Una frase di Erich Fromm sul valorizzare sé stessi

26 Marzo 2026

Leggiamo assieme questa, tanto breve quanto significativa, citazione di Erich Fromm tratta dal suo romanzo "Man for Himself".

Una frase di Erich Fromm sul valorizzare sé stessi

Erich Fromm nasce a Francoforte sul Meno nel 1900, in una famiglia ebrea osservante, e muore in Svizzera nel 1980, dopo una vita trascorsa tra la Germania, gli Stati Uniti e il Messico. Psicoanalista, filosofo sociale, umanista, Fromm è una figura intellettuale di primo piano del Novecento che tuttavia non ha ricevuto la piena attenzione che meriterebbe. Nato alla scuola freudiana, si allontana presto dall’ortodossia del maestro per costruire una propria sintesi originale che intreccia psicanalisi e marxismo, psicologia individuale e critica sociale, biologia e filosofia esistenziale.

«Il compito principale nella vita di un uomo è di dare alla luce se stesso.»

La sua opera più nota al grande pubblico è «L’arte di amare» (1956), un piccolo trattato che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Ma la sua opera più densa e più rigorosa è probabilmente «Man for Himself», pubblicato in inglese nel 1947 e tradotto in italiano come «Dalla parte dell’uomo». È in questo libro che compare la citazione che analizziamo: una frase che sembra semplice e che invece apre un universo.

Erich Fromm scriveva in un momento storico segnato dalla catastrofe del nazismo, dalla guerra, dall’Olocausto, dall’emergere dei totalitarismi. La sua psicologia era anche una diagnosi sociale: cercava di capire come mai gli esseri umani potessero scegliere la sottomissione, la violenza e la distruzione invece della libertà e della creatività. E la risposta che costruisce in «Man for Himself» è centrata su un concetto chiave: l’essere umano ha una natura, e il compito della vita è realizzarla pienamente.

La metafora della nascita: un paradosso fecondo

Il cuore della citazione è una metafora che sembra paradossale: «dare alla luce se stesso». Normalmente diamo alla luce qualcuno d’altro: una madre dà alla luce un figlio. Fromm ribalta questo schema e dice: ogni essere umano ha il compito di partorire se stesso. È insieme madre e figlio del proprio divenire.

Questa metafora non è una novità assoluta nella storia del pensiero: ricorda il processo maieutico socratico, l’arte della levatrice che Socrate attribuiva a se stesso nel Teeteto di Platone. Socrate diceva di aiutare le menti a «partorire» le verità che già contenevano in sé: il filosofo come ostetrica dell’anima. Fromm radicalizza questa intuizione e la porta sul piano esistenziale: non si tratta di partorire una verità astratta, ma se stessi come essere concreto, come persona, come identità autentica.

La forza della metafora sta in ciò che implica sul piano del tempo e dell’impegno. Una nascita è un processo biologico che richiede mesi di gestazione, un momento di crisi e di dolore, e poi una vita intera di crescita. Dare alla luce se stesso, nell’accezione frommiana, significa dunque che l’identità umana autentica non è data, non è consegnata al momento della nascita biologica: deve essere conquistata, costruita, portata a compimento attraverso un lavoro che dura tutta la vita. La prima nascita — quella dal grembo materno — ci introduce nel mondo fisico. La seconda nascita — quella che ciascuno deve compiere su se stesso — ci introduce nel mondo umano nel senso pieno.

La distinzione di Erich Fromm: avere o essere

Per comprendere pienamente la citazione bisogna collocarla nel sistema teorico di Fromm, in particolare nella distinzione fondamentale che percorre tutta la sua opera: quella tra la modalità dell’avere e la modalità dell’essere. Questa distinzione, che Fromm sviluppa in modo più esplicito nel libro «Avere o essere?» del 1976, è già implicita in «Man for Himself».

La modalità dell’avere è quella di chi definisce se stesso attraverso ciò che possiede: beni materiali, ruoli sociali, titoli, relazioni, credenze. «Sono ciò che ho»: la mia identità è il mio patrimonio, il mio status, le mie proprietà materiali e simboliche. Questo modo di esistere è intrinsecamente fragile: ciò che si ha può essere perso, rubato, svalutato. E produce una dipendenza cronica dal mondo esterno, una necessità di accumulare e difendere che non conosce sazietà.

La modalità dell’essere è quella di chi si definisce attraverso ciò che è, attraverso le proprie facoltà attive, le proprie capacità creative, la propria vita interiore. «Sono ciò che faccio con me stesso»: la mia identità è il processo continuo di crescita e autorealizzazione. Questo modo di esistere non può essere sottratto dall’esterno: è interno, intimo, irriducibile.

Dare alla luce se stesso significa dunque passare dalla modalità dell’avere alla modalità dell’essere: smettere di cercare la propria identità nelle cose esterne e cominciare a costruirla dall’interno. È un lavoro che nessuno può fare al posto nostro: ecco perché Fromm dice che è il compito «principale» della vita.

In «Man for Himself» Fromm costruisce una tipologia dei caratteri che descrive le diverse modalità in cui gli esseri umani falliscono nel compito di dare alla luce se stessi. Chiama questi caratteri «improduttivi»: non nel senso economico, ma nel senso che non producono l’unico prodotto che conta davvero, cioè se stessi come persone autentiche.

Il carattere ricettivo è quello di chi aspetta sempre qualcosa dall’esterno: amore, guida, risposta. Il carattere accumulativo è quello di chi accumula, difende, non cede nulla. Il carattere sfruttatore è quello di chi prende dagli altri invece di produrre. Il carattere di mercato è quello di chi si adatta costantemente alla domanda esterna, cambiando la propria «personalità» come si cambia un abito. Ognuno di questi caratteri è una forma di non-nascita: la persona non è venuta al mondo come se stessa, ma come una forma deformata e adattata di sé.

Di fronte a questi caratteri improduttivi, Fromm pone il carattere produttivo: quello di chi usa pienamente le proprie facoltà — ragione, amore, lavoro — per creare, per connettersi con il mondo, per realizzare la propria potenzialità umana. Il carattere produttivo è la persona che ha dato alla luce se stessa, o che è nel processo di farlo.

La libertà come condizione e come peso

La citazione di Fromm porta con sé un’implicazione che lui stesso sviluppa con grande acutezza: se il compito principale nella vita è dare alla luce se stesso, allora questo presuppone la libertà. Non si può partorire se stessi se non si è liberi di farlo. E questa libertà non è scontata: è contemporaneamente la condizione dell’autorealizzazione e la fonte di una delle paure più profonde degli esseri umani.

Nel libro «Fuga dalla libertà» (1941), scritto mentre il nazismo stava devastando l’Europa, Fromm aveva analizzato un paradosso apparente: gli esseri umani, quando ottengono la libertà, spesso la fuggono. Si rifugiano nell’autoritarismo, nel conformismo, nella distruttività. Perché? Perché la libertà è anche solitudine, responsabilità, assenza di certezze preconfezionate. È molto più facile ricevere un’identità dall’esterno — da una nazione, da un’ideologia, da un capo carismatico — che costruirla dall’interno con fatica e incertezza.

Dare alla luce se stesso richiede dunque il coraggio di restare liberi, di non cedere alla tentazione del conformismo e della dipendenza. Richiede di sopportare l’angoscia dell’incompiutezza, di vivere con il fatto che il processo non è mai definitivamente concluso. La persona in cammino verso se stessa è inevitabilmente una persona in tensione: tra ciò che è già e ciò che potrebbe essere, tra la sicurezza del noto e la verità del nuovo.

L’idea frommiana del compito di dare alla luce se stessi dialoga con alcune delle correnti di pensiero più potenti del Novecento. Nietzsche, mezzo secolo prima, aveva teorizzato il superamento di sé come l’imperativo fondamentale dell’esistenza: «diventa ciò che sei» è il suo comando, non meno paradossale di quello frommiano. La differenza è che Nietzsche puntava verso la trascendenza di sé, verso il superuomo come orizzonte; Fromm invece punta verso l’umanizzazione di sé, verso la realizzazione piena delle facoltà specificamente umane. Non il superamento dell’umano, ma il compimento dell’umano.

L’esistenzialismo di Sartre, contemporaneo di Fromm, condivide l’idea che l’essere umano non abbia una natura data: «l’esistenza precede l’essenza» significa che siamo ciò che facciamo di noi stessi, non ciò che una natura predeterminata ci ha fatto essere. Ma Sartre ne trae conseguenze radicalmente diverse da Fromm: dove Sartre vede la condanna alla libertà senza fondamento, Fromm vede il compito gioioso — anche se difficile — di realizzare una natura umana che esiste e che attende di essere espressa. Non siamo vuoti e dobbiamo riempirci: siamo pieni di possibilità e dobbiamo portarle a compimento.

Implicazioni pratiche

Cosa significa concretamente, nella vita quotidiana di una persona, «dare alla luce se stesso»? Fromm non propone una tecnica né una guida pratica in senso stretto: la sua è un’antropologia filosofica, non un manuale di self-help. Ma alcune implicazioni pratiche emergono chiaramente dal suo pensiero.

Significa innanzitutto sviluppare la propria ragione: non la ragione strumentale che serve a calcolare mezzi e fini, ma la ragione umanistica che aiuta a comprendere il mondo e se stessi con onestà e profondità. Significa coltivare la capacità di amare: non l’amore dipendente e possessivo, ma l’amore produttivo che rispetta l’autonomia dell’altro e si nutre di essa. Significa lavorare in modo creativo, mettere nel lavoro non solo la competenza tecnica ma la propria umanità.

Significa soprattutto resistere alle pressioni conformistiche della società, che continuamente ci invita a essere ciò che gli altri si aspettano, a consumare ciò che il mercato offre, a pensare ciò che i media suggeriscono. Dare alla luce se stessi è un atto di resistenza e di creatività insieme: la vita come opera d’arte, dove l’artista e l’opera coincidono.

Un pensiero per il presente

La citazione di Fromm, scritta nel 1947, risuona con una chiarezza e un’urgenza straordinarie nel mondo contemporaneo. Viviamo in una società che offre identità preconfezionate con una facilità e una velocità mai viste prima: i social media ci propongono modelli, i brand ci vendono stili di vita, gli algoritmi ci restituiscono riflessi amplificati di ciò che già pensiamo e sentiamo. La tentazione di ricevere se stessi dall’esterno — invece di costruirsi dall’interno — non è mai stata così forte.

In questo contesto, il compito di dare alla luce se stessi è più difficile e più necessario di quanto non fosse nell’epoca di Fromm. Richiede la capacità di staccarsi dal flusso degli stimoli e fare silenzio; richiede il coraggio di chiedersi non «cosa vogliono gli altri da me?» ma «chi sono io davvero?»; richiede la pazienza di accettare che la risposta non arriva subito, che la nascita di sé è un processo lento, a volte doloroso, mai definitivamente concluso.

Fromm ci ricorda che questa fatica è il senso stesso della vita. Non un optional, non un lusso riservato a chi ha tempo e risorse: il compito principale. Quello da cui tutti gli altri dipendono, quello che dà significato a ogni altro sforzo e a ogni altro successo. Non si può amare davvero senza essere nati a se stessi. Non si può lavorare creativamente senza essere nati a se stessi. Non si può essere liberi senza essere nati a se stessi. Tutto comincia lì: nel coraggio di partorire, con la propria fatica e il proprio dolore e la propria gioia, la persona che si è già pronti ad essere.

© Riproduzione Riservata