lo si può anche dimenticare» non è solo un’osservazione sul comportamento umano, ma una meditazione sul potere e sui limiti del linguaggio. Fleur Jaeggy suggerisce che il silenzio può essere una forma di protezione, ma anche un varco verso la perdita. Tra parola e oblio si gioca un equilibrio fragile, in cui la memoria dipende dalla possibilità di dire. E proprio nel momento in cui riconosce che non tutto può essere espresso, la scrittura dimostra la sua capacità di avvicinarsi, con precisione e rigore, a ciò che sembrerebbe destinato a svanire.

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